Yukimi, di Valentina Meloni

Lentamente ogni cosa va facendosi bianca e silenziosa. Più salgo verso il rifugio, più il paesaggio s’inabissa in un tutt’uno indistinto. Anche io affondo fino al ginocchio. Nessuna corsa. Nessuna furia di arrivare. Arranco, alzo gli occhi dai miei passi, sento la fatica, mi guardo intorno. Nessuno mai sembra essere passato di qui prima di me, la terra è una pagina bianca. Mancano ancora poche centinaia di metri alla meta ma io non voglio più camminare, non m’interessa più salire in cima. Sto ferma come un abete a cui la neve ha smussato gli aghi e i contorni. In ascolto.

Valentina Meloni

Non avevo mai sentito davvero che rumore fa il silenzio. Non avevo mai afferrato il senso del vuoto. Non avevo mai guardato con gli occhi pieni di bianco. Sono sola, ma ogni cosa intorno a me aleggia di presenze. Non parlo ma, lentamente, inizia a crescere una voce, quasi un sussurro, in me. Non so cosa dica, la sento chiamarmi, la seguo.  La mia bambina dai capelli bianchi ha dormito nascosta per tutto questo tempo e adesso, con un piccolo ramo appuntito incide, meticolosamente, dei segni sulla neve. La sua mano è decisa e non freme, nessun tentennamento. Segue una traccia solo a lei conosciuta, continua, intenta, senza mai interrompere il movimento. Ora li guarda: tre piccoli versi, tre sorsi di bianco per chi andrà ad abbeverarsi a quell’acqua, domani, senza sapere…

Non appena termina di scrivere, mi sorprendo: alcune impronte tradiscono una presenza, proprio nel punto in cui la bambina ha tracciato i segni. È tutto qui, in un pugno di bianco: la nostalgia di quel che ero, l’incertezza di quel che sarò. Piccoli solchi, già quasi del tutto coperti dalla neve che continua a cadere.

fugge un capriolo

è la mia fanciullezza

rimasta intatta?