Il Diario di Albertina Prato:  Un allievo fuori-classe

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Alessandria: da RADIO BBSI · di Piercarlo Fabbio LMCA

Riprendo il discorso già affrontato. Vi ricordate? Parlavo di un diario particolare scritto da una maestra di San Giuliano Nuovo, Albertina Prato. Vi ho anche promesso di farvi raccontare, estratto direttamente dalle sue parole, un episodio significativo raccolto in quelle pagine.

Bene. È arrivato il momento di farlo, ma prima lasciatemi ricordare quale personalità caratterizzasse la Maestra Albertina, che era nata a San Giuliano Vecchio il 26 maggio 1870. Figlia di buona famiglia, visto che la madre, Vincenzina Parini, era già maestra a San Giuliano fin dal 1857, mentre il padre, Angelo Prato, era chirurgo e flebotomo, come allora si chiamavano coloro che operavano direttamente sui pazienti, e svolgeva la sua attività proprio in paese.

“L’ambiente familiare in cui crebbe con i sei fratelli e sorelle fu particolarmente stimolante – ci racconta Giulio Massobrio, uno dei più quotati storici della famiglia di LMCA, a cui peraltro si deve la scoperta del Diario – il padre, animato da profondi sentimenti umanitari, era notissimo in tutto il territorio, da Mandrogne, dove era nato nel 1833, a San Giuliano Nuovo, da Cascinagrossa a San Giuliano Vecchio per i suoi generosi interventi in occasione delle epidemie di tifo e di colera. A lui si doveva la fondazione della Società di Mutuo Soccorso nel 1880 e della Cassa Rurale di Previdenza nel 1885.

La madre, figlia di un capitano medico, volontario in Crimea nel 1855, era nata a Sale nel 1835. Nel 1893 istituì, con il marito e le figlie, l’asilo per i bambini poveri del paese che venne sostenuto, nei primi tempi, con il solo ausilio economico della famiglia Prato.

Tre figlie, Maria, Albertina e Anna furono maestre, il figlio Silvio, frate francescano, fu missionario per trent’anni in Nord America.” (da Prato Albertina, La mia scuola, Alessandria, 1990)

Albertina, dunque, figlia d’arte, ma anche predisposta alla solidarietà e con una certa esperienza didattica nel momento in cui il “diario” ci riporta la sua opera: “ottenne la Patente Elementare superiore nel luglio 1888; ad ottobre dello stesso anno fu nominata insegnante delle scuole suburbane del Comune di Alessandria con prima destinazione ai Cascinali Pagella.

L’anno successivo ottenne la nomina regolare alla Scuola mista di Lobbi e, nell’ottobre 1890, venne destinata alla Scuola mista di San Giuliano Nuovo, dove insegnò fino al 1895, anno in cui venne trasferita a quella di San Giuliano Vecchio.

Attentissima alle innovazioni pedagogiche, frequentò numerosi Corsi di perfezionamento e partecipò a congressi nazionali.”

Fatta questa doverosa presentazione della nostra protagonista, non mi resta che dare voce al suo racconto. Ci immergiamo dunque nell’anno scolastico 1894/95, tra le anguste pareti della scuola elementare di San Giuliano Nuovo:

“15 marzo. Già da qualche giorno io osservava fuori della scuola un ragazzo in poveri panni coi piedi nudi, calzati solo da due grossi zoccoli. Al mattino quando arrivavo e alla sera quando tornavo a casa, lo vedevo sempre là fermo al solito posto sulla strada che mi guardava, senza né sorridere né salutarmi.

Dapprima dubitai che si fosse messo là per picchiare o far ammattire gli alunni, come era già successo qualche volta conaltri biricchini. Osservai non veduta, ma gli scolari passavano tranquilli; alcuni gli rivolgevano la parola, poi continuavano laloro strada senza ch‘egli li disturbasse.

Un mattino mentre passavo gli dissi: Non vai al lavoro? Non mi rispose, abbassò la tesla e si allontanò. Poi prima di cominciare la lezione del pomeriggio, quando gli alunni erano già tutti in classe, io m’avvicinai ad una finestra per chiudere i vetri, e lo vidi sdraiato nel cortile sur un po’ di paglia a sei o sette passi dalla porta colla sua giubba tirata sulla testa per meglio ripararsi dal sole.

Vien qua, senti, gli dissi, aprendo la porta e andando verso di lui. Si alzò di scatto e mi venne incontro. Che fai costì? Sto a sentir lei. Non vai a lavorare? No, ho da stare attento a mia mamma. E dov’è tua mamma? In casa. Che fa? Nulla. Èammalata? No. Dunque? Non mi rispose e abbassò il capo. Dove abiti? Mi additò una casuccia a pochi passi dalla scuola. Non vai a scuola? No, mio papà non mi manda. Ma negli anni addietro l‘hai ben frequentata la scuola. No, signora, mai un sol giorno. Quanti anni hai? Undici. Avresti piacere di venire a scuola? Oh! sì, tanto contento sarei di venire a scuola! Ebbene,gli dissi, torna dalla tua mamma ora, poi vedrò se ti conoscerò buono, di averti coi miei alunni.

Un largo sorriso di felicità gli illuminò il volto bruno e sottile: mi levò in volto gli occhi umidi e corse via.

Chiesi subito informazioni della sua famiglia, e seppi una storia dolorosa, un intreccio di miserie e di lacrime che mi lasciarono nell’anima una grande tristezza, un’amarezza viva, profonda.

Decisi subito di prendere il ragazzo a scuola, e al mattino quando tornai egli era già nel cortile, e al mio entrare si tolse rispettosamente il cappello. Se prometti di ubbidirmi, di volermi bene, oggi stesso tu sarai mio alunno gli dissi. Ora continuai, prendendolo per mano, andiamo da tuo padre, ho bisogno di vedere s’egli è contento di questo.

Esitò alcun poco, poi venne, e arrivati sulla strada, fuori appena del cortile della scuola, si fermò e abbassando il capo disse a mezza voce: Lei non venga, aspetti qui, e in due salti fu alla porta di casa sua.

Poco dopo il padre venne a me, ed io gli esposi il desiderio mio riguardo al ragazzo. Egli accennandomi una figura di donna scalza, colle vesti lacere, ch’io avevo già osservata, ritta, immobile, fuori appena dalla porta di sua casa, disse: Purché di tanto in tanto venga a dare un‘occhiata a sua madre, acconsento; ma già è tanto alto, che vuol che impari?

Lasciate fare a me, non ve ne date pensiero, risposi, ma perché non lo avete mandato mai a scuola? Sapete pure che tutti i genitori sono obbligati dalla legge a mandare i figli alla scuola. Ma, dapprima si stava un po’ lontani, poi con altri tre ragazzi … con la mia donna… in quel modo … come dovevo fare? Ma che ha quella povera donna? Non lo so … neanche io … rispose con indifferenza… Chi ne capisce qualcosa? Da due anni non rivolge più la parola a nessuno, neanche a’ suoi figli, si mette là al mattino, come vede, e rimane ferma senza nemmeno volgere il capo, qualunque cosa succeda intorno; quando è freddo o tempo brutto sta in casa accovacciata in un cantuccio … Poi salutandomi in fretta, colla stessa aria d’indifferenza tenuta fino allora, se n’andò, mentre io davo uno sguardo ancora a quella povera donna, e pensavo che forse i dolori fisici e morali cui pur troppo molte e molte povere madri son condannate a subire, l’avevano ridotta in quel misero stato!…

Il ragazzo è felice perché viene a scuola; gli altri alunni hanno preso ad amarlo, e tutti lo vorrebbero vicino nel banco.

Zanelli gli ha regalato tre penne, Poggio Elisabetta una cannuccia, e quando io dico: Non hai quaderno, vero? Aspetta, mi aggiusterò … tutti mettono fuori in un attimo i loro quaderni, e chi si accinge a togliere un foglio, chi, alzandosi: Questo signora maestra, io ne compro un altro, dice, e Colla Cesare lesto glielo porta addirittura. Durante le ore di scuola sta semprequieto, attento; quando ha finito di scrivere guarda torno torno la scuola, fissa i quadri di nomenclatura appesi alla parete, eripete fra sé e sé qualche parola o proposizione che sente e che più lo colpisce.

Rimprovera gli alunni vicini quando non stanno composti, e quando si esce egli si mette sempre l‘ultimo, e si volta poi sempre a salutarmi ancora.

E torna a casa, povero ragazzo, ma la sua mamma non gli è attorno premurosa, non lo accarezza, non gli sorride, non ascolta le mille cose che egli ha a dire intorno alla scuola …non gli volge nemmeno una parola … uno sguardo amorevole… mai … mai … Egli è più infelice di tutti gli altri miei alunni; lo sa e lo sente … egli … Sente l’ambiente glaciale in cui vive, sente la privazione di quel sorriso, di quella carezza soave necessaria a tutti, ma alle anime giovanili in special modo come il sole alle tenere piante.

Quando parlo dei genitori, quando dico del dovere che tutti abbiamo di ubbidirli, egli ha sempre le lacrime agli occhi! …

lo lo amo tanto questo povero ragazzo, e provo in cuore una cara dolcezza, perché comprendo che la mia carezza, il mio sorriso gettano un raggio di luce vivificante frammezzo alla sua giovane, triste esistenza!”

Fin qui il racconto di Albertina. Vi dicevo che le similitudini con “Cuore” di Edmondo De Amicis sono assai accentuate, anche se il caso del ragazzo con la madre malata non è una scopiazzatura dei personaggi del best seller dell’autore ligure, anche se risente del suo stile. Del resto, “Cuore” era stato pubblicato per la prima volta nel 1886 ed erano ormai passati quasi dieci anni dalla sua prima diffusione. Eppure, nonostante il clima, il lavoro di Albertina Prato non è un mero esercizio letterario, è vita vissuta, è disperazione vera. Non è il racconto del borghese melenso Enrico Bottini di “Cuore”, che dispensa giudizi più o meno nobili secondo la sua morale. È il percorso di come nasce una comunità senza pregiudizi, perché composta da bambini, che non sono ancora condizionati dal mondo dei grandi.

E da questo punto di vista, il Diario di Albertina pare essere più assorbito dall’elogio di Franti del Diario Minimo di Umberto Eco, piuttosto che dai giudizi pescati dal “mare di languorosa melassa” che De Amicis fa esprimere all’Enrico narratore del suo romanzo.

Piercarlo Fabbio

Dalla trasmissione di Radio BBSI: La mia cara Alessandria 205_248 – 28 marzo 2017

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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