La poesia dello scatto rock

di Fabrizio Centofanti

La poesia dello scatto rock

a cura di Guido Michelone

A tredici anni Bruno Marzi, in una tranquilla città di provincia, già alla fine degli anni Sessanta, è forse l’unico, grazie al nonno, proprietario di un negozio di elettrodomestici, a possedere e ascoltare decine e decine di 45 giri d’importazione introvabili: con quei dischi tanti giovani a Vercelli – la città in questione – imparano conoscere il soul, il r’n’b, la psichedelia, l’underground, il progressive. Bruno insomma è già ‘avanti a tutti’ e di lì a pochi anni inizierà a scrivere e fotografare per il settimanale Ciao 2001, l’allora bibbia rockettara. E sarà proprio la fotografia a lanciarlo nel mondo: un’arte popolare per chi la osserva, ma difficile se usata bene per quelli, come lui, che si cimentano partendo dalla gavetta. In breve Marzi diventa il fotografo rock italiano per eccellenza, ineguagliabile nei live: sono decenni che ormai gira il Pianeta con la sua Canon (ora convertita al digitale) a immortalare artisti vecchi e nuovi, giovani e vecchi, stellari ed esordienti, in festival, concerti, rassegne, showcase.

Forse senza rendersene conto, Bruno raccoglie un’enciclopedia visiva sterminata, circa quarant’ani di storia della musica a 360° gradi, di cui solo oggi finalmente la sua città, Vercelli, inizia a rendergli omaggio, con una mostra dal titolo “Immagini di musica”, visitabile dal 2 al 30 dicembre. Marzi propone una ragionatissima selezione in base al concetto, da lui stesso indicato, di ‘foto d’arte’: volti celebri, idoli giovanili, corpi flessuosi, sguardi penetranti, uomini e donne del firmamento pop, rock, jazz internazionale vengono ritratti da Bruno con introspezione psicologica e linguaggio figurativo perfetto, nel taglio delle inquadrature, nell’uso dei colori, nella scelta del momento in cui scattare e immortalare per sempre i tanti filosofi dell’It’s only rock and roll but I like it!

Bruno Marzi, un bilancio della tua carriera?

Sono un giornalista, un fotografo, un critico musicale. Ho pubblicato circa seimila articoli su riviste e quotidiani a tiratura nazionale. E ho intervistato centinaia di musicisti. Con i discografici nasce addirittura un patto: io dovevo rompere il ghiaccio in conferenza stampa, fare la prima domanda alla rock star di turno, visto che tanti miei colleghi erano intimiditi di fronte, che so, a Mick Jagger o Bruce Springsteen.

E riusciresti a quantificare il numero di foto che hai scattato?

Quasi impossibile anche perché ho due archivi, uno a casa, l’altro a Milano e molte immagini sono depositate presso gli editori. Bisogna tener conto che, prima del digitale, ai concerti usavo i rullini da 36 pose, e ne impiegavo 4-5 a concerto: relativamente pochi, anche perché allora pagavo per una stampa 5-6000 lire a diapositiva. Considerando che ho partecipato, come reporter a 32 edizioni del Festival di Sanremo e ho girato il mondo per seguire concerti e tournée delle maggiori rock star forse ha una cifra a sei zeri…

Cosa vorresti consigliare ai giovani che visitano la tua mostra e che magari seguiranno la tua professione?

Oggi tra i giornalisti e i fotografi di musica manca spesso la voglia di sudare un po’ di più. Ma la faciloneria nel fare le cose è un boomerang. Ho creduto molto nel giornalismo musicale che però si è trasformato in gossip musicale. Ma il tipo di affezione verso il lavoro culturale, precipuo della mia generazione, andrebbe trasmesso alle nuove generazioni, perché cerchino di operare nella migliore maniera possibile.

In cos’altro ti identifichi come fotografo di musica?

Io non abbasso il capo alle mode e vado avanti per la mia strada. Per questa mostra ho scelto solo foto a colori e non bianco e nero, che è un’arma a doppio taglio, che fa tanto arredamento e pochissimo arte. È un discorso etico di dignità personale. E in tal senso credo che la mostra sia ricca, ovvero piena di elementi stimolanti.

E cosa ci dici della tua prima mostra tutta per te, dopo quarant’anni di carriera?

Penso che si tratti di una mostra d’arte e non di reportage e nemmeno di storia del rock per immagini. Ho optato per musicisti molto diversi fra loro Rolling Stones, David Bowie, U2, Genesis, Police, Pearl Jam, Joni Mitchell, Bruce Springsteen, Miles Davis, Joe Cocker, Alice Cooper, Bob Marley, Freddie Mercury, Prince, Rhianna, John Cage, Michael Jackson, e tantissimi altri persino italiani come i Krisma, il Banco, Enzo Jannacci, Ivan Graziani. Ho optato per le foto che mi hanno dato le maggiori emozioni nell’attimo in cui le facevo (quasi sempre dal vivo) e che vedendole oggi riescono ancora a emozionarmi e a darmi ulteriori stimoli per andare ancora avanti.

Di quali fotografie vai particolarmente fiero?

Posso dirti che riesco a fotografare bene perché ho dentro di me alcuni valori, non solo musicali, ma anche culturali e morali. Personalmente quindi io mi sento appagato da una fotografia quando sul palco, a pochi metri da una rock star, per esempio, riesco a creare una piccola magia fra me, il musicista e il pubblico. Fotografo, musicista, pubblico: tre elementi fondamentali, almeno per me.

Cosa rappresentano quindi le foto che stai esponendo a Studio 10?

Le immagini in mostra costruiscono una scelta emozionale non tanto per il nome che porta questo o quell’artista, quanto piuttosto per le ‘buone vibrazioni’ che hanno dato a me in quel momento e che oggi, a riguardarle, continuano a dare.

Bruno Marzi, Immagini di musica, Studio 10 Vercelli, 2-30 dicembre 2017.

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2017/12/01/99718/#more-99718

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