Pier Luigi Cavalchini: Verdi. Affronte e Galletti: due tesi a confronto

Pier Luigi Cavalchini: Verdi. Affronte e Galletti: due tesi a confronto

So bene che non ritenete i Verdi, specie quelli italiani,  degni di attenzione, troppo “deboli” sia per contenuti che per numero, con personale politico utile – al massimo –  per giustificare le malefatte di qualche altro Ministro (nel caso fossero nella coalizione vincente) e, quindi, “edulcorare” la tradizionale delega ai “poteri forti”. 

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So altrettanto bene che in nessun altra formazione politica (nemmeno nel PD) esiste una così forte frantumazione al limite del “marcamento a uomo” all’insegna del “quello più vicino a me è il mio peggior nemico”.

So benissimo che abbiamo avuto (io sono iscritto a quel che resta dei Verdi italiani)  ottimi pensatori, affabulatori d’eccezione e – qualche volta – amministratori e Ministri di vaglia… Però tutto questo è servito a poco se, alla lunga, si è sempre e comunque ai margini e – quando si vuole uscire dal cono d’ombra –  bisogna andare a bussare a casa PD o dai Radicali o, absit iniuria verbis, dai pentastellati.

E pensare che avevamo capito prima degli altri che la politica dell’uomo solo al comando non avrebbe funzionato. Fummo noi a stigmatizzare (a Bologna  nel 1995) ciò che avrebbe provocato la Legge 142/90, quella della maggiore influenza dei Sindaci rispetto a Consiglio Comunale e partiti. Una china pericolosa che segnalammo in pochi e di cui pochi si avvidero.

Fummo ancora noi, con Ronchi, Mattioli e Scalia a descrivere le malefatte delle varie combriccole (più o meno “mafiose”) che intesero lo “sviluppo” come autostrade, ponti (fatti anche male) , occupazione di suoli e cementificazione

Ma fu tutto inutile. Eppure avemmo la forza di spellarci le mani a più non posso quando fu approvata una legge “forte” sui Rifiuti (col Ministro Ronchi), speranzosi in un colpo d’ala che ci avrebbe portato in alto, fra i Paesi civili che ritengono la “raccolta differenziata” e il “riciclo”normale routine.

E così di seguito, tra documenti, mozioni, viaggi in treno, prenotazioni di sale, informazioni prima via telefono poi via web… fino ad oggi. E la situazione odierna ben ce la riassumono il già Ministro dell’Ambiente (governo Gentiloni) Galletti e il parlamentare europeo  – ex pentastellato – Affronte. Un’occasione per tornare a parlare di politica di Verde, per provare – finalmente – a chiarirsi sulle questioni fondamentali nella ricerca di una comune posizione da spendere poi con alleati e avversari. Vediamo di che si tratta

Perseverare è diabolico.  Abbiamo bisogno di una svolta. (1)

Mi fa piacere che il mio intervento dell’altro giorno sia stato colto per l’apertura di un dibattito. Peccato, non fu così alla vigilia delle elezioni quando un mio contributo simile venne ritenuto non degno di pubblicazione sul sito dei Verdi. I contenuti erano molto simili, e forse avrebbero potuto portare ad una riflessione più profonda prima di lanciarsi della disastrosa scelta di “Insieme”. Eppure il mio spirito era, e resta, molto costruttivo. Io sono iscritto ai Verdi Europei e faccio parte del Gruppo Greens/EFA da due anni. Mi ritengo della grande famiglia verde che ha una proiezione globale, e non locale.

A me piace la musica verde, non la ritengo affatto incompleta. Peccato che il punto sia un altro: in Italia questa musica la ascoltano in quattro gatti. E siccome è la musica della cultura ecologista, che è la soluzione ai tanti problemi, dobbiamo fare in modo che molti, molti di più la ascoltino. Questa è la sfida.

Dire: “la nostra musica verde e la più bella, se gli altri non lo capiscono fatti loro” ci condannerà in eterno allo 0, % e quindi condanna la cultura ecologista alla non rilevanza. Esattamente come è stato fino ad ora. Siamo contenti di continuare a non contare nulla, siamo felici della nostra supposta bravura nell’aver capito per primi molti temi importanti, come il biologico, su cui ora tutti si avventano? Beh, ho una notizia: non serve assolutamente a niente se non riusciamo a smuovere un grande numero di persone.

Galletti non ha mai voluto rispondere a due domande che ho fatto già diversi mesi fa:

  1. Per quale motivo chi votava Verdi e li ha abbandonati dovrebbe tornare a farlo?Cos’è cambiato?
  1. Quali ragioni potrebbero spingere chi non ha mai votato Verdi a farlo ora?Che stimoli diamo a queste persone? Che messaggio? Che narrazione potrebbe ora convincerli se non lo ha fatto per 30 anni?

Aspetto ancora risposte.

Mi dispiace dirlo, ma la narrazione di Galletti, quella di “quelli dell’albero”, è tanto suggestiva quanto perdente. Siamo sempre al solito punto. Ci raccontiamo fra di noi che il nostro giardino è il più bello di tutti, ma non facciamo un passo per fare sì che gli italiani abbiano voglia di visitarlo.

Mi fa piacere sapere che, a un anno e mezzo di distanza da quando lo dicevo io, sembra che ora finalmente tutti si siano accorti che accodarsi col cappello in mano al primo gruppuscolo che passa – o al potente di turno – non serve a nulla. Lo dicevo e lo scrivevo dall’inizio del 2017. Ho accolto con orrore l’accodamento a Pisapia, in una fase nella quale nemmeno Pisapia stesso sapeva dove andare. Ancora peggio ho visto il progetto di Insieme, sulla scia di un PD lontanissimo anche dai temi ambientali. I fatti mi hanno dato ragione, e torto a chi invece voleva questi improbabili apparentamenti. La lezione sull’autonomia dei Verdi, dunque, è stata rivolta alla persona sbagliata. Sarebbe necessario una maggiore autocritica, altrimenti i risultati saranno sempre i medesimi.

Concentrarsi sui cambiamenti climatici, poi, non basterà. Non credo di aver bisogno di spiegazioni sull’importanza del tema (sono stato delegato alla Cop21 di Parigi, alla Cop22 di Marrakech, alla Cop23 di Bonn e andrò alla Cop24 di Katowice, oltre ad aver organizzato e partecipato a decine di incontri e conferenze, senza contare quelle in fase di pianificazione). Ma il tema va inserito in un contesto più ampio di risposta alle paure e necessità degli italiani, integrandolo con la risposta che la cultura ecologista può e deve dare alle loro paure e necessità. Dobbiamo essere più simili ai Verdi Europei, che sono in grado di parlare con autorevolezza di tutti i temi, fornendo anche soluzioni. Semplificando brutalmente, non puoi parlare di cambiamenti climatici a chi non ha lavoro o non si sente tutelato sotto altri aspetti, ma puoi dirgli: noi abbiamo una risposta diversa da quella che qualunque altra forza politica ti darà. E’ questa, è diversa da prima, è completa ed è inserita in un processo europeo e mondiale che la rende più efficace.

Per riuscire a fare tutto questo abbiamo bisogno di una svolta, di darci slancio dalle nostre radici verdi verso qualcosa di nuovo, e aperto a contaminazioni. Lo dobbiamo fare presto, per arrivare pronti alle scadenze elettorali, e dobbiamo capire che la prospettiva che abbiamo davanti è lunga. Ci servirà tanta energia, un’ottima comunicazione e nessuno che continui a guardarsi indietro con sterile nostalgismo.

 

Una vera svolta.  (2)

Presentare i “Verdi” alle prossime europee.

Mi dispiace che Marco Affronte abbia letto il mio intervento come risposta al suo e come “lezione” .
Né tantomeno voleva essere una messa in discussione del suo essere verde.
Non era affatto nelle mie intenzioni ed ho semplicemente scritto quanto avevo detto nei miei due interventi al convegno di Roma , che si trovano sul sito.
Forse non mi sono spiegato bene . Proverò a chiarire.
Nessuna nostalgia . Auspico una vera svolta dei Verdi italiani .
Sono il primo , e non da oggi, a criticare alleanze spurie ,che poi non hanno mai portato risultati ed hanno allontanato potenziali elettori, nonostante le buone intenzioni e i programmi condivisi.
Quindi la svolta oggi significa abbandonare il politicismo, le somme a perdere di pezzi di ceto politico, di sigle e persone più o meno note.
Presentare i Verdi  nella loro autonomia è oggi una svolta necessaria.
Aperti a tutti coloro che si riconoscano nella visione ecologista europea e mondiale.
Su questo occorre esprimersi con chiarezza.
Si esprimano apertamente le proprie proposte. Le alleanze eventuali. Le loro motivazioni. Nessuno pensi di porre i verdi di fronte a fatti e patti conclusi senza un percorso aperto e partecipato a tutti i livelli.
Si valutino per tempo le proposte con assemblee a tutti i livelli.

Nessuna rottamazione e nessuna contaminazione che distorca il messaggio.
Nessuna tecnica comunicativa può funzionare se il messaggio non risulta chiaro e distinto,unico e originale.
Questo messaggio deve trovare una sintesi, una leva, un punto dal quale partire per poi spiegarlo nella sua complessità
E questo , oggi, potrebbe essere il cambiamento climatico.

Sulle domande poi che Marco Affronte mi rivolge, perché non si vota più verde e perché si dovrebbe votare verde , dico in sintesi che alle ultime elezioni non e’ mai stata presentata la proposta verde nella sua chiarezza ma alleanze più o meno spurie che non hanno convinto i potenziali elettori verdi nuovi e vecchi .
In ogni caso segnalo un mio breve saggio di ormai vari anni fa, pubblicato sulla rivista Lo Straniero ed oggi disponibile  qui ed un recente intervento sul sito dei verdi italiani
che cercano di spiegare da dove veniamo e dove possiamo andare.
Penso che molte cose ci uniscano nella musica verde.
Con una sottolineatura . Pensare globale, agire locale è stata una nostra parola d’ordine fin dalle origini. Certo occorre anche agire globale. Agire oggi anche in Europa per una europa diversa ecologica e sociale.
Ma non possiamo saltare l’agire locale.
E nemmeno sottovalutare le radici.
Se non ci sono non si cresce.
E nemmeno gli alberi. Piantarli contro il cambiamento climatico può essere la leva anche per nuove prospettive di una diversa economia e di nuovi lavori.
E anche il disoccupato potrebbe capirlo.
“Noi piantiamo gli alberi e gli alberi piantano noi,perché apparteniamo gli uni agli altri e dobbiamo esistere insieme”

(Joseph Beuys, artista, fondatore dei Grunen, che ha operato anche in Italia)

….

(1)   di Marco Affronte

(2)  di  Paolo Galletti

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