Che odore di limoni e gelsomini che c’è nella mia terra se cammini…

che odore sicilia

di Lorenzo Cusimano

Tanto tempo fa, prima della scoperta dell’America, prima del Colosseo di Roma, prima delle Guerre Persiane, prima di Cartagine, prima di Gerusalemme, prima di Ur, Babilonia, Micene e delle grandi piramidi d’Egitto, quando tutti sapevano che la Terra era rotonda ed era essa a girare attorno al sole e non viceversa, il Mediterraneo non era un mare, il Mediterraneo non esisteva. Esisteva soltanto una grande isola all’interno del suo grande bacino: la Sicilia.
L’isola, sterminata e immensa, prosperava allora; le terre erano verdi, l’acqua fresca e limpida le percorreva e i contadini sapevano che sarebbe bastato l’onesto lavoro: ogni anno i raccolti sarebbero stati ricchi e abbondanti per tutti; e non è vero che i giardini degli agrumi, i fichi d’India furono introdotti successivamente: erano già presenti, solamente che quando l’isola cominciò a ritirarsi, arance e limoni furono dimenticati; c’erano persino i pomodori e ogni genere di ortaggi.


Ancora oggi, con molta attenzione, è possibile tracciare con dito l’antico perimetro della Sicilia. Ne sono testimonianza le città che furono divise dal lento e irreversibile ritirarsi e dell’inspiegabile rimpicciolirsi dell’isola. Basta guardare una semplice carta geografica del Mediterraneo per accorgersene. Panormus, altro che un “tutto-porto”, era un “tutt’uno” con Parthenope e Massalia: il Cassaro era la porta dell’Europa del nord, da lì entravano i mercanti e le genti provenienti dalla Germania, dalla Francia e dalle varie Gallie, le genti celtiche portavano la loro cultura, che si mischiava con quella dei punici di Solunto e degli elimi ericini; dalla parte in cui non si distingueva il quartiere napoletano da quello palermitano si aprivano le strade per l’Italia, per gli umbri, gli osci e i sabini. Si diceva che quivi fossero le donne più belle dell’isola: erano piccole, dai folti capelli neri e ricci e dagli occhi scuri come la notte, sapevano amare ed erano veramente belle, senza nulla togliere alle altre che erano anch’esse belle e amate.
La piccola San Vito Lo Capo era un villaggio gemello a Cagliari. Gli abitanti di queste due paesini dilettavansi a sfidarsi in prove di coraggio durante le feste tradizionali. Il villaggio, che grazie ai suoi valorosi uomini riusciva a superare le difficili prove, concedeva agli sconfitti la metà dei propri raccolti e dei propri formaggi. I vincitori però non riuscivano mai a imporsi per due anni di seguito, alla vittoria di uno, l’anno dopo seguiva quella dell’altro. Nell’estrema parte occidentale della Sicilia, tre città costituivano i punti nevralgici di una prosperosa area: Trapani si collegava per due grandi strade a Barcellona, e l’unica città che un tempo costituivano, era un fiorente punto di incontro per gli antichi terraconensi e per i popoli dei Pirenei tutti; Marsa-Allah, che nei giorni dispari si faceva chiamare Lilybaeum, era una sola grande metropoli con Ceuta, Tangeri e Gibilterra. Le colonne d’Ercole erano i fari dell’antico porto che all’Atlantico volgeva lo sguardo e le navi, che da esso partivano raggiungevano ogni angolo della Terra: dalle isole di Cipangu nel Mare Giallo, al Capo di Buona Speranza, allo Stretto di Magellano, che ancora non si chiamava “di Magellano” ma che gli abitanti di quelle zone conoscevano già come tale, all’isola della Tasmania, alle foci del fiume Gange, alle coste del Labrador, all’isola di Pasqua; «PLUS ULTRA» era il moto dei marsalesi. La bella Mazara, invece, era l’antico quartiere dei pescatori e un semplice arco lo divideva dal quartiere residenziale di Cartagine; mentre Selinunte era la porta dell’Atlante e del Nord-Africa, dall’alto del quale era possibile scorgere le antiche carovane di mercanti che attraversavano il Grande Deserto e giungevano sino a Tripoli, la città gemella di Sciacca.
Quella che per i Romani era la Cirenaica, ai tempi di cui narriamo l’antica geografia, non era altro che una grande dépendance della fiera provincia di Akràgas. Questa città aveva una particolarità: i cittadini della parte alta solevano chiamarla Gergent, mentre quelli della parte bassa preferivano chiamarla Agrigentum. Tutti gli abitanti però, avevano l’arte e la capacità di costruire grandi edifici, belli, con ampi loggiati circondati da altissime colonne; non lasciavano vuoto mai nulla, riempivano gli spazi con statue e basso-rilievi. E tutta la valle profumava di limoni e gelsomini, mentre i colori erano quelle dei mandorli e dei suoi fiori, e le architetture doriche.
A Terranova il Nilo si immetteva, da misero affluente, nel fiume Gela e il piccolo centro di Alessandria, sul grande bacino del corso d’acqua africano, era rinomato per le piante di papiro che ancora oggi rimangono nella parte sud-orientale dell’isola, riempiendo di verde le costiere zone e i bacini semi-salati. La bella Syrakousai apriva le porte all’Oriente mistico e all’Oriente antico; erano Gerusalemme e Damasco, entrambi borghi e periferie della città dei Corinzi, a guardare verso il deserto e a scorgere nella lontananza le fertili rive del Tigri e dell’Eufrate e la Porta di Ishtar del grande Nabucodonosor.
A nord del Simeto, protetta dal grande Vulcano, l’imponente città di Katàne era il punto obbligato di passaggio per le porte del Pireo. Da essa partivano le vie commerciali per i Balcani, mercanti macedoni, traci, illirici, giungevano a Catania per vendere le loro mercanzie pregiate. E tanti venivano poi a vedere, benché increduli, gli edifici di pietra nera, l’oro nero dell’Etna. Erano rinomati i pistacchi, in tutti e tre i vecchi continenti; sin dalla Scizia e dall’Ossezia venivano ambasciate con forzieri carichi d’oro per ottenere una manciata di quei preziosi frutti verdi, quanto le colline e le piane che la ricchezza d’acqua rendeva fertili, in una terra in cui ogni città aveva le sue fontane spettacolari e le sue terme, come quelle di Himera o di Thermae Selinuntinae, poi Sciacca. Sempre più a nord, dove oggi le correnti marine fanno incontrare lo Ionio e il Tirreno, i cittadini di Zancle, dopo la prima e più devastante immane catastrofe tellurica, anche più del 1908, decisero di cambiare il nome alla città, scelsero quello di Messanaal posto dell’infausto “Falce”. Prima della catastrofe, che il mito vuole causa della scomparsa di Atlantide, Messina era collegata, da un sistema intelligente di traghettatori, alla Porta dei Sultani che la volevano d’oro e degli Imperatori che la volevano capitale, tanto da sostituirla a Roma. Allora Byzàntion guardava i monti Peloritani e i pastori dei Nebrodi scendevano verso Costantinopoli. Messina si apriva al Mar Nero e tutti i porti del Pontus Euxinus, da Odessa, Varna, Trebisonda, erano in ottimi rapporti commerciali con l’antica Messana.
Cefalù era la meta prediletta per i vacanzieri etruschi che amavano la natura e che tra i boschi delle Madonie passavano i loro fine-settimana di agosto.
Dall’interno tutto era controllato dalle alte città di Henna e di Nissa, da quelle alte quote era possibile controllare l’intera isola, l’intero territorio: a ciel sereno ogni angolo era perfettamente visibile, il panorama era un capolavoro mozzafiato, la foto perfetta del “Grande Fotografo e Architetto”, la tela dipinta con i colori dell’azzurro e della terra e dei suoi frutti. E le scale e le pietre forti, le selve verdi e vive, i corsi d’acqua orgogliosi di scorrere e di portare a tutti la loro grazia e la loro benedizione, gli dèi che soddisfatti guardavano dall’alto il paradiso creato, i frutti dolci più del miele e più colorati dell’arcobaleno dopo il più violento degli acquazzoni, gli uccelli lieti di volare e gli uomini lieti di vivere.
Un tempo poi, la sciagura: la terra cominciò a ritirarsi e a rimpicciolirsi. Si fece strada il mare, e i quartieri si separarono dalle antiche città. La gente cominciò a dimenticare; il rimorso, il rancore e il tormento di chi aveva odiato tutto quello che era stato prima, fu tramutato in rabbia, mafia e arroganza, senza chiedersi il perché, senza sapere il perché di questa inspiegabile e rovinosa reazione. La vita però continuò. Qualcuno da antiche mappe e da antichi codici, scorse un lontano passato diverso, volle accertarsi del vero e dire alla gente di tale scoperta. Qualcuno, di quelli con il rancore, il rimorso e il tormento, fece in modo che i primi tacessero per sempre. Allora le terre cominciarono a inaridirsi e i corsi d’acqua a inquinarsi e il sorriso a smorzarsi sempre più tra i denti. La Sicilia fu circondata dal Mar Mediterraneo, che per lungo tempo fu ancora il punto di incontro per i vecchi amici e per i fratelli che furono divisi dal mare e dalla dimenticanza.

Lorenzo Cusimano, Casteldaccia (Italy), 2008.

https://qsimano.wordpress.com

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