VOCE INTERIORE, Capit. 1 – 2 – 3 – 4 – 5 , di Marcu Lu Scrittore Salentinu

VOCE INTERIORE, Capit. 1 – 2 – 3 – 4 – 5 , di Marcu Lu Scrittore Salentinu

Cari amici e amiche di questo gruppo, innanzitutto buon pomeriggio e buona domenica a tutti!. Oggi se me lo consentite vorrei farvi leggere i primi quattro capitoli del mio nuovo racconto fantasy che sto scrivendo!

Marcu Lu Scrittore Salentinu

LECCE: LA CITTA’ DEI LUPI

Scritto da: Marco Cazzella (in arte Marcu, lu scrittore, Salentinu)

CAPITOLO 1 VOCE INTERIORE

Quella del 23 aprile 2013 era iniziata come una mattina qualsiasi. In cui io Valentina Karazina. Una ragazza albina, di 29 anni. Con dei corti capelli turchini portati a caschetto, con due occhi azzurri come il ghiaccio e con un fisico mozzafiato. Vestita con una seducente camicia avana, con dei pantaloni grigio chiaro e con delle scarpe da ginnastica fucsia. Subito dopo essere uscita dal bar denominato: “Martirio”. Dove avevo appena finito di far colazione.

Montai in sella alla mia superbike da 250 cc color avorio e mi avviai verso la stazione di polizia per prendere servizio iniziando in questo modo un’ennesima giornata di lavoro. In cui avrei archiviato fotocopie, portato il caffè ai miei superiori e risposto al telefono. Mentre sfrecciavo per le vie di Lecce con un volto molto imbronciato pensai a quanto fosse umiliante il fatto che nonostante avessi un diploma in criminologia svolgessi un impiego tanto inutile per le mie doti.

Ma siccome speravo con tutto il cuore di poter un giorno indagare su qualche delitto dato che il mio sogno era quello di fare la detective ingoiai quel boccone amaro, mi feci forza e continuai a correre lungo quelle strade.

Tre quarti d’ora più tardi, raggiunsi la mia meta. Qui, dopo aver parcheggiato, scesi dalla moto, entrai nell’edificio e dopo aver salutato i vari colleghi e colleghe mi recai verso lo spogliatoio dove mi cambiai indossando la mia divisa e non appena terminai andai a sedere dietro alla mia scrivania. Una decina di minuti seguenti, il telefono squillò. Io alzai la cornetta e dall’altra parte una voce ansimante e piangendo pronunciò: “Polizia! Ho appena trovato un cadavere dinanzi alla porta della mia vicina!

E’ un qualcosa di orribile! Il corpo è tutto a pezzi! Vi prego! Venite subito in via delle passere 17″. Nonostante la prassi voleva che informassi i miei superiori dell’accaduto. Io pensando che quella fosse la volta buona per me di agire sul campo non dissi nulla a nessuno, uscii di corsa dal palazzo, risalii in sella alla mia motocicletta e sgommai verso la via che mi aveva dato quella signora.

Durante la mia corsa, ripensai alle sue parole e mi chiesi chi potesse desiderare di far un crimine così efferato contro qualcuno. Poi, arrivai alla mia meta e dopo aver posteggiato. Mi avvicinai verso la casa; un palazzo molto vecchio come tanti con interni distrutto da qualcosa. Qui, molto vicino all’entrata trovai una giovane donna con dei lunghissimi capelli color castano chiaro, con due occhi verde smeraldo, vestita con un abito da sposa smembrata.

Non appena la vidi, iniziai a sentire qualcosa dentro di me il cuore mi battè a mille come se mi trovassi dinanzi a una succulenta preda, gli occhi mi iniziarono a brillare dalla gioia, dal labbro sinistro mi scese una leggera bava e lo stomaco iniziò a contorcersi dalla fame. Io sbalordita dalle mie sensazioni e al tempo stesso preoccupata dato che era la prima volta che un cadavere mi faceva venire fame agitandomi mi chiesi che cosa mi stesse accadendo. Improvvisamente, sentii dentro alla mia testa una voce maschile simile a quella di un animale: “Non devi avere paura Valentina. Quel che stai avvertendo sono soltanto i tuoi istinti che si stanno finalmente ridestando. Qui dinanzi a te c’è un bel pasto che ti attende.

Perciò, non esitare oltre! Libera la tua vera natura e nutriti!” Io sempre più spaventata gridai: “Chi ha parlato? Di quale natura parli? Io sono un essere umano e non un cannibale!” In quell’istante udii nella mia testa una risata e quando cessò quella misteriosa voce riprese a parlare: “Valentina, per 29 anni sei stata ingannata! Ti hanno fatto credere di essere un essere umano, ma in realtà tu sei un animale! Una cacciatrice e le sensazioni che stai avvertendo ne sono una prova! Ora però non perdere altro tempo e mangia!” Io sentendo i morsi della fame aumentare di minuto in minuto come una bestia mi avventai su quel corpo e con un indescrivibile piacere provato morso dopo morso me lo divorai in pochi istanti. Quando finii mi sentii estasiata e con una gioia nel cuore mai provata prima ritornai alla mia motocicletta con la quale una volta risalita su sgommai per le strade di Lecce dato che ero felicissima per il mio lauto pranzetto e di conseguenza non mi andava proprio di tornare in ufficio.

CAPITOLO 2 LOTTA SELVAGGIA

Mentre scorrazzavo per quelle strade ripensai a quanto mi era appena accaduto e mi sentii eccitata come una scolaretta. Nonostante avrei dovuto riversare i miei pensieri su quella vittima io non riuscii a pensar altro che volevo assaggiare ancora, ancora e ancora della carne umana. Ciò mi turbò moltissimo perché era la prima volta che provavo un tale desiderio. Pertanto, con gli occhi brilli e languidi non riuscendo a smettere di piangere per la gioia di quel mio appetitoso pasto senza rendermi conto di come avessi fatto mi ritrovai a girovagare in un quartiere malfamato. Qui, notai dei balordi che stavano inseguendo una povera ragazza indifesa. Molto probabilmente volevano violentarla. Per evitarlo, io inconsapevolmente spiccai un balzo giungendo tra la ragazza e il delinquente., il quale stesi colpendolo con un potentissimo calcio rotante. Poi, mi fiondai su i suoi degni compari e li tempestai di pugni mandandoli a terra. Una volta terminato quello scontro percepii dentro di me un qualcosa di primitivo e di selvaggio. La fame, mi assalii nuovamente e come se ciò non bastasse ricomparve nella mia testa quella voce che disse: “Ora che le tue prede non possono più muoversi approfittane e divorateli! In fondo se lo meritano per aver voluto aggredire quella povera donna inerbe. Perciò, non esitare oltre Valentina! Fallo! Sappiamo entrambi che lo desideri. Quindi non permettere a delle inutili remore umane di frenarti tanto non lo sei e di conseguenza non fai nulla di sbagliato!” Io schiava più dei miei istinti e dei miei voleri che di quella voce come una marionetta nelle mani di un burattinaio eseguii i suoi comandi e mi piombai sul primo disgraziato mordendolo ovunque. Più quest’ultimo si dimenava e urlava e più io godevo nel mangiarmelo. Quando finii con un incredibile scatto mi gettai sugli altri due che sbranai in pochi istanti. Una volta finito non sentendomi ancora sazia mi voltai verso la donna che avevo salvato, la quale innoridita dalla visione di me che mi nutrivo con i corpi dei suoi assalitori scappava urlando: “Un mostro! Un mostro! Quella donna è un mostro!” Io, tentata di inseguirla per raggiungerla e per divorare anche lei iniziai a correre. Ormai ero diventata un essere privo di un qualsiasi controllo e tutto ciò che volevo era di mangiare. Non so spiegarmi il perché, ma corsi più velocemente del normale e in pochi attimi le arrivai alle spalle e iniziai ad azzannarla. Le sue grida di dolore per me erano come una musica celestiale e soltanto quando divorai completamente quella povera ragazza presa forse dai sensi di colpi rinsanii. In questo istante, scoppiai a piangere per il dispiacere di aver stroncato una vita innocente e urlai: “Che cosa ho fatto!” La voce misteriosa ritornò nella mia testa pronunciando: “Non hai fatto nulla di male Valentina! Hai seguito la tua natura di predatrice. Per cui smettila di sentirti in colpa e pensa piuttosto a stanarne un’altra!” Io, allora inginocchiata con le mani poste sulla testa gridai: “Esci dalla mia testa!” La voce misteriosa aggiunse: “Mi dispiace Valentina, ma non posso farlo perché sono parte di te! Sono il tuo lato animalesco di cui per una vita intera hai ignorato l’esistenza. Tu ancora non te ne rendi conto perché i tuoi genitori affidatari te l’hanno sempre tenuto all’oscuro. Ma tu sei un animale e di preciso un lupo!” Io incredula continuai: “Tu menti! Vuoi prenderti gioco di me per giustificare quello che mi hai costretto a fare. Io non sono quello che tu affermi!” La voce misteriosa scoppiò a ridere e concluse: “Puoi illuderti di essere un’umana quanto vuoi Valentina ma non lo sei e questa notte con il sorgere della luna piena te ne renderai conto anche tu!” Io continuai a non credere alle sue parole e cercai un pensiero che mi distraesse. Un qualcosa che mi facesse superare il mio senso di orrore per quel che avevo compiuto e dopo innumerevoli tentativi mi balenò nella mente un’idea. Quella di cercar di risolvere l’omicidio di quella povera sposa trovata a brandelli dinanzi a quella casa distrutta.

CAPITOLO 3 PATTO PSICHICO

Subito dopo essermi asciugata le lacrime con le mani e alzatami da terra mi misi in cammino alla ricerca della mia motocicletta facendo il percorso a ritroso. Mentre percorrevo quel vicolo mi chiesi che cosa avesse potuto distruggere quell’abitazione dato che dai segni di scasso che notai era evidente che nessun essere umano nemmeno il più forte avrebbe potuto causarli. Ciò mi portò nella mente un’altra domanda e mi chiesi se è vero che io sono una lupa se non ce ne fossero altri come me e in questo caso perché invece di divorare quella donna l’ha ridotta in quello stato? A questo mio quesito rispose la misteriosa voce della mia testa dicendomi: “Valentina, i lupi non attaccano soltanto per mangiare, ma anche per difendersi! Dovresti saperlo benissimo perché lo hai studiato a scuola!” Io sorpresa dalle sue ultime parole e da altre che mi disse prima, aggiunsi: “Mi hai detto di essere parte di me e nonostante questo sai cose che io ignoro. Perché! Diamine! Potresti anche rivelarmi la tua vera identità una volta tanto. Perché se non potrò liberarmi di te ho il sacro santo diritto di conoscere con chi convivo!” Quella misteriosa voce rise e rispose: “Come Valentina non lo hai ancora capito chi sono? Io sono il tuo inconscio! Vivo nella parte recondita del tuo cervello. Per cui ricordo tutto quello che ci è capitato da quando siamo nati fino a ora! Però se proprio ci tieni a darmi un nome chiamami Zalvorn!” La sua rivelazione mi sconvolse tantissimo credetti di essere impazzita perché sì è vero tramite gli studi scolastici avevo appreso che nella testa di ogni singola persona coesistono una parte conscia e una inconscia. Ma che quest’ultima potesse avere un nome, una vita propria e addirittura una volontà mi sembrava inverosimile. Le mie sensazioni e i miei pensieri divertirono quella mia parte del cervello, la quale dopo aver terminato di ridere pronunciò: “Quello che stai provando Valentina è del tutto normale perché a un essere umano non è dato interconnettere con le due parti della propria mente. Ma come ti ho già detto tu non appartieni a quella razza. Tu sei un animale e prima lo accetterai e prima potrai vivere con te stessa!” Io frustrata da quella spiegazione assunsi in volto un’espressione di malinconia perché fin da bambina volevo aiutare il prossimo e quando crescetti decisi di intraprendere la professione del detective proprio per ripulire la città dai malviventi. Ed ora invece avrei dovuto accettare il fatto di dar la caccia alle persone per ucciderle e mangiarle. Per questo sperando che il mio inconscio accettasse la mia idea gli proposi: “Zalvorn! Accetto la mia natura ma alla condizione che braccheremo, uccideremo e mangeremo soltanto dei criminali!” Per un bel po’ ci fu il silenzio nella mia testa. Poi, lui mi rispose: “Va bene Valentina faremo come vuoi tu!” Quella magra consolazione mi risollevò leggermente il morale e con uno spirito più allegro continuai a camminare.

CAPITOLO 4 SCONTRO TRA LUPI

Durante la mia camminata mi imbattei in un malvivente armato con una pistola, il quale non appena mi vide esclamò: “Se ci tieni alla vita dammi tutto quello che hai!” Io sicura di me aggiunsi: “Non ti conviene provocarmi balordo!” In quel frangente, si intromise Zalvorn e pronunciò: “Se vuoi Valentina, mi posso occupare io di questo qui!” Io gli risposi: “Prego! Fai pure!” Subito dopo scattai con una velocità impressionante piombandomi sul suo polso destro mordendoglielo. Il disgraziato nel tentativo di liberarsi dalla mia presa agitò il braccio destro e mi colpii con il sinistro. Ma io non sentii alcun dolore e proseguii a mordere fin tanto che di quell’uomo non rimase nemmeno l’ombra. Una volta finito ripresi il controllo delle mie facoltà fisiche e continuai ad avanzare fin tanto che non raggiunsi la mia motocicletta, la quale si trovava dinanzi a un muro gettata sul lato sinistro. Io con somma facilità la rialzai. In quell’istante sorpresa dalla mia nuova forza e ricordando quanto fossi veloce mentre inseguivo quella donna chiesi al mio inconscio spiegazioni e lui mi rivelò che ciò si doveva grazie alla mia natura di lupo, la quale oltre a un’insaziabile fame di carne umana mi conferiva una forza sovrumana, un’incrementata rapidità e dei sensi super sviluppati. In seguito, montai sulla motocicletta e dopo averla riavviata sfrecciando feci ritorno sul luogo del delitto. Una volta arrivata, scesi dal veicolo e sfruttando le mie nuove doti tramite i rottami di quella casa scorsi un biglietto da visita sul quale vi era riportata la scritta: “Cristiano Orzati tatuatore professionista del locale Tatuaggi per tutti”. Successivamente, rimontai in sella alla mia motocicletta e partii alla ricerca di quel luogo da cui avrei iniziato le mie indagini.

Corsi per circa mezzora, ma alla fine trovai il negozio di tatuaggi. Qui, posteggiai vicino a delle automobili ferme, scesi dal mio mezzo di trasporto, salii il marciapiedi e superando una grande porta di vetro entrai nell’edificio. Una volta dentro utilizzando la mia super vista da lupo mi guardai attorno per cercare l’uomo guardando dei brutti ceffi sulla sinistra che facevano dei tatuaggi su alcune ragazze, degli uomini sulla destra seduti che attendevano il proprio turno e al centro dietro a un bancone vi era un uomo molto alto, dalla carnagione chiara. Con dei lunghissimi capelli biondi. Con due occhi neri e con un fisico molto muscoloso, il quale era vestito con una cannottiera a giro azzurra, un paio di pantaloncini blu mare e con due scarpe da ginnastica celesti. Io allora mi avvicinai a costui e gli domandai se fosse lui Cristiano Orzati. Egli mi rispose di sì. Poi, gli chiesi se conoscesse una donna dai lunghi capelli castano chiaro, con gli occhi color verde smeraldo che abitava in via delle passere 17. L’uomo mi rispose che era sua moglie. A questo punto, con un tono di voce molto lieve e serio gli rivelai che era stata uccisa brutalmente. Cristiano non appena apprese la notizia pianse. In quel frangente, si intromise Zalvorn, il quale mi sussurrò nella mente: “Sta mentendo! Lo percepisco chiaramente! Lui non è sincero! Sa più di quanto vuole farci credere! Avanti sù Valentina! Fa il tuo dovere e torchialo per bene di domande!” Pertanto, io gli chiesi se sapesse se ci fosse qualcuno che poteva avercela con sua moglie. Lui mi rispose di no, che era una ragazza dolce e che tutti le volevano bene. Ma le sue risposte non convinsero per nulla il mio inconscio. Così stavo per continuare il mio interrogatorio. Ma un attimo prima che potessi fargli un’altra domanda, gli uomini che stavano tatuando le ragazze si avvicinarono a me e uno di loro pronunciò: “Capo! Questa poliziotta vi sta dando fastidio? Volete che ce ne occupiamo noi?” Lui rispose loro: “No ragazzi, non ce n’è bisogno perché se ne sta andando! Su da bravi accompagnatela fuori!” Poi, uno di quei balordi stava per afferrarmi per un braccio, ma io con una veloce capriola verso destra lo schivai. In seguito, lo colpii con un possente cazzotto allo stomaco. Intanto, i vari clienti scapparono via. Dopo di ciò, il terzo uomo dopo essersi portato dietro di me e mi afferrò per le spalle. Ma io mi liberai subito spingendolo contro un muro. A quel punto. Cristiano ordinò ai suoi uomini di lasciarmi stare. Loro ubbidirono e immediatamente smisero di aggredirmi. Successivamente, il loro padrone pronunciò: “Ne avevo sentito la puzza appena sei arrivata ed ora ne ho la conferma! Tu sei una di quelle bestie che chiamano: “Wolfwitcher”. Un’aberazione di noi Licantropi. Ucciderti per me sarà un vero spasso! Ah! Ah! Ah! Ah!” Successivamente, egli spiccò un balzo magistrale piombandomi dinanzi e intrappolandomi tra le sue braccia in una stretta micidiale. In questo frangente, il mio alter-ego disse: “Valentina! Tu non puoi competere con costui. Perciò, lascia che sia io a dargli la lezione che merita!” Io aggiunsi: “Va bene! Ma non ucciderlo però!” Zalvorn continuò: “Non temere, mi limiterò a strapazzarlo per benino”. Nel frattempo, Cristiano continuava a stringere ed io sentivo scricchiolare la mia colonna vertebrale. Ma un attimo prima, che lui me la spezzasse Zalvorn prese il controllo del mio corpo ed emanò una potentissima scarica elettrica, la quale lo costrinse ad allentare la presa. Subito dopo, io guidata dall’animale che era in me come una furia mi fiondai sul mio avversario e lo tempestai con una micidiale raffica di cazzotti elettrici, i quali lo misero in ginocchio. Poi, gli domandai perché aveva assassinato quella donna. Lui mi rispose: “Perché lei era una lurida”Wolfwitcher” esattamente come te e per questo meritava di morire!” Subito dopo, mi avventai su di lui e lo azzannai in volto e iniziai a mangiarmelo molto lentamente perché la sua carne di Licantropo aveva un gusto diverso da quello umano. Era molto più saporita ed io deliziata da ciò godevo quel momento facendolo prolungare il più a lungo possibile. Ci impiegai un’oretta e mezzo circa ma alla fine terminai. In seguito, lasciai quel locale, montaii in sella alla mia motocicletta e con la consapevolezza di non aver più una vita normale e di conseguenza che non avrebbe avuto più un senso continuare a svolgere il mio mestiere di poliziotta di riserva decisi di tornare a casa per riflettere sul da fare e su come avrei affrontato ora la mia nuova vita.

CAPITOLO 5 DISCUSSIONE ELETTRIZZANTE!

Durante la mia corsa lungo quelle strade venni assalita dal pensiero che se avessi lasciato di punta in bianco il mio mestiere senza avvisare nessuno avrei destato dei sospetti. Pertanto, una volta arrivata sotto a un semaforo decisi di recarmi alla mia stazione di polizia per comunicare le mie dimmissioni. In quel frangente, mi chiesi come avrebbe accolto la notizia il mio capitano. Dato che ci conoscevamo dai tempi dell’accademia in polizia quando studiavo criminologia, la psicologia dei criminali, le tecniche di interrogatorio e di indagine e tutto ciò che un giorno sarebbe servito alla mia carriera di detective. Per questo, lui mi considerava una sua figlioccia mi aveva preso sotto la sua “Ala protettiva” e quando entrai per la prima volta nel suo ufficio per presentarmi come nuova agente di polizia ricordo che fu così contento che ci mancasse poco che saltasse dalla poltrona. Per questo, quanto stavo per fare mi procurò una grandissima fitta nel cuore. Una cinquantina di minuti seguenti, arrivai a destinazione. Qui, dopo aver parcheggiato il veicolo ed esserne scesa, entrai nell’edificio ammirando i miei colleghi e colleghe, i quali si trovavano dinanzi alla macchinetta degli snack e delle bevande e stavano chiacchierando amichevolmente del più e del meno mangiando e bevendo. In questo istante, Zalvorn mi disse: “Ma quanti bei bocconcini! Siete fortunati che io abbia finito di pranzare da poco. Perché siete così invitanti e sarei proprio felice di conoscere il sapore delle vostre carni!” Io lo richiamai all’ordine. Al mio inconscio il rimprovero non andò a genio. Tuttavia mi ascoltò e si placò. Poco dopo, mi avvicinai a loro e li salutai. Una ragazza notando il mio volto malinconico mi chiese che cosa avessi. Io le risposi dicendole di non avere nulla e che ero solamente stanca dalla faticosa giornata di lavoro. In seguito, proseguii oltre e non appena arrivai dinanzi alla porta del mio capitano bussai. Quest’ultimo mi comunicò il permesso di procedere oltre. Perciò, aprii la porta, oltrepassai la soglia, la richiusi alle mie spalle e mi ritrovai in un ufficio come tanti altri con tanto di ventilatore a pale appeso sul soffitto, un armadietto a scaffali che fungeva da archivio sulla destra, con una porta sulla sinistra che conduceva al bagno e con al centro una grande scrivania nera su cui vi era appoggiato sopra un computer. Dietro questo mobile vi era seduto sulla propria poltrona Teodoro Valachini. Un uomo di 64 anni.Molto alto, dalla carnagione a metà tra il chiaro e lo scuro. Con dei corti capelli corvini, con due splendidi occhi neri e con un fisico estremamente muscoloso, il quale vestiva con la sua solita giacca color grigio scuro, cravatta marrone, pantaloni neri e due scarpe eleganti da uomo dello stesso colore. Io mi avvicinai a lui e dopo averlo salutato educatamente e ricevuto i suoi saluti con una voce strozzata dall’emozione gli comunicai di voler dare le mie dimissioni. Teodoro, meravigliato dalla mia notizia pronunciò: “Perché? Forse non ti trovi bene qui?” Io sempre più agitata per quel che stavo facendo sentii dentro di me una forte scarica elettrica guidata dal mio turbamento, la quale voleva manifestarsi. Perciò, per sbrigarmi gli risposi: “No Teodoro, mi trovo benissimo qui. Però sento che la mia carriera non sta facendo alcun progresso. Perciò, vorrei lasciar il mio impiego di poliziotta di riserva”. L’uomo allora si alzò e venendomi vicina replicò: “E sentiamo un po’ Valentina. Fuori da qui credi di concludere qualcosa?” Io trovandomelo a un passo da me sentii la mia scarica elettrica aumentare e improvvisamente la lampadina divenne intermittente e anche il suo computer iniziò ad avere dei problemi. In quel frangente, intervenne Zalvorn che disse: “Valentina, se mi dai il tuo permesso ci penso io a convincere costui”. Io gli negai l’autorizzazione e risposi al mio capitano dicendogli: “Teodoro, sai benissimo che il mio sogno è quello di investigare su i crimini irrisolti e misteriosi. Pertanto, se resto qui non realizzerò mai il mio sogno! Pertanto, ti prego! Acconsenti di darmi le mie dimissioni!” Lui, però stranamente si mise a ridere e negò di concedermi quanto gli chiesi. In quell’istante, io frustrata e iniziandomi a incavolare aumentai l’intensità della corrente della scarica elettrica che mi circolava in corpo facendo saltare in aria computer e lampadina. In quel attimo, lui rise nuovamente, mi dette una pacca con la mano destra sulla scapola destra e pronunciò: “I miei complimenti Valentina! Finalmente hai mostrato il tuo potere di: “Wolfwitcher”. E’ dal giorno in cui ci siamo conosciuti che ho percepito l’odore diverso del tuo sangue e in attesa che la tua natura si risvegliasse ho vegliato su di te”. Io sconvolta dalla sua rivelazione aggiunsi: “Se sapevi che cos’ero. Perché non mi hai detto mai nulla?” Teodoro mi rispose: “E sentiamo mi avresti creduto se ti avessi detto che non sei un’essere umano?” Io ribattei: “Ineffetti no! Ma che cosa sono i “Wolfwitcher?” Lui mi rivelò: “I Wolfwitcher” sono i figli di un Licantropo e di una strega! Noi possediamo entrambe le loro capacità e a quanto ho potuto constatare il tuo potere è quello del fulmine!” Io sempre più sconvolta aggiunsi: “Anche tu Teodoro sei un “Wolfwitcher?” E se lo sei quale potere magico controlli?” Lui mi rispose: “Ebbene sì mia cara Valentina anch’io lo sono! Il mio potere è il fuoco!” Poi, iniziò ad annusarmi e contrariato da quanto inalò pronunciò: “Valentina! Perché sento su di te il fetore di quei cani rognosi dei Licantropi?” Io allora gli raccontai per filo e per segno la mia giornata. Al termine del mio racconto, lui adirato con me esclamò: “Sei stata un’imprudente ad agire da sola! ” In quel frangente, Zalvorn si intromise nella conversazione e guidando il mio corpo dette un forte pugno, il quale venne bloccato immediatamente dalla sua mano. Poi, egli disse: “Frena i tuoi ardori lupetto! Sono molto più anziano ed esperto di te! Perciò non ti conviene sfidarmi! Nonostante la tua sconsideratezza non posso non farti i miei complimenti per essere uscita indenne da uno scontro contro un Licantropo pur non conoscendo a pieno le tue potenzialità. Se supererai la prova di questa notte ti darò quanto mi hai chiesto e molto di più! Nel frattempo, ti consiglio di studiare la storia della nostra gente. Ti servirà credimi!” Successivamente, tirò fuori da un cassetto un libro dalla copertina scura dal titolo: “Le cronache di Zarenia”. Me lo consegnò e disse: “Ti lascio la giornata libera. Pertanto, va a casa e riposati perché dovrai essere nel pieno delle tue forze questa notte quando dovrai affrontare la prova della: “Luna Piena”. Poi, mi salutò, io ricambiai il suo saluto, uscii dall’ufficio, mi recai allo spogliatoio, mi tolsi la divisa e lasciai quella stazione di polizia. una volta fuori, collocai il libro nel porta pacchi della mia motocicletta, ci montai sù e sfrecciai verso casa mia.

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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