La ragazza nella nebbia

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Lettore vs spettatore: La ragazza nella nebbia

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Soffro di “ansia da bestseller”: diffido dei fenomeni editoriali, per paura di ritrovarmi a essere la voce fuori dal coro, una delle poche a non apprezzarli. Mi è già capitato con l’osannato Eccomi di Foer e temevo di ripetere l’esperienza anche con La ragazza nella nebbia. Ho evitato questo romanzo, sinché il trailer dell’omonimo film non ha stuzzicato la mia curiosità. Ormai dovevo sapere cosa era successo ad Anna Lou, all’adolescente dai capelli rossi, svanita nel nulla.
Non è andata male: Donato Carrisi si è giocato bene le sue carte. Non ha puntato sullo stile, che non è brillante, ma sulla capacità di barare, di prendere in contropiede gli appassionati di gialli e thriller. Lo scrittore inganna il suo pubblico e confonde le acque, ritardando la soluzione del mistero. Per riuscirci, sfrutta la distinzione tra lettore e spettatore. C’è una bella differenza tra i due. Cercherò di spiegarvi come funziona il trucchetto, senza rovinarvi la sopresa.

Tutto ha inizio in un piccolo paesino di montagna. Un posto banale,apparentemente innocuo. Di quelli che gli scrittori amano immaginare come il perfetto rifugio per serial killer e psicopatici. Infatti, Avechot non si presenta bene: la popolazione guarda con sospetto agli stranieri e segue con fervore i precetti di una misteriosa setta religiosa. Vi è già venuta voglia di prenotare un posto per le prossime vacanze, vero? Qui è cresciuta l’ingenua Anna Lou, amante dei gattini e dei braccialetti di perline. Una ragazza casa e chiesa che, proprio nel tragitto tra le due, si è volatilizzata.

Urge l’intervento di un bravo detective. Ed è qui che Carrisi inizia a barare. Esce dagli schemi, creando un investigatore “di rottura” che non ha nulla a che spartire con i geni solitari alla Sherlock Holmes o i poliziotti duri e alcolizzati alla Harry Hole. Il suo Vogel è un uomo moderno, un cinico dandy, il prodotto della spettacolarizzazione della cronaca nera:

Vogel (…) ragionava come i media. Contava soltanto il presente, nient’altro. Alcuni ne erano artefici. Altri, semplicemente, lo subivano. Lui si sentiva parte della prima categoria, perché sapeva trarre successo da ogni situazione. La seconda era composta da chi, come Anna Lou, era predestinato a un ruolo di vittima e pagava il prezzo della gloria altrui.

Un personaggio del genere, per cui conta più l’essere che l’apparire, mette in crisi ogni amante dei gialli. Non si può dare fiducia a un manipolatore convinto di avere sempre ragione e che fa affidamento più sulle sue sensazioni di pancia che su prove scientifiche. Se si vuole capirlo, bisogna pensare come uno spettatore, diventare un consumatore di fattacci, un turista dell’orrore. Se, invece, si vuole anche battere Carrisi e risolvere l’intrigo prima dell’ultimo capitolo, bisogna ragionare sia come un lettore sia come un amante dei plastici di Porta a Porta.

Se si riflette solo come un fan di Agatha Christie (come è successo a me) prendendo come validi i classici cliché letterari e i dogmi del giallo, si possono anticipare solo alcune mosse dell’autore. Bisogna anche guardare a queste pagine con l’occhio dei media, analizzando tutte le storture che derivano daun’industria che vuole lucrare sulle vittime, per arrivare alla sconvolgente soluzione. Gli indizi sono tutti in bella vista, ma è difficile vederli dalla giusta prospettiva, senza lasciarsi sviare dai propri pregiudizi.

Il caso di Avechot e le altre indagini a cui ha preso parte Vogel sono deglispecchi deformanti, in cui si può scorgere il riflesso distorto di veri fatti di cronaca: storie nerissime che hanno occupato i nostri schermi televisivi. Il detective è il prodotto di un’industria mediatica perennemente alla ricerca del nuovo caso eclatante da cannibalizzare e impacchettare per un pubblico affamato di mostri. Per ascoltatori che sembrano prestare più attenzione ai carnefici che alle vittime:

Non sono gli eroi che determinano il successo di un’opera. (…) Vedete, il male è il vero motore di ogni racconto. Un romanzo o un film o un videogame in cui tutto va bene non sarebbe interessante… Ricordate: è il cattivo che fa la storia.

Spero proprio di no. Secondo me, la differenza tra spettatore di cronaca nera e lettore di gialli, sta tutta nel “chi fa la storia” per l’uno e per l’altro. Il primo, anche se forse non vorrebbe, rimane affascinato dal male, dal mostro di cui vuole sapere tutto. Il secondo,  cerca un paladino, un detective che si batta per la giustizia, per le vittime e per ripristinare un ordine andato in pezzi.

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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