Guardare, citazione di Maria Cannatella

Guardare, di Maria Cannatella

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Ho imparato a guardare, solo così posso apprezzare quello che vedo.

Citazione di Maria Cannatella @ 

RISERVATI TUTTI I DIRITTI@ 

foto Pinterest

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

6 pensieri riguardo “Guardare, citazione di Maria Cannatella”

  1. Devo dire che sono un po’ perplesso, qualche giorno fa ho letto diversi commenti di Tommaso sugli “haiku” di Maria Cannatella, poi sono spariti quasi tutti.
    Da lettore appassionato di Haiku ho notato che i commenti di Tommaso erano “critici” ma ben motivati, e risulta chiaro che ne l’autrice, ne voi di Alessandria today siete riusciti a ribattere entrando nel merito.
    Al di la di chi ha dato una menzione di merito all’autrice, mi sento di confermare che l’aver ricevuto una menzione non significa che questi scritti possano essere definiti haiku.
    Scritti come “Guardare”, come “La foglia”, come “Ogni bacio”, tutti di Maria Cannatella non sono Haiku.
    Con i toni più cortesi e pacati possibili, avrei piacere di leggere da parte dell’autrice e di Alessandria today perchè vengono definiti haiku e postati come tali.
    Un saluto
    Ale

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    1. Non abbiamo problemi ad accettare le critiche quando sono argomentate e sopratutto corrette e non insistenti a livello di stolking, come nel suo caso, pertanto pubblichiamo il suo commento che giriamo al’Autrice che deciderà se rispondere in merito. In caso contrario chiediamo cortesemente anche a lei, come avevamo fatto con Tommaso, ma purtroppo con esito negativo, di non insistere sull’argomento, anche se Lei e Tommaso non li considererete haiku… grazie

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  2. Io non ho assolutamente intenzione di insistere sull’argomento. Le mie sono osservazioni su qualcosa che, probabilmente, si è spinto oltre un limite logico.
    Nel mio caso: io sono qui, pronto ad argomentare sul fatto che questi scritti non possiedono quelle che sono caratteristiche imprescindibili della poesia haiku.
    Solo una precisazione: non è che io e Tommaso non li consideriamo haiku. Il fatto che questi tre scritti di Maria Cannatella non sono haiku è un dato certo.
    Non è una cosa “opinabile”, se vorrete entrare nel merito, sarò lieto di spiegarvi il perchè.
    Penso che il fatto di sviluppare una tematica come questa e di dipanare problematiche che possono portare convinzioni errate sia interessante per chiunque legga questo blog , come ho scritto però, non ho nessuna intenzione di insistere se, dall’altra parte, non c’è nessuno interessato a capire dov’è lo sbaglio.
    Saluti
    Ale

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    1. Buongiorno, ho letto e approvato anche il suo secondo commento e in tal senso le rispondo quanto segue:

      1) L’autrice dei post in questione che abbiamo ricevuto e pubblicato, la conosco online da anni e mi risulta essere una persona corretta, è un autodidatta, nel senso che è partita da zero nello scrivere le poesie, rispetto all’inizio di alcuni anni fa è migliorata moltissimo, anche se ovviamente come per tutti, nessuno escluso, c’è sempre da imparare.
      Tutto quello che ci invia da pubblicare è firmato per esteso e quindi è eventualmente rintracciabile sul suo profilo facebook con un messaggio privato.

      2) Non essendo competente in materia mi sono documentato su fonte Wikipedia dove in merito agli haiku si evince quanto segue:
      L’haiku (俳句? [häikɯ]) è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. Generalmente è composto da tre versi per complessive diciassette more (e non sillabe, come comunemente detto, secondo lo schema 5/7/5. Tuttavia, ci sono voci critiche sulla distribuzione di sillabe, come Vicente Haya o Jaime Lorente.
      Inizialmente indicato con il termine hokku (発句? lett. “strofa d’esordio”), deve il suo nome attuale allo scrittore giapponese Masaoka Shiki (1867-1902), il quale coniò il termine verso la fine del XIX secolo, quale forma contratta dell’espressione haikai no ku (俳諧の句?, letteralmente “verso di un poema a carattere scherzoso”). Il genere haiku, nonostante già noto e diffuso in Giappone, conobbe un fondamentale sviluppo tematico e formale nel periodo Edo (1603-1868), quando numerosi poeti tra cui Matsuo, Kobayashi, Yosa Buson e, successivamente, lo stesso Masaoka Shiki utilizzarono prevalentemente questo genere letterario per descrivere la natura e gli accadimenti umani direttamente collegati ad essa.

      3) Ritengo che potrebbe essere utile, se lei volesse farlo, provvedere ad inviarci un suo testo scritto e firmato per esteso, nel quale motivare le caratteristiche imprescindibili della poesia haiku, saremo lieti di pubblicare un post in tal senso.
      Cordiali saluti.
      ps. se crede lo scriva pure nei commenti specificando se ci autorizza a pubblicare il contenuto in un post a suo nome su Alessandria today e in tutte le pagine social collegate

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  3. Intanto mi fa piacere vedere che stiamo entrando nel merito.
    Non credo che sia necessario, per sviluppare una tematica simile, dover scrivere con vidimazioni, autentiche, timbri e firme su marche da bollo ecc. Leggo nel vostro ultimo messaggio che alessandria today dichiara di non avere competenze specifiche in materia e questo mi basta, leggo anche che l’autrice è autodidatta e, probabilmente, non ha approfondito la materia prima di lanciarsi nella stesura e nel postare in questo blog.

    Al di la delle definizioni “canoniche” e molto “generiche” della poetica haiku che si trovano in rete, occorre capire quelle che sono le peculiarità di base, assolute è imprescindibili dello haiku.
    La struttura del componimento in 5/7/5 sillabe, divise nei tre versi è ormai quasi universalmente riconosciuta in Italia, va detto che è (a detta degli storici) il miglior adattamento possibile tra gli “on” – “onji” (“suoni”) giapponesi e le “unità fonetiche” italiane; tale struttura è un elemento importante dello haiku, ma non è il più importante.
    Un secondo elemento, anch’esso importante è il riferimento stagionale che dev’essere inserito nello haiku. Questo riferimento, definito “kigo” (letteralmente “parola della stagione”) può essere diretto (es. “pioggia primaverile”, “alba d’inverno”, “sera estiva” ecc. ) oppure indiretto (con parole che richiamano inequivocabilmente una stagione: es. “afa” per l’estate, “neve” per l’inverno, “foglie gialle” per l’autunno ecc.). Anche il kigo è un elemento importante, ma non è il più importante.
    Oltre a questi elementi e a molti altri che caratterizzano la corretta stesura dello haiku (come, per esempio, il “kireji”, con lo “stacco” e il “ribaltamento semantico ecc.) c’è l’elemento assoluto e imprescindibile dello haiku, l’elemento che caratterizza lo spirito stesso dello haiku: il QUI’ E ORA). Senza il “quì e ora” non è possibile parlare di haiku.
    Ogni haiku deve partire dall’immagine di un “quì e ora” visto e vissuto dell’autore.
    L’autore, attraverso la propria sensibilità è rimasto “catturato” da qualcosa di particolare e, attraverso il proprio vissuto, è riuscito a tradurre quell’immagine e quell’emozione in un componimento, le precise peculiarità della poetica haiku lo hanno costretto a “tagliare e cucire” le decine di parole e di possibilità fino ad arrivare all’essenza di quell’immagine, di quell’emozione. Solo tre versi, si! Solo diciassette sillabe, derivate da un “quì e ora”, portate all’essenza di haiku che si integra e si completa attraverso la sensibilità e il vissuto dei possibili futuri lettori.
    Questo è lo haiku! Questo, in parole povere è solo un accenno allo spirito di quella straordinaria poetica, un accenno che andrebbe poi sviluppato in decine e decine di pagine, ma in linea di massima questo è quello che sta alla base dello haiku, e senza il “quì e ora” non si può parlare di Haiku.
    Questo è anche il motivo per cui gli scritti di Maria Cannatella come:

    “Ho imparato a guardare, solo così posso apprezzare quello che vedo”

    e come

    “Ogni bacio ricevuto in passato, rimane sulle labbra di chi lo ha donato”

    non sono haiku!

    Lo haiku non è una “massima”
    Lo haiku non è un “aforisma”
    Lo haiku non è una “metafora”
    Lo haiku non è un “pensiero filosofico”
    ecc, ecc,

    Questi due scritti di Maria Cannatella possono essere delle “massime, degli “aforismi”, perfino dei “pensieri filosofici” ma non sono haiku, se li si considera poesie dovrebbero essere chiamate poesie, non haiku (perché la struttura 5/7/5 non basta!).
    Perché non c’è quì, non c’è ora, non c’è niente che abbia la caratteristica di uno haiku, manca la logica, lo spirito e la caratteristica essenziale dello haiku.

    Il terzo componimento di Maria Cannatella presenta un problema diverso:

    “Caduta la foglia, stanca di stare su un albero, cerca una via di fuga”

    Per chi non ha approfondito la materia questo potrebbe “sembrare” uno haiku (gli altri due non “sembrano” neppure, ma questo, a chi non conosce questa poetica, potrebbe “sembrare”), ma questo scritto ha un altro problema.

    Lo haiku non ammette assolutamente l’umanizzazione della natura; nel mondo haiku è semplicemente inconcepibile scrivere che una foglia è “stanca” di stare su un albero e/o che “cerca” una “via di fuga”.
    E’ proprio lo spirito dello haiku che vieta di “umanizzare”, di dare alla natura una “specifica volontà” con espressioni e/o sentimenti che appartengono certo al regno vegetale: una foglia “stanca”, un fiore “triste”, un albero “timido” ecc. Queste cose sono accettate forse nella poesia, ma nello haiku non hanno alcun senso.
    Si spiega così il motivo per il quale anche il terzo scritto di Maria Cannatella non è Haiku.

    Spero che dopo essere entrati nel merito, con lo sviluppo delle motivazioni dettagliate, siano nitidi i motivi per i quali è stato affermato dallo scrivente (e prima di me da Tommaso) che gli scritti di Maria Cannatella non sono haiku.

    Saluti
    Ale

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    1. Ok prendiamo atto della sua specifica competenza in merito alle caratteristiche peculiari dell’haiku e la ringraziamo per il lungo e qualificato commento, ci spiace di non avere ricevuto la sua autorizzazione a pubblicarlo in un post, lo avremmo fatto volentieri.

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