LUCILLA – Un mio racconto riadattato e accorciato per DIRE NO ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE, di Marcella Nardi

LUCILLA – Un mio racconto riadattato e accorciato per DIRE NO ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE, di Marcella Nardi

“Lucilla, fai presto, dove sei?”, continuava imperiosa la voce di mia madre.
Non riuscivo a trovare la gatta. Mi era parso di vederla correre oltre lo steccato.
“Strano”, pensai”
A quest’ora, in genere, Batuffolo è più ligia di me. Sa che, prima di cena, mia madre le da il suo ultimo pasto della giornata”.

 

Poi…tutto accadde in un istante!
Sentivo i passi di mia madre, allontanarsi e il cancello posteriore era stranamente aperto. Avrei dovuto capire che c’era qualcosa d’insolito.
Sentivo la sventura lì, pronta a catturarmi e accelerai il passo. “Dov’era finita, Batuffolo?” pensai. Poi la vidi. Era impaurita.
Nell’istante in cui capii il perché: un sacco mi piombò addosso.
Due mani forti e ruvide mi presero e m’impedirono di urlare.
Il panico più profondo in un istante mi trasformò da adolescente in una giovane donna.
Così la mia vita a Ravenna era terminata.
Viaggiai, non so bene per quanto tempo viaggiai.
Terrore…ecco cosa avvertivo più di tutto.
Ricordo ancora i sobbalzi del carro su cui mi avevano caricato, ben nascosta sotto le coperte. Ogni volta che mi agitavo o cercavo di urlare, una mano mi picchiava.
Ci fermammo, credo, per tre notti.
In quelle condizioni, lo scorrere del tempo era più tiranno dei miei rapitori!
Sempre bendata, mi davano una ciotola con qualcosa di disgustoso da mangiare. Unico conforto era il calore del fuoco attorno a cui stavamo seduti. Dopo il pasto, gli uomini, con toni volgari, si raccontavano storie di scorribande e di violenze sulle donne.

Poi di nuovo sul carro, mentre il resto della banda dormiva.
L’ultima notte tentai di fuggire. Non l’avessi mai fatto! La punizione fu orribile.
Ancora oggi rimane indelebile nella mia mente.
Quell’essere volgare, che mi sorvegliava, mentre gli altri riposavano, mi prese con una brutalità inaudita. Il dolore della violenza che subii fu atroce, così come la nausea che provai per il fetore che emanava quell’uomo.
L’indomani il viaggio riprese e, quando il carro si fermò, mi fecero scendere; poi mi tolsero la benda.
Una luce intensa mi sferzò gli occhi. Era il sole!
Ed era anche una splendida chioma dorata di un giovane pulito, bello, elegante che rincuorò il mio animo ferito. La vista e il calore arrivarono a lenire i dolori del mio corpo.
Entrammo in un maniero.
Scendemmo un’infinità di scale e poi camminammo per una serie di cunicoli sotterranei. Arrivammo dinanzi alla porta di una cella e, senza tanti complimenti, fui gettata dentro. Sbattei la testa. Quell’enorme porta chiudeva un altro capitolo della mia vita.
Un donnone, dai modi rozzi, ma buona di cuore, ogni giorno mi portava una ciotola con qualcosa da mangiare, un secchio ed una pezza per lavarmi.
Poi l’inferno s’impossessò di me. Una mattina, di buon’ora, l’enorme porta si aprì e un giovane entrò nella mia misera cella. Era alto, bello e dai modi inaspettatamente gentili. Un paio di stupendi occhi scuri iniziò a scrutarmi dall’alto al basso.
Provavo un profondo imbarazzo, come se mi stesse spogliando col solo sguardo!
La vita mi aveva già trasformato da fanciulla in donna e quella donna s’innamorò perdutamente del giovane dinanzi a lei.
S’inchinò e mi disse che sarei stata portata a Roma entro due mesi. Nel frattempo, avrei avuto al mio seguito una dama, una sarta mi avrebbe cucito nuovi abiti e una parrucchiera mi avrebbe rassettato giornalmente i capelli. Infine, avrei vissuto quelle ultime settimane in una bella stanza del maniero, con splendida vista sul mare. Mi trovavo nella rocca di Astura, disse, nei pressi di Nettuno, non lontano da Roma.
Non potevo credere alle mie orecchie. Tanta crudeltà prima e ora tanta gentilezza.
Cosa mai il futuro aveva in serbo per me? Perché chiusa in cella da oltre due mesi?
Un giorno, poco dopo, partimmo e nel corso del viaggio con una sola tappa per la notte, raggiungemmo Roma.
Roma: le sue strade erano uno spettacolo ai miei occhi!
Ero distratta, quando la carrozza si fermò e uno stuolo di servitori ci venne incontro. Il bel giovane, di cui ero oramai perdutamente innamorata, impartì loro una serie di ordini.
La mia dama, Monia, sembrava già conoscere il posto. I suoi occhi però celavano una strana malinconia, rispetto l’allegria che avevano avuto nei mesi trascorsi ad Astura.
Dal nostro arrivo, le giornate si susseguirono tranquille, fino a una mattina di metà mese.
Un pallido raggio di sole stava facendo capolino tra le finestre e mi svegliò d’improvviso. sentii un frenetico andirivieni di gente animava il cortile del palazzo.
Mi affacciai alla finestra e lo spettacolo mi sorprese non poco: una decina di giovanissime ragazze stavano entrando a palazzo.
Ero ancora in camicia da notte e la mia porta si aprì bruscamente. Il giovane mi tese la mano come a voler prendere la mia, ma aveva qualcosa di strano nel suo sorriso.. Gliela porsi. Lui mi strattonò e mi gettò sul letto. Mi prese. Sentivo il suo respiro sempre più affannoso e le sue mani esplorare il mio corpo. Le sue labbra iniziarono a baciare ogni centimetro della mia pelle. E poi mi prese… con desiderio e violenza. I miei sensi erano confusi!
Giacevamo uno accanto all’altra da pochi minuti, quando si alzò fulmineo. Si rivestì e mi disse “Sii sempre pronta”. Non capii, ma volli pensare che in lui si fosse accesa la fiamma dell’amore. Mi dispiaceva quel rapido distacco.
Ero sola da alcune ore, poi Monia entrò nella mia stanza con l’angoscia disegnata sul viso. Mi disse che ero attesa nella sala delle feste. Chi mai poteva richiedere la mia presenza?
Mi ritrovai insieme alle ragazze arrivate al mattino. Tutte insieme fummo trascinate nel salone più grande che avessi mai visto prima. Aveva ampie finestre, un lungo tavolo e pareti adornate con magnifici arazzi dorati, su cui erano ricamate immagini di scene di caccia… non caccia ad animali. Ma a fanciulle!
Io fui staccata dal gruppo e condotta dinanzi una specie di trono, riccamente intagliato, su cui sedeva un nobile, dal volto orribilmente sfregiato, vecchio, almeno come mio padre, e con occhi rosso fuoco come il Demonio. Sembrava una creatura venuta dagli Inferi, al di fuori del tempo.
A destra del trono stava, in tutta la sua bellezza, il giovane che mi aveva posseduto.
Piansi: non potevano stare insieme quelle due persone così diverse.
Improvvisamente ogni voce tacque e sentii tutto il terrore che quegli occhi mi incutevano.
Con occhiate di fuoco il suo sguardo si muoveva rapidamente: guardava me, poi le giovani ragazze, poi di nuovo me…come se dovesse fare una scelta.
A un suo lieve cenno, Monia mi strappò la parte superiore della veste. Terrore e vergogna erano le cose che mi paralizzavano.
E disperazione, quando mi accorsi che il giovane pareva godere di quella scena.
Quando tentai di coprirmi, lui intervenne per bloccare le mie mani dietro la schiena.
Mi guardai attorno e vidi che anche le altre fanciulle erano nude. Eravamo merce di piacere nella stanza del mercante.
Ero stata rapita per soddisfare le voglie di uomini che erano disposti a pagare somme ingenti pur di accaparrarsi giovani donne di buona famiglia. Per diventare più “remissive”, eravamo tenute prigioniere svariate settimane. E poi eravamo state iniziate all’amore da un giovane bello e gentile che ci aveva reso ancora più indifese. La sferza della paura e la speranza della libertà indeboliva e umiliava il nostro carattere.
Il mercante scelse me e altre cinque ragazze. Sussurrò qualcosa all’orecchio del giovane Aureliano che rise in modo rozzo e fragoroso. Il mio Aureliano!
Il mercante mi volle per sé.
Sento ancora le sue orribili mani toccare ogni parte del mio corpo.
Vedo ancora i suoi occhi mentre mi sovrasta e mi prende brutalmente.
Odo ancora le volgari risate durante i suoi perversi “giochi amorosi”.
Le mie narici percepiscono ancora l’odore nauseante della sua pelle.
La mia bocca ha ancora il sapore dei suoi baci lascivi!
I giorni che seguirono furono un tumulto d’incubi ad occhi aperti e chiusi.
Tutte noi schiave eravamo fanciulle italiane di buona famiglia che venivano rapite e vendute al miglior offerente. Alcune acquistate da Califfi arabi.
Eravamo “Carne fresca”…soleva definirle il mercante che teneva per sé la più bella.
Il giovane venne a farmi visita più volte nei giorni successivi, per istruirmi su come dovevo sottostare al volere e ai piaceri del mio padrone. Poi un giorno mi confidò l’orribile verità, di cui erano all’oscuro tutte, anche le nostre madri: erano i padri a vendere le fanciulle, in cambio di cariche, onori e danaro. Ed erano i padri ad impedire che si risapesse di questi rapimenti. Anche mio padre: tradita e venduta dalla stessa carne che mi ha generato!
Assurdo. Venduta come schiava da mio padre!

Correva l’Anno del Signore 1175, eravamo a Roma, alla corte del Conte orsini.

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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