IL SILENZIO FUORI ORDINANZA, Antonio de Curtis

by, Antonio de Curtis

IL SILENZIO FUORI ORDINANZA a mio padre soldato d’Italia

Io quando, per la prima volta, mi trovai di fronte a quell’imponente sacrario, lo stupore mi colse ed un senso grande di piccolezza.

Lontane le teste delle sentinelle della “Guardia d’Onore” s’intravedevano appena nella terrazza che rompeva la teoria di scalini che salivano al cielo; il sepolcro intuito, pensato più che visto; i rumori intorno scomparsi, mi riempiva il silenzio solenne della Storia …

Il Milite Ignoto.

Mi tornavano a mente pagine e pagine, che, ora, rimpiangevo lette troppo in fretta, studiate troppo fugacemente …

il silenzio Antonio De Curtis

E sentii il colpo di fucile, e “il fischio rabbioso“, ed il rumore dei rami che si spezzavano sotto il peso del corpo che precipitava “a capo fitto e con le braccia aperte”; e rividi l’ufficiale avvicinarsi alla casa, levare dalla finestra la bandiera tricolore e distenderla come fosse un drappo funebre sul corpo di quel “bel ragazzo, dal viso ardito, …, con i capelli biondi e lunghi”: eroica, piccola vedetta lombarda!

Un velo di pianto mi inumidì gli occhi; e cercai di trattenerlo, nasconderlo; e scoppiò assordante il fragore del traffico usuale. I gradini pieni di scollacciati, immondi turisti, di venditori ambulanti, di un vociare blasfemo: la scalinata violata, violentata, impotente, nuda e assolata nella città indifferente.

Un centurione romano, il gladio ben saldo nella destra; nella sinistra lo scudo; l’elmo sino alla fronte, lo sguardo impavido e fiero;

alla spalle formosa, possente la Vittoria con la sua lancia – spezzata dall’ ingiuria del tempo – ed il suo serto d’alloro;

in mezzo turrita, maestosa la stele;

in piazza “Ferrovia” accoglie i forestieri:

AI CADUTI IN GUERRA

DELLA PROVINCIA

DI SALERNO =

MCMXV – MCMXVIII

MXMXXXV – MCMXXXVI

MXMXL – MCMXLV

Poco più in là, nella stessa piazza, stinta da decenni di smog e di oblio:

IN

QUESTA CASA

IL 25.5.1921 NACQUE

IL TEN. UGO STANZIONE

COMBATTENTE PARTIGIANO

E M. D’ARGENTO AL V.M.

CHE

TESTIMONIO’ CON L’OLOCAUSTO

DELLA SUA GIOVANE VITA

IL 5.2.1944 IN VILLA MINOZZZO (RE)

LA SUA FEDE NEGLI IDEALI

DI LIBERTA’ E GIUSTIZIA

Me l’ero figurato, il Ten. Ugo Stanzione, quando avevo letto quell’epigrafe per la prima volta, come quel Pietro Micca che, a fondo della pagina del sussidiario, vicino al barilotto con la miccia fumante, lanciava la sua stampella intrepida contro i fucili spianati dei soldati dalla giacca bianca.

Quante lapidi ho letto!

Quanti nomi! disposti, per grado, in lunghe colonne in ordine alfabetico:

LUCA GIORDANO MAGGIORE

DOMENICO MANGIA CAPITANO

ANDREA GUERRITORE CAPITANO

ANDREA DE BONIS TENENTE

FRANCESCO BENINCASA TENENTE

MATTEO SAMMARTINO SERGENTE

VITTORIO ALMEYDA SERGENTE

GIUSEPPE SABATINO SOLDATO

ATTILIO PEYRETTI SOLDATO |

CADDERO COMBATTENDO EROICAMENTE AD ADUA |

IL 18 MARZO 1896

IL MUNICIPIO DI SALERNO |

….

CONSACRA

IL RICORDO IMPERITURO E LA VENERAZIONE

PER I SUOI PRODI FIGLI

CHE BAGNARONO COL LORO SANGUE GENEROSO

LA TERRA D’ AFRICA

Quante volte ho visto il tocco lieve della mano dell’Alta Carica Istituzionale accompagnare con viso mesto la maestosa corona che i due soldati in alta uniforme con passo marziale deponevano ai piedi dell’Importante Monumento!

Nomi scavati nella pietra ad imperituro ricordo.

Nomi di morti ormai senza più volto, senz’anima, senza storia.

Nomi che nessuno legge più – se pure qualcuno li ha letti qualche volta – come se non fossero nemmeno esistiti. Mai.

Come la mano che, ritratta, dopo il breve “momento di raccoglimento”, s’affanna alle banali faccende quotidiane.

Li onora la patria i suoi eroi!

E gli altri?

Quelli ai quali toccò in sorte tornare?

Tornare alla casa distrutta?

O alla famiglia squinternata?

O alla terra preda dei rovi?

O, semplicemente, ad un quotidiano ormai desueto, dimenticato?

Non furono eroi quelli.

Per i quali nessuno scrisse parole.

I cui nomi nessuno, se anche volesse, potrà neppure leggere mai.

Le note alte de “Il silenzio fuori ordinanza” esplosero con la luce improvvisa e violenta quando la bara si affacciò sul sagrato della chiesa.

Ricordo il pianto che allora, come ora, mi sorge incontenibile; quella doppia fila di uomini in grigio, le trombe al cielo, ed il saluto appassionato, struggente.

Ad uno che non avevano mai visto, mai conosciuto.

Le note si fecero più basse, più intime, più tristi. Ci accompagnarono lentamente, mestamente per quei pochi gradini, sino al carro funebre.

Poi si tacquero.

Li vidi rompere le righe; li vidi riporre il loro strumento ed avviarsi in ordine sparso alla camionetta verde, poco lontana, che li avrebbe riportati in caserma; ragazzi ancora quasi imberbi; con quel loro sorriso scanzonato e leggero, con quelle loro voci allegre e spensierate.

Avevano eseguito l’ordine.

Nessuno aveva detto loro per chi, perché!

Forse chi avrebbe dovuto non sapeva. Egli neppure!

Me l’aveva chiesto mia madre;

forse per celebrare il momento di quell’ultimo distacco, per riaccendere, come allora, più di allora, la speranza di ritrovarsi ancora;

o forse solo per illudersi di partecipare, almeno una volta, anche lei a quel quotidiano ignoto patito, giorno dopo giorno, per anni:

«Chiedi alla caserma gli onori militari per tuo padre.»

Fu un sollievo, in quell’ inerzia attonita e smarrita, quell’ impegno: cercare i dati, scrivere la domanda, farla pervenire al Comandante …

Perciò erano venuti quei sei ragazzini a suonare sull’ attenti a quel morto sconosciuto.

Era bravo mio padre, onesto e rispettoso.

Era diplomato “geometra”, perciò era stato “obbligato” al corso allievi ufficiali.

Sottotenente prima, Tenente poi. Nel genio pontieri.

Era buono. Era mite.

Gli avevano dato delle spalline dorate.

Ed una sciabola lucente che ricordo riposta in alto, sull’armadio.

Gli avevano dato anche un fucile.

Per sparare.

Lui che spennellava delicatamente la processione di formiche che dal giardino passeggiavano il davanzale della finestra della cucina!

Non abbiamo mai parlato della sua guerra. Sua ?!

M’ha detto mamma di pacchi di semi d’uva sottratti alla propria fame e mandati ad integrare il rancio d’ordinanza; come le paia di calzini laboriosamente ricavati da maglie troppo vecchie per essere rammendate ancora; di stivali tenuti insieme con il fil di ferro; di ritorni fugaci, delle accorate ripartenze;

di momenti, tanti, in cui “non si sapeva niente, neppure se era vivo o morto”;

di notti, ancora di più, passate sola, a piangere, disperata e sconsolata, dondolando una culla senza domani.

Era pudico e riservato, l’uomo. E non amava proporsi protagonista.

Vennero a metà degli anni ’50 a casa nostra, dalla Sicilia, un ufficiale ed un soldato che erano stati con lui in tempo di guerra.

Nel loro incontro, nel loro abbraccio, nel loro pianto, nei loro volti commossi e felici, nei loro sguardi riconoscenti, nei loro toni affettuosi, camerateschi e rispettosi, in quel “Signor Tenente”, così strano ma così simile al mio “papà”, ritrovai l’uomo che m’ aiutava a varcare il pantano di pioggia; quello che mi addormentava la sera con le “favole vere”; quello che mi portava cavalcioni a messa la domenica; quello che mi teneva per mano mentre correvo contento sul muretto della strada; quello che m’insegnava a giocare con numeri e figure; quello che ho ritrovato trent’anni più tardi, a correre, affannato, ansimante e felice, dietro le mie figlie piccole che accompagnava a scuola.

Il suo nome la Patria lo conserva in un polveroso registro che giace in qualche dimenticato scaffale.

Non fu un eroe, mio padre.

Non fu soldato esemplare e fedele.

Non sacrificò alla patria il fiore della sua giovinezza.

Non lasciò la giovane sposa in attesa di un figlio.

Non lasciò la famiglia appena formata senza “l’uomo”.

Non lasciò il lavoro, la carriera appena intrapresa.

Non si ritrovò, “dopo”, “senza arte né parte”, a doversi faticosamente, dolorosamente ricostruire una vita. Familiare, professionale, sociale.

Ci restarono quelle spalline dorate che abbiamo sfilato ricciolo a ricciolo, in gara, noi bambini;

e quella sciabola scintillante che il truce Belfagor brandeggiava nella paesana “Cantata dei pastori”.

Ci sono rimaste quelle note che si spegnevano sul quel sagrato pieno di luce in quel martedì in albis di quell’Aprile del 1984.

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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