CANTO TRISTE DELL’UOMO CHE PARTE, di Gregorio Asero

CANTO TRISTE DELL’UOMO CHE PARTE

Ecco io porto il mio vascello
oltre le secche di questo crudele mare.
Gonfio le vele col soffio
del mio respiro sordo
affannoso
triste.

Compagni che mi avete tollerato
io parto per un mondo incantato.
Se avete cuore
girate le vostre spalle al mio desio.

Io sono un vecchio
e solo i vecchi hanno il privilegio di morire contenti
Mi dico: può la morte compiersi prima del mio lavoro?
Uomini che combattono avversi numi
dai tuguri picchi si calano su rocce sporgenti.

Il mio giorno finisce sotto una luna
insensibile e bugiarda.
Mi ha ingannato con dolci parole d’amore.
È tardi per me che cerco un mondo novello.
Uomini fatemi spazio
che passo col carico del mio dolore.

E voi seduti su comode panchine
guardate il triste processo.
Molto ho perduto e molto mi resta.
I gorghi del mare aspettano un corpo che affondi
per toccare le isole infinite.

Eroici cuori affranti dal fato
ma duri a morire
lottate per non cedere mai.
Io parto.
.
da “Nella terra del sole”
di Gregorio Asero
copyright legge 22 aprile 1941 n. 633