Racconto ginnasiale, di Riccardo Lera

di Riccardo Lera. Alessandria

A quattordici anni per me ci fu il liceo classico perché, mi fu detto in casa, quella scuola formava la nuova classe dirigente. Predisposto per le materie scientifiche, tuttavia accettai ubbidiente, anche se poco convinto. Uscito con buoni voti dalle scuole medie serravallesi, affrontai con entusiasmo la nuova sfida della mia vita di studente. Sapevo di esser bravo, di che dovevo aver paura? ‘Sto liceo che sarà mai, pensavo fra me e me durante le spensierate vacanze estive del 1970. E fu così che, durante la prima ora trascorsa dentro il Liceo Ginnasio Andrea Doria di Novi Ligure, alzai la mano dal mio posto per porre un quesito da me giudicato acuto e intelligente.

“Scusi Professore, quali sono, nelle declinazioni, i casi obliqui?”

Fui asfaltato in pochi secondi. Il professor Agostino Morea, detto il Chiuma per i folti capelli, con quella sua faccia dura e stretta a pinnacolo di granito, schiacciata da due enormi orecchie rubizze e sormontata da un naso a becco d’aquila, mi osservò con occhi gelidi, irroranti, a mo’ di idrante, pena e commiserazione.

Riccardo Lera

“Da dove vieni, tu?” sillabò lui sulle sue labbra sottilissime, senza alzar la voce.

“Ehm, da Serravalle!” risposi io, spiazzato dalla inaspettata piega presa dagli eventi.

“A Serravalle il latino lo fate male” chiuse lui tombale.

Da studente sempre vivace ed entusiasta, in un batter d’occhio mi ritrovai catapultato, timoroso e incerto, in un abisso senza fondo. La mia sicurezza scolastica si era liquefatta come un gelato messo per sbaglio nel forno a microonde. Tranne l’Andrea Pagetto e pochi altri, in grado di destreggiarsi fra ipallage e sineddoche o altre figure retoriche in grado di mandare in solluchero l’austero docente, per gli allievi della classe quarta A fu notte fonda.

Le mattinate erano aperte dall’appello, condotto in tonalità grigio nebbia, per proseguire con compiti in classe color giallo horror, noi aggrappati alle pagine del Georges Badellino Calonghi e del Riva Rocci o del proibitissimo Pechenino, per concludersi nel noir delle interrogazioni delle cinque materie canoniche: italiano, latino, greco, storia e geografia. L’incipit di queste ultime era sempre lo stesso:

“E sentiamo…” e mentre le sue dita correvano sui nostri nomi, riportati sul risvolto destro del registro di classe, ognuno di noi spremeva adrenalina nelle proprie vene con effetti variegati e devastanti che andavano, a seconda del soggetto convocato, dalla paralisi vocale tipo “Lucci, cosa fai ti confessi?”, a dolori addominali con borborigmi, oppure all’uscita a sbalzo dal proprio banco a mo’ di catapulta. Quest’ultima modalità era quella da me preferita ed una volta, udito il mio nome, mi produssi in un improvvido balzo quasi felino che, sfortunatamente agganciato con un piede il mio banco, quello scaraventò sulla schiena di Balostro che mi sedeva davanti. Un altra volta fui colto da una improvvisa contrattura ai muscoli della schiena, faccenda che mi obbligò ad una processione fino alla cattedra con andatura detta a “V rovesciata” e la fronte che quasi sdrusciava il pavimento.

In Italia, nelle università e nelle scuole superiori, correva ancora impetuosa l’onda del sessantotto ed anche il Doria ne subiva gli influssi. Non nella nostra classe però e a parte le lezioni di Don Mario dove effettivamente qualche discussione di politica ci animava, i muri della quarta A erano tetragoni a qualsiasi novità. E così il primo tema di italiano fu “Venere Dea e madre nell’Eneide”, seguito il mese successivo da “L’incontro nell’Ade di Enea e Didone” e similia nel prosieguo dell’anno. Mi applicavo e nello scrivere ritenevo di difendermi, ma per tutti i diciotto temi prodotti nel biennio ginnasiale il mio voto fu sempre lo stesso: 6 +. Stefano Rosso, il leader carismatico della sottopopolazione maschile, in quinta ginnasio provò temerariamente a protestare, chiedendo al Chiuma di concederci la possibilità di una scelta fra due temi. Con sorpresa fu soddisfatto ed i titoli dei temi furono ben due: “La peste nei Promessi Sposi e le sue cause” seguito da “La carestia nei Promessi Sposi e le sue conseguenze”. Una vittoria di Pirro insomma. Svolsi il compito e prima della consegna sfilai dalla tasca una moneta da cinquanta lire per decidere, sulla base di un testa o croce eseguito sotto il banco, quale titolo riportare sul foglio prima dello svolgimento.

Come tutto il genere umano anche il nostro professore pareva avesse un tallone d’Achille. Giocava in borsa o almeno così si narrava. Il problema era che, in quegli anni, per la borsa italiana ogni giorno eran dolori e per una proprietà transitiva murphiana eran dolori anche per tutti noi. 

“E sentiamo… Lera, vieni bestione!”

Uscito a catapulta dal banco come al solito, mi accomodai fantozzianamente vicino alla cattedra.

“All’inizio del XIX capitolo dei Promessi Sposi c’è una similitudine che parla di un fiore. Che fiore è?” 

“Ehmm… non saprei, Professore!”

“Al posto Lera. Tre!”

Il fiore è il lapazio. Debbo dire che il nome di questo erbassòun, proprio non lo scorderò mai più. Si sa, la botanica ha il suo fascino!

Un altro celeberrimo insegnante fu Domenico Signori, detto il Cabe, credo per via del testone, professore di educazione fisica. Debbo dire che, a parte il rigore delle sue lezioni, il rapporto con lui sforava sovente nel cameratesco. Qualsiasi imperfezione presentatasi ai suoi occhi, per il Cabe era un piacere segnare sul suo registro un bel due. Hai i calzini bianchi, ma questi presentano trasversalmente anche un righino nero? due! I pantaloncini non sono perfettamente di colore blu? due. Sei sceso troppo velocemente dalla pertica? due! Sei passato come uno scimmione dalla pertica alla corda? due! E così via.

Noi la si prendeva con filosofia. Gianneschi prese il settimo due su sua espressa richiesta, al fine di sbrogliarsela nella gara con Marco Rossi, poiché entrambi a pari merito a quota sei. 

Io e Rosso, beccati a cavalcioni su di una panca intenti a cantare “Yeppy ya yey, yeppy ya yay, il vecchio Bill non mente mai”, fummo espulsi dalla palestra. “Memorabile la nota sul registro: “Lera e Rosso espulsi per canto corale!”

I dialoghi con lui sfioravano il surreale, specie nelle ore pomeridiane del gruppo sportivo. Più rilassato e meno intento a somministrarci piegamenti e flessioni, narrava episodi appartenuti alla sua giovinezza. Il lirismo e l’epica di quegli spezzoni di vita del Cabe nulla avevano da invidiare al mito greco. Ricordo, fra gli altri momenti, quando narrò di essere stato premiato da un Re per aver fermato per la coda un cavallo imbizzarrito, su cui galoppava una bionda principessa o quando prese a spallate un carro armato nemico, precipitandolo in un burrone.

Più pragmatico di costui era il Bruzzo, professore di matematica e per un anno vicario del Preside. Lo rivedo quando i ragazzacci di terza, introdottisi nottetempo nel Liceo e trafugato il busto di Platone, lo risvegliarono nel cuore della notte per riferirgli che, fuori, sul suo terrazzo, Platone aveva freddo. Imperturbabile, recuperato il filosofo sul proprio balcone, la mattina successiva varcò il portone del Doria con Platone sotto braccio.

Cattivelli ci dimostrammo invece quando si riuscì a bloccare la professoressa di francese dentro la toilette dei professori. La poveraccia, Thea Longoni Gazzone Contessa di Valmacca aveva ai nostri occhi l’unico torto di possedere un cognome roboante e, rispetto a noi, solo qualche anno in più. Si sa, a quell’età si è deboli con i forti e carogne con gli indifesi.

Ma forse, purtroppo in Italia, non solo a quell’età.

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