La banalità del male di Hannah Arendt, Riflessioni di Cristina Saracano

Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso.”

Queste sono le parole di Hannah Arendt, filosofia tedesca, allieva di Heidegger e Jaspers, emigrata dalla Germania alla Francia nel 1933 per colpa delle leggi razziali.

Hannah assiste al dibattimento presso il tribunale di Gerusalemme di Otto Adolf Eichmann, catturato nei pressi di Buenos Aires nel 1960 e processato per aver commesso oltre quindici imputazioni contro l’umanità.

Da qui nasce questo libro, che sviscera problemi morali, giuridici e politici.

Il Male, per Hannah, è “banale” , in quanto eseguito con freddezza, naturalezza, con la calma e la servitù di semplici esecutori di stato.

I criminali sono uomini tecnici, tutti simili, obbediscono a ordini terribili con calma e naturalezza assolute.

Non si sa nemmeno se sono consapevoli di ciò che fanno, se ciò è visto come un semplice obbligo, che non lascia traccia alcuna nelle loro menti e nei loro cuori.

Ecco perché è un male ancora più terribile.

La soluzione finale, così freddamente definita da loro, pone interrogativi anche scomodi: fino a che punto un burocrate deve arrivare per obbedire uno stato cieco e gonfio di odio e rabbia?

Le sue parole devono ancora essere, per tutti noi, un invito alla riflessione.

Genocidi e stermini hanno caratterizzato il ventesimo secolo, ma che cosa bisogna fare per estirpare questo male banale, ma subdolo, nel ventunesimo secolo?

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