25 anni fa l’assassinio di padre Pino Puglisi, di Lia Tommi

Il 15 settembre 1993, 25 anni fa, padre Pino Puglisi veniva brutalmente assassinato nel quartiere di Brancaccio, a Palermo, nel giorno del suo 56esimo compleanno. Proclamato beato vent’anni dopo, il 25 maggio 2013, è il primo martire della Chiesa per mano mafiosa, ucciso con un colpo alla nuca in odium fidei. Due mesi prima della tragica sera nella quale fu eliminato davanti al portone di casa sua, in piazzale Anita Garibaldi, aveva subito un’intimidazione di chiaro stampo mafiosa: di notte ignoti avevano parzialmente bruciato la porta della

Nel quartiere, feudo della famiglia Graviano, da alcuni anni era parroco della Chiesa di San Gaetano. E in quel quartiere, il sacerdote che amava ripetere che «se ognuno fa qualcosa si può fare molto», nel gennaio 1993 aveva inaugurato il Centro Padre Nostro: un luogo di incontro diventato presto punto di riferimento per giovani e famiglie.
Fu assassinato per il suo impegno in nome della giustizia e contro soprusi e illegalità. Per la sua costante predicazione antimafiosa; per il suo limpido apostolato contro i trafficanti e per il recupero dei giovani e delle fasce sociali marginali.
I pentiti hanno rivelato che a ordinare il delitto furono i boss del quartiere, Giuseppe e Filippo Graviano. Ma a sparare fu un commando guidato dal killer Salvatore Grigoli che, dopo essersi pentito, accusò come suoi complici Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone. E il reggente della cosca, Nino Mangano. Grigoli ha anche raccontato che, quando don Pino Puglisi capì che stava per essere ammazzato, sussurrò «me l’aspettavo», sorridendo al suo assassino.
Dal 2013 padre Puglisi è riconosciuto dalla Chiesa beato e martire a causa della sua limpida testimonianza evangelica. E antimafiosa.

Aveva grandi orecchie, grandi mani, grandi piedi. E sapeva essere allegro e scherzare anche su se stesso. Padre Pino Puglisi spiegava ai suoi giovani che le orecchie grandi gli servivano ad ascoltare meglio, le mani grandi per accarezzare con più tenerezza, i piedi grandi per camminare velocemente e soddisfare subito le richieste di aiuto.

Era un prete senza conto in banca, con le tasche vuote e la casa (popolare) piena di libri di filosofia e psicologia. Donava tutto il suo tempo agli altri e aveva lo scaldabagno rotto e i rubinetti che schizzavano acqua dappertutto. Gli proposero gli incarichi più gravosi, scartati da tutti, e lui li accettò. Infatti arrivò a Brancaccio nel 1990 dopo che sei confratelli avevano detto di no.
Al contrario, quando gli offrirono chiese ricche, posti di prestigio, lui li rifiutò: «Non sono all’altezza, rimango qui tra i poveri», rispondeva. Andava alle riunioni ecclesiali e si sedeva in ultima fila. Era un intellettuale raffinato, ma non lo faceva capire a nessuno. Invece di esibirsi in dotte citazioni ai convegni, lui parlava in dialetto con gli operai.

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