Il mestiere di leggere. Blog di Pina Bertoli

Tre giorni prima di morire mi consegnò dodici fogli strappati da un taccuino. Pagine scritte fitte, macchiate di schizzi di caffè, cerchi di bicchieri e bottiglie di vino, baffi d’inchiostro e bruciacchiature di sigaretta. La grafia era minuta, precisa, a tratti febbrile, ma – a parte rari passaggi dove le parole si celavano dietro un’accozzaglia di lettere – mai illeggibile. Nessuna cancellatura, nessuna aggiunta. Le righe erano serrate, per sfruttare ogni millimetro di carta.
“Per dopo”, mi disse. (…)

Capii che si trattava del diario che aveva tenuto nella primavera del 1976, appena dopo la sua fuga dall’Unione Sovietica. L’avevano subito portato in un campo profughi, allestito in una vecchia abbazia alle porte di Roma. Me l’aveva raccontato: per trenta giorni era rimasto rinchiuso in una cella di isolamento, con l’unica compagnia di una penna, un taccuino che aveva comprato all’aeroporto di Mosca, un thermos di caffè la mattina e…

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