Saffo

L’analisi testuale della lirica appare sintetica e completa; consiste in una dotta notevole parafrasi rivissuta, che arricchisce di echi originali, poetici e concettuali insieme, un testo così pieno e concentrato. Essa segue, ripercorrendola, la traduzione di  Salvatore Quasimodo, il quale, rispetto alla  traduzione fedele del sommo grecista Filippo Maria Pontani (Einaudi) accentua il carattere sentimentale  dei versi (giunti a noi, purtroppo, in frammenti, non scordiamolo, manca la prosecuzione, lunga o breve, non sappiamo). Alla maniera del grande critico Piero Citati, importante studioso, tra gli altri, di Leopardi.  Elvio Bombonato                                                                                                                                                                  

Saffo:  ODE ALLA  GELOSIA

A  me  pare uguale  agli  dei

chi  a  te vicino così  dolce

suono  ascolta  mentre  tu  parli

e   ridi amorosamente.  Subito  a  me

il  cuore si agita nel  petto

solo  che  appena  ti veda,  e la voce

si  perde  sulla  lingua inerte.

Un  fuoco  sottile affiora  rapido  alla pelle,

e  ho  buio negli  occhi e il rombo

del  sangue  alle orecchie.

E  tutta  in sudore  e tremante

Come  erba  patita  scoloro:

e  morte  non  pare  lontana

a  me  rapita  di  mente.

(trad. S. Quasimodo, Lirici greci)

Saffo visse tra il 600 e il 550 a. C. a Mitilene nell’isola di Lesbo.  Fondò un tiaso, collegio aristocratico che educava fanciulle benestanti (destinate al matrimonio) alla musica, alla poesia, alla danza.

Questa poesia è, forse, dedicata a un uomo. Il tema è l’amore: chi può stare ‘ vicino’ alla persona amata diverrà, solo per questo, simile agli dei, perché potrà godere il dolce suono (‘angelicato’) della voce dell’altro.  

Il termine cui ricorre Saffo è, non a caso, ‘suono’, in quanto evoca le note celesti di chi parla; ha una funzione ‘salvifica’ oppure rende , comunque, beato chi ascolta.

Dante aveva scritto: “…e par che de la sua labbia si mova/ un spirito soave pien d’amore” ,nel celebre sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”.   

”Ridi amorosamente”: è il sorriso pudico che Leopardi attribuisce a Silvia, la cui persona è delineata, con splendido ossimoro, nella descrizione dello sguardo: “negli occhi tuoi  ridenti e fuggitivi”, perché l’amore autentico è  come una carezza,  che sfiora lieve lieve l’amato. 

Segue un’accelerazione: “Subito a me/ il cuore si agita nel petto”, quasi ad annunciare la perdita del controllo, quando l’oggetto dell’amore sfugge e rischia di diventare inafferrabile.

Per dichiarare questa tensione, viene meno il pudore espresso nei versi precedenti; l’irruenza della passione provoca un’inibizione: “…e la voce/ si perde nella lingua inerte”.  Come non pensare a Leopardi che scrive: “Lingua mortal non dice/ Quel ch’ io sentiva in seno” (“A Silvia”)?

L’incomunicabilità dell’amore è un altro tema ricorrente nella nostra letteratura. Drammatica quella della “Gerusalemme liberata”, nel corso del duello fra Clorinda e Tancredi. 

Questi, innamorato della guerriera saracena, dopo che lei aveva incendiato la torre con cui i cristiani avrebbero voluto entrare in Gerusalemme assediata, la insegue e, non riconoscendola in quanto coperta dall’elmo e dall’armatura, la sfida.  

Alla fine, dopo alcuni scontri che mimano l’amplesso amoroso, Tancredi le immerge la spada nel petto (altra metafora erotica).  Lei cade.  Tancredi le toglie l’elmo e resta basito; la battezza, su sua richiesta.  

Lei muore, uccisa proprio da colui che l’amava follemente, invano.

La lirica quindi riprende il ritmo celere: dall’inerzia emergente dal v. 7 all’incipit del v. 8 “Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle”: l’ardore irrefrenabile è comunque delicato e accresce l’impeto della passione come ‘il rombo/ del sangue’.  

A questo colorato ed esaltato sentimento, fa da contrasto ‘ho il buio negli occhi’  del verso precedente.

Quasi a dire che quel brivido, che scorre nella carne fino a sconvolgere le viscere di chi prova l’amore, fa perdere il senno (la pazzia di Orlando, quando scopre che Angelica ha sedotto Medoro:  superba l’ironia di Ariosto. 

La “rosa” della bellissima Angelica, concupita da tutti i nobili cavalieri, cristiani e saraceni, viene colta da un fante, adolescente, ferito, musulmano, efebo passivo dell’amico Cloridano e del perverso re Dardinello.  

“Angelica a Medor la prima rosa/ coglier lasciò, non ancor tocca inante” Furioso, canto XIX, ottava 33).

 Non è necessario definire le caratteristiche del volto di chi è l’oggetto dell’amore.  

Conta solo il turbamento che lo ha provocato, indomabile. Lo leggiamo al v. 11 “E tutta in sudore e tremante”, la gelosia straripa i confini del corpo, non è più possibile soffocarla, anzi è così violenta che “scolora” il viso di chi la prova.

L’immagine dell’erba induce a pensare alla tenerezza di un sentimento (l’amore) tradito sul nascere, al punto da  portare alla ’morte’ dell’anima. Le farà eco “Tu pria che l’erba inaridisse il verno,/ Da chiuso morbo combattuta e vinta,/ Perivi, o tenerella…” (“A Silvia”).

Elena Di Gesualdo

foto: http://www.queerblog.it/