Franco Livorsi: Note su Salvini e il nazionalpopulismo

Franco Livorsi: Note su Salvini e il nazionalpopulismo

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I temi caldi si affastellano alla fine di una calda estate che promette un molto caldo autunno. Ma non di lotte come nel mitico 1969, bensì di “caldi guai” per il nostro amato Paese. Proviamo a procedere per punti.

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Il primo punto concerne la “strana coppia” Salvini-Mussolini, evocata da un importante esponente del socialismo nel Parlamento europeo, il quale ha osservato che in Europa non siamo a Hitler, ma che vi si aggirano “tanti piccoli Mussolini”.

L’osservazione ha subito suscitato tanti dinieghi. Quasi tutti hanno detto che ogni paragone tra Salvini e Mussolini, o tra la Lega e il fascismo, è assolutamente sbagliato e fuorviante. Vero? – Sì e no. La faccenda, nonostante i tanti dinieghi, ha una qualche rilevanza, perché se fossimo ai prodromi di un “Regime” (mussoliniano), non si tratterebbe di una diatriba accademica, ma di una faccenda di rilevanza epocale.

Certo la storia non si ripete mai tale e quale, con buona pace delle teste quadre (i “nostalgici” delle antiche appartenenze, neri o rossi che siano). Nulla si ripete, in qualunque corrente storica; ma, ciò posto, l’idea che nella storia non esistano precedenti con cui confrontarsi, come in ogni campo, e che quindi nelle nostre valutazioni dobbiamo sempre ragionare come se ci fosse solo il presente, non sta in piedi.

È vero che – come diceva Marx, sulla traccia di Hegel, nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte (1852) – gli avvenimenti nella storia si presentano sempre due volte: “una prima volta come dramma e la seconda come farsa”. Ma forse è errato pure pensare a questi “ritorni del rimosso” (prima l’“opera tragica” del governo fascista cominciata da Mussolini con la marcia su Roma del 1922 e finita a Piazzale Loreto nel 1945, e poi l’“operetta” del capo bastone Salvini). Ognuno è sempre solo sé stesso.

Nessuno di noi è la ripresa dei genitori (anche considerati tutti e due insieme), a dispetto di ogni somiglianza. Figuriamoci se non è così nella storia, che è fatta da innumerevoli individui. Se aspettiamo che un fenomeno storico si ripeta più o meno tale e quale, potremo aspettare sino al giorno del giudizio universale.

Il comunismo di Berlinguer non era certo quello di Lenin e neppure era quello di Bordiga, e neppure di Gramsci, anche se la matrice era la stessa, e qualcosa del passato volenti o nolenti c’era, e pesò molto, condizionando la politica del PCI sino alla fine.

E infatti ci occupiamo di idee politiche anche cercando talune costanti di lungo periodo, nonostante le differenze e anche al di là dei nomi. Così il fascismo è stato un movimento nazionalista, populista e incentrato su un Capo carismatico. Questi tre ingredienti in Salvini e nella Lega (e a quanto pare anche nel M5S “di Di Maio”, movimento che però ha anche un’altra anima), ci sono tutti.

È anche vero che nel fascismo c’erano pure violenza e dittatura, che a quanto pare oggi non ci sono; ma allora c’era stata la Grande Guerra, in cui molti fascisti avevano combattuto da volontari o “graduati”, e c’era stata una prima grande dittatura di sinistra, impersonata da Lenin.

E tuttavia oggi ci sono molti ingredienti fascistoidi. C’è il nazionalismo, che ora si precisa come “sovranismo” (ossia il “Prima gli italiani”), aggravato da un’ostilità verso gli immigrati che ha almeno tratti di xenofobia: tratti emersi nel fascismo storico solo dopo quattordici-sedici anni di governo, dal 1936 e soprattutto dal 1938 in poi.

E c’è il populismo, che di per sé non è di destra, come lo è invece il nazionalismo almeno dal XX secolo, quantomeno da Parigi a Vladivostock; ma questo populismo, unendosi al nazionalismo (o sovranismo), rende la miscela delle due forze politiche ora maggiori (M5S e Lega) che stanno al governo, alquanto esplosiva (nazionalpopulista).

Emerge una sorta di “fascismo senza fascismo”, che è poi la forma della tendenza nel XXI secolo: dalla Russia di Putin all’America di Trump, dalla Turchia di Erdogan all’Ungheria di Orban. In tutti questi ambiti domina il nazionalismo, domina il populismo, domina il Capo (all’ombra di poteri di rappresentanza più o meno svuotati, ad esempio composti da “indicati” al popolo sovrano invece che scelti da “lui”, e realizzati in parlamenti poco convocati, più che altro per dire sì o no).

E se i nazionalpopulisti, col sostegno decisivo della destra democristiana europea, vincessero anche di misura le elezioni europee del maggio 2019, com’è purtroppo probabile, l’Unione Europea non potrebbe mai più diventare uno “Stato di Stati”, ossia un’unione federale del genere degli Stati Uniti, come sognato dai padri fondatori. E probabilmente si dissolverebbe persino, o si ridurrebbe a una specie di lega doganale in cui far andare le cariatidi della politica.

Su ciò il peso sia numerico che politico del nazionalpopulismo italiano sarà decisivo. Lo ricordava l’ideologo di Trump, Steve Bannon, il 22 settembre. La “logica” da “prima gli italiani”, “prima i francesi”, prima i tedeschi”, “prima i russi”, “prima gli americani”, eccetera eccetera – ossia il nazionalismo – vincendo nell’Unione Europea, con l’aiuto della destra popolare, trionferebbe dappertutto. Questo nazionalpopulismo è il tentativo di far tornare indietro la storia, com’è tipico della “reazione”: in tal caso è il tentativo di retrocedere dall’era della globalizzazione a quella degli Stati nazionali sovrani e del connesso nazionalismo. A mio parere questo tentativo fallirà, come tutti i tentativi reazionari, ossia di ritorno all’antico anche ammodernato; ma fallirà dopo aver provocato nel mondo e in Italia chissà quali immani guai. Per la soluzione nazionalista-sovranista, populista e del Capo fanno il tifo i teorici di estrema destra del trumpismo, come appunto Bannon. E, soprattutto, questa è la tendenza caldeggiata dal lepenismo, e persino da Casa Pound, che tifano maledettamente per Salvini. Il processo coinvolge – con la Lega di Salvini – il M5S di Di Maio, che però non si limita a contrapporre una mitica volontà popolare alle istituzioni (è questa la quintessenza sempre antiparlamentare – contro l’”aula sorda e grigia” – del populismo), ma nel caso del M5S lo fa pure con intenti socialmente avanzati, moralizzatori e costituzionali, niente affatto di destra; in compenso, però, il M5S tutte le mattine, contraddicendosi e provando a fare cose impossibili, dimostra di essere un pericolo quasi altrettanto grave di Salvini, e forse persino di più: attesta – cioè – di non avere élite politiche vere, gruppi dirigenti minimamente adeguati, tanto che credo si potrebbe dimostrare che dal 1861 in Italia non ci sono stati ministri in posti chiave così importanti che fossero dilettanti allo sbando sino a tale punto. Spiace perché è vero che i giovani di sinistra che hanno votato per il M5S sono stati e sono legioni, ma come governanti i pentastellati sono nullità. Per fortuna contraddicendosi, probabilmente richiamati all’ordine da altri, spesso si correggono. Ma quanto potrà durare? – Non mi stupirei se ruzzolassero malamente.

   Per ora il pericolo dell’affermarsi in Italia, per un’era, di un movimento reazionario di massa nazionalista, populista e con capo carismatico non va esagerato perché Salvini ha sì il 32% nei sondaggi, ma è al 17 in base ai voti delle politiche di marzo. Tuttavia se i sovranisti, convergendo con i popolari di destra che sembrano non aspettare altro, dovessero diventare maggioranza nell’Unione Europea con le elezioni del maggio 2019 (il che è rischio altissimo), e soprattutto se Salvini riuscisse a restare alleato con Forza Italia (per quanto ridimensionata) senza rompere l’alleanza di governo con il M5S, nelle assai probabili elezioni politiche che ci saranno a metà legislatura, si determinerebbe molto presto, de facto e de jure, un presidenzialismo alla sud-americana: una sorta di peronismo alla meneghina, forte del 65% di voti. L’idea che i nazionalpopulisti non impongano allora cose che faranno apparire le proposte di Renzi del 2016 come purissimo costituzionalismo liberale alla Calamandrei è fuori dal mondo.

   Per ora il pericolo di un regime nazionalpopulista all’ombra di una democrazia svuotata è limitato: sia per le resistenze ragionevoli che incontra all’interno del Governo da parte di ministeri chiave come quello dell’Economia o degli Esteri, certo supportati dal saggio Presidente della Repubblica, e sia perché il governo è diviso, potrà entrare in crisi, e potranno maturare altre soluzioni oggi impensabili. Ma “nessun dorma”, perché ci sono anche altri fattori che potrebbero risultare esplosivi. Come sarà la manovra finanziaria? Che ne sarà dello spread? Come evolverà la faccenda del deficit e del debito pubblico stratosferico? E come faremo quando tra pochissimo la Banca Centrale Europea non compererà più i nostri titoli di stato?

   Tuttavia se il “salvinismo” dovesse essere in grado di non finire sotto le macerie, ma di giocarsi le sue carte con abilità sino alle politiche, manovrando abilmente tra freno e acceleratore, staremmo freschi. Saremmo alla formazione di un blocco storico di destra comprensivo della quasi totalità del centrodestra e del M5S. Un Peron si aggira per l’Italia. Si chiama Matteo Salvini. Sono certo che Renzi sia stato più bravo come statista, ma Salvini, nella “politica politicante”, è un cavallo di razza da non sottovalutare affatto. Non è solo un buon comunicatore, un demagogo efficace, ma anche uno che conosce in modo perfetto il gioco di partito e tra partiti. Egli continua a dire che vuole governare per cinque anni con Di Maio. Può sembrare strano perché i conflitti tra i due partner e partiti di governo (M5S e Lega) sono quotidiani, e le difficoltà economiche all’orizzonte appaiono grandi. Sembrerebbe ragionevole chiedersi se questi qui supereranno il 2019. Sono però incline a credere che Salvini vorrebbe davvero far durare il patto d’alluminio con Di Maio, tra Lega e M5S, come se fosse un patto d’acciaio, ossia per un quinquennio (insomma, finché si può), anche se sarà molto difficile. Infatti – cosa che mi pare poco notata – più dura l’accordo della Lega col M5S, e più sarà difficile per il M5S sganciarsi dalla destra sovranista populista e carismatica di Salvini, o farlo senza perdere di colpo una parte molto rilevante di consensi.

   Purtroppo a vantaggio di Salvini gioca l’annichilimento della sinistra, dall’America all’Italia. Ma qui da noi la sinistra non sembra neanche più in partita: ridotta a fare l’opposizione morale contro le uscite più reazionarie, ma incapace di incunearsi tra i contendenti sposando certe tesi contro altre tramite posizioni condivise in tutta la sinistra stessa. Sembra qui determinarsi lo strano fenomeno che nella storia si è sempre verificato al crollo vero e proprio di tutto un assetto politico istituzionale di lunga durata, quando la parte perdente non solo ha ovvie difficoltà, ma sembra totalmente impotente, come se fosse composta da pugili suonati o da autentici inetti.

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Ma come abbiamo potuto precipitare in tale situazione?

   Su questo ci soccorre il bel saggio di Giuseppe Rinaldi “I sacchi di sabbia vicino alla finestra” (qui 21 settembre 2018), che riprende un’analisi abbozzata su “Repubblica” dallo psicoanalista neofreudiano Massimo Recalcati. Salvini avrebbe saputo intercettare e strumentalizzare la “pulsione securitaria” che l’ingresso nel Paese di masse d’immigrati irregolari avrebbe scatenato nel nostro popolo. L’esplodere della nevrosi da insicurezza, di cui per moltissimi cittadini gli immigrati sono il fantasma persecutorio, sarebbe difficile da combattere anche perché ha alcuni fondamenti reali, come dimostra un altro analista, sociologo politico e statistico, caro a Rinaldi, Ricolfi. Il tutto s’innesta su un forte disagio reale, specie della nostra gioventù. Dopo una lunghissima crisi economica. Disoccupazione e sottoccupazione fanno percepire a tanta parte della nostra “povera gente” i poveri stranieri come intrusi che aggravano il suo disagio e rompono vecchi e già precari equilibri.

     La sinistra – sempre incapace di interpretare fenomeni socioculturali del genere, anche per il suo vecchio e sterile economicismo pseudomarxista, sarebbe spiazzata. È accaduto in tutto il mondo, ma tanto più nell’anello più debole – tra i Paesi veramente importanti dell’Europa -: l’Italia (oppressa – oltre a tutto – da una ripresa troppo debole, dalla disoccupazione, dalla sottoccupazione e dal malfunzionamento di tutti i servizi essenziali). Nonostante certe importanti iniziative di contenimento dei migranti dell’ex ministro Minniti. Oltre a tutto la nostra società vivrebbe una sorta di crisi del proprio capitale sociale, cioè una grande crisi di valori. Prevarrebbero, o comunque sarebbero diffusissimi, i free rider, che non sono solo i battitori liberi, ma in sociologia sono tutti quelli che si sentono autorizzati a farsi i cavoli loro, a scapito del bene comune, sino a creare una situazione in cui diventa normale evadere l’IVA, non pagare le tasse se appena si possa, passare con rosso o non curarsi di raccogliere la merda del cane se non ci sia nessuno che vede. La conclusione implicita di Rinaldi è abbastanza cupa. E io purtroppo non mi sento di smentirla.

Su ciò mi limito a fare due osservazioni. Una riguarda l’amoralismo o immoralismo diffuso di cui si è detto. Vale in tutti i paesi latini. Qui è mancata l’interiorizzazione della morale nell’intimo della coscienza, legata altrove alla Riforma protestante, che ha seguitato a funzionare anche quando la coscienza ha “assorbito” – prego di notare il participio passato – “Dio” nell’anima di tanti cittadini. Questi nel Nord Europa magari non credono più nel Dio Assoluto presente nella Coscienza per luterani o calvinisti, ma seguitano a credere nell’assolutezza della Coscienza. Fondare sul puro laicismo la morale sociale, senza religiosità interiorizzata o almeno implicita nel senso d’infinità della coscienza, per me è difficile.

   Ma non basta. In altri Paesi cattolico latini come il nostro, specie in Francia, si è reagito in altro modo: con quello che è stato detto “leggicentrismo”, ma anche col “governo forte”, però in contesto ben democratico. Insomma, si è reagito al deficit latino cattolico, o cattolico pagano, di interiorità morale diffusa attraverso uno Stato che funziona, e in cui chi governa non è nelle mani dell’ultimo fesso di passaggio, che ora minaccia i docenti, ora i medici, ora gli assessori o ministri o sottosegretari, per poi non concludere mai niente, ma mettendo tutti i detentori di un ruolo dirigente sempre a rischio; e in cui non ci sono governanti che pontifichino sui vaccini come fossero scienziati o che contestino grandi opere concordate da anni addirittura con altri stati europei, o olimpiadi, o che rilascino trafficanti di esseri umani, o consentano alla delinquenza organizzata di avere basi di massa, talora con folle che contestano la polizia che arresta camorristi. Si potrebbero fare mille esempi. Chi deve decidere cerca di non farlo, persino se ha il potere, per non cercarsi grane. Il non fare diventa un riflesso condizionato.

   Perciò ci sono istanze di rapidità dei processi penali e rapida esecuzione della pena, e di governi posti in grado di governare, che sono ineludibili. La governabilità, ben inteso senza abolire la democrazia liberale ma semmai blindandola, a mio parere è diventata il problema numero uno per chi, come l’Italia, non ce l’ha, e che rispetta le regole solo se non possa farne proprio a meno. Questa governabilità è importante non già perché “l’ordine” sia la prima esigenza (come per i reazionari), ma perché condiziona in modo pesantissimo la risoluzione concreta delle altre questioni sociali ed economiche, o di normale funzionamento dei servizi. Non si vuol capire che tu puoi voler fare la politica liberista o ultracapitalista della destra repubblicana americana oppure quella avanzatamente sociale e statalista assistenziale di Corbyn, puoi essere liberista o neo-keynesiano, ma se ti legano le mani dal più piccolo Comune ai vertici dello Stato; se bastano quattro “televisionari” o l’ultimo procuratore a sputtanarti, e a renderti la vita grama per anni, e se tutti quelli che decidono persino nella vita di tutti i giorni sono malsicuri persino in classe o in ospedale, e se chi paga le tasse o l’IVA regolarmente lo fa solo perché obbligato, tu come popolo e Stato non andrai da nessuna parte. Non è così né nei sistemi a due turno tipo Francia né in quelli in cui chi è primo alle elezioni fa il governo e poi può sciogliere la Camera e andare a nuove elezioni come in Inghilterra, per cui i deputati si guardano bene dal farlo cadere. L’Italia ha una grande crisi di governabilità sin dalla fine degli anni Settanta del Novecento. E questa crisi si è persino via via aggravata. Il “casino” è cresciuto e non decresciuto. Per questo mi era tanto piaciuto il Renzi che aveva cercato di riformare lo Stato con l’Italicum (doppio turno e premio di maggioranza) e assegnando alla sola Camera il voto di determinazione dei governi, e superando il ridicolo e assurdo regionalismo “sovrano” introdotto da Bassanini e compagni tramite l’infausta modifica dell’articolo 5 della Costituzione.

Sono assolutamente convinto del fatto che senza garantire non solo la divisione, ma il bilanciamento tra i poteri dello Stato, senza giustizia rapida e certa nelle pene, e senza riforme che garantiscano la durata del governo tra un’elezione e l’altra, questo Paese non potrà uscire dalla sua storica crisi. E siccome non è pensabile che un grande Paese come il nostro, oltre a tutto chiave nel Mediterraneo, finisca in una specie di estinzione graduale, se questi problemi non li risolvono i riformisti, li risolveranno i reazionari. Ecco perché Salvini cresce. Ci hanno provato i riformisti e non ci sono riusciti. Ora sono chiamati a provarci i reazionari con basi di massa.

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Nel discorso sul “Come ha potuto accadere”, il mio stimato amico Giuseppe Rinaldi privilegia i fattori di crisi di tipo socioculturale. Io concordo in grandissima parte, ma sono portato ad enfatizzare il ruolo delle scelte politiche di portata più o meno storica. Da un lato abbiamo conservatori illuminati e riformisti; dall’altro i conservatori radicali e reazionari. Ciò posto è ovvio che se cade il muro maestro riformista (di ogni gradazione), si afferma quello reazionario (d’ogni gradazione). E viceversa. Lo si è visto in contesti molto vari, nel processo che negli anni Venti del Novecento ha portato l’Italia da Giovanni Giolitti a Mussolini, o negli anni 1978/1994 da Craxi a Berlusconi, o in quella dal 2013 a oggi da Renzi a Salvini, In tutti e tre i casi ha avuto un ruolo decisivo, nella disfatta del riformismo, una forte corrente di sinistra o massimalista oppure alla ricerca di un riformismo immaginario diverso da quello maggiore che fosse in campo.

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   A tutti quelli che tramite fuoco amico hanno affondato i maggiori riformismi degli ultimi cento anni, un osservatore malizioso, ma non tanto rozzo, potrebbe dire quanto segue.

Non vi è piaciuto Giovanni Giolitti connivente con i socialisti? – E allora beccatevi Mussolini e il fascismo per vent’anni.

   Non vi è piaciuto fare il compromesso con il leaderismo di Craxi, ma in un quadro di sinistra unita dapprima possibile? – E allora beccatevi Berlusconi per vent’anni (di cui dodici di governo).

   Non vi è piaciuto il limitato premierato che voleva Renzi? – E ora beccatevi l’era di Salvini, che fa rima con Mussolini.

Il modo sicuro al 100% di far trionfare i movimenti reazionari di massa è sempre quello di battere preventivamente il riformismo che c’è: non quello immaginario impossibile, ma quello che c’era e contava nella storia (fosse reale o preteso, come sempre si può dire di ogni movimento).

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Ora leggiamo tutti giorni il lamento per il governo M5S-Lega “senza opposizione”: per il PD che “non c’è”. Ed ha senso. Ma chi ha delegittimato il PD di Renzi senza minimamente capire – anche se non era poi tanto difficile – che caduto quel bastione avrebbe vinto la destra? Prima avete segato il ramo in cui come sinistra si era seduti e ora vi lamentate perché chi ci stava seduto è finito col culo per terra. Vi siete inteneriti con Bersani, giustificando le ragioni di chi si opponeva a Renzi e alle sue riforme nel PD, per innumerevoli sere per televisione o su grandi giornali, come “Espresso”, “Repubblica” e “Fatto quotidiano”. E ancora oggi, persino dopo che i bersaniani di Liberi e Uguali sono evaporati, talora – come Scalfari e poi Esposito su “Repubblica” dei giorni scorsi – si auspicano separazioni “consensuali” tra liberali e socialisti nel PD: senza capire che lo scioglimento del PD potrebbe solo rendere permanente il trionfo dei populismi e della destra. Come si possono proporre nuove separazioni per il PD, in un quadro già lacerato e in crisi come l’odierno, in cui si dovrebbe semmai ricucire ogni strappo?

   Con ciò non voglio fare sconti al PD. Per me va riconosciuto che il PD – dopo la sconfitta 60 a 40 del referendum del dicembre 2016 – è risultato un pugile suonato. Ha reagito malissimo. Prima ha fatto una legge elettorale che ribaltava l’Italicum invece di limitarsi alle correzioni minime imposte dalla Corte Costituzionale. Poi non si è seduto, almeno tatticamente, a trattare col M5S nell’ora in cui lo si invitava a farlo (invece di rompere, come probabilmente avrebbe dovuto capitare, ma su contenuti programmatici). Più oltre il PD ha rinviato “sine die” il congresso, con la forte opposizione del solo Roberto Giachetti, che oggi considero il migliore della compagnia e che voterei volentieri come Segretario. Come se in tempi calamitosi come questi, quello che era stato il primo partito italiano potesse restare acefalo per un anno intero. Per uscire dal pantano il PD ha bisogno di avere un leader vero sanzionato da congresso e primarie. Contemporaneamente andrebbe fatto un dibattito vero vuoi sul programma e vuoi sulle alleanze (e anche sull’identità ideale del Partito). Può darsi benissimo che il “niet” al M5S, ormai così gravemente compromesso con la destra e così visibilmente inadeguato, risulti essere stato o essere giusto, e che restare ancorati ad uno sterile dibattito pro o contro una futura alleanza tra PD e M5S sia sterile. Ma in tal caso andrebbe gridata dai tetti e senza paura la conseguenza. Questa non può essere un velleitario isolamento del PD, ma la ricerca di altri alleati. Chi dovesse ritenere che non sia il caso di lavorare per allearsi con un M5S diverso da quello di Di Maio, dovrebbe osare dire che si deve lavorare per un Nazareno bis, ossia per un nuovo patto con Berlusconi e Forza Italia. Non lo auspico affatto, ma lo capirei. Ma restare volutamente in mezzo al guado – senza congresso al più presto; in posizione non liberal e neppure socialista; senza alleati né controproposte impegnative per tutti su temi specifici, e soprattutto senza un segretario legittimato dal voto degli iscritti e simpatizzanti, e nella pienezza delle sue funzioni – non significa far vincere Salvini; significa farlo trionfare per i prossimi vent’anni. Ciascuno si assuma, in proposito, le sue responsabilità.

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