di Fabrizio Centofanti

Che ne facciamo del dolore? Qualcuno bestemmia, qualcun altro si ripiega su se stesso, molti danno la colpa al vicino, all’epoca storica, allo Stato. Il dolore è un ingombro, un incidente, una iattura, a seconda delle prospettive personali. Quando faccio il turno delle benedizioni, qualcuno si presenta con cornetti, coccinelle, ferri di cavallo; pensano che un amuleto possa essere un argine alle possibili disgrazie. Altri presentano le fedi, pur tenendo alla larga il sacramento: chissà che Dio non li protegga anche se lo hanno rifiutato.
Il dolore, insomma, ha a che fare con l’occulto, la superstizione, la magia. È qualcosa che ci sfugge, che non controlliamo, per cui ci affidiamo a forze sconosciute, e spesso inesistenti. È l’effetto placebo, che rende autorevole persino il verbo della cartomante.
Il Vangelo ci propone un’altra via: offrire a Cristo il dolore. È evidente la differenza tra il Figlio di Dio e un pendaglio apotropaico. Ma soprattutto è antitetico l’effetto: il secondo è un calmante, il primo è la pace inalterabile del cuore.

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