I fratelli ipocriti di Baudelaire, di Marcello Comitini

 


Charles Baudelaire

Il mio primo incontro con Baudelaire risale a tantissimi anni addietro quando le pulsioni vitali dell’adolescenza mi spinsero a cercare gli strumenti che mi consentissero di mettere a fuoco, e in un certo qual modo a concretizzare, le immagini che popolavano il mio cervello, farfalle di cui vedevo i colori ma non i contorni.
L’assenza di quegli strumenti mi faceva sentire privo di tutto, talmente povero che l’incontro inatteso con Baudelaire mi costrinse ad amarlo come solo un povero può amare il ricco principe che ha girato verso di lui lo sguardo chiedendosi il perché di quella povertà. E quando il povero racconta d’aver incontrato il Principe non possono che brillargli gli occhi nel ricordare quel momento felice. E felice soprattutto perché quel primo incontro si è protratto negli anni con lo stesso entusiasmo e lo stesso stupore.
Negli anni in cui portavo sulle spalle lo zainetto che conteneva, come quello di tutti gli adolescenti, il bagaglio culturale, scolasticamente e francescanamente povero, vagavo in cerca di una figura paterna priva di quei limiti in cui ritenevo fosse rinchiuso mio padre. Non una figura ideale ma un qualcuno che io potessi toccare, che potessi abbracciare come desideravo invano che lo facesse mio padre.
Non mi bastava dunque cercare (come accade alla maggior parte degli adolescenti, certamente meno bisognosi di me) la figura carismatica di un cantante o un attore. Mi apparivano lontani, intoccabili ma anche disattenti e incapaci di rispondere alle mie pulsazioni di adolescente.
I libri, ecco. Loro sì erano i soli che potessi toccare e carezzare. E tramite loro anche gli autori. Nel mio intimo sentivo le loro carezze e credevo di essere accolto e di vivergli accanto confidandomi i loro segreti. Uno in particolare, che è ancora nella mia libreria e conserva il suo profumo come quello del primo amore. È un romanzo di Marino Moretti, dal titolo “I puri di cuore”,edito da A. Mondadori nel 1923.

Marino Moretti, I puri di cuore

Ma nella biblioteca di mio padre, unico rifugio delle mie fantasie, esistevano alcuni volumi nascosti in alto a sinistra nell’ultimo scaffale – come si usava allora per tutto ciò che era ritenuto appartenesse al mondo dell’eros (e come ancora si usa virtualmente quando lo si nasconde dietro la funzione di parental control) – . Molto probabilmente è stata proprio la loro collocazione disagevole ad invitarmi a scoprirli.
In particolare un libro, vasto e pesante, Le Memorie di Giacomo Casanova, troneggiava su gli altri. Quando lo aprii fui attratto dalle sue illustrazioni a tutta pagina, in bianco e nero come tratteggiate finemente da una penna a inchiostro di china. Ricordo in particolare quella di un braccio maschile proteso verso il basso che fuoriusciva, fin quasi all’ascella, dallo spazio tra alcune tavole sconnesse che fungevano da pavimento a un balcone veneziano. La scena era vista dal livello strada.
Il braccio era proteso a carezzare con la mano il seno nudo di una ragazza, che ritta in punta di piedi, con la testa abbandonata all’indietro, godeva per quanto fosse possibile, di quelle carezze clandestine. La didascalia precisava che a Casanova, in fuga dai Piombi Veneziani, veniva concesso un momento romantico dalle profferte supplichevoli di quella ragazza.

Giacomo Casanova, Fuga dai piombi

Il testo delle Memorie, non faceva seguire alcuna descrizione che potesse infondere calore e colore a quella scena.
A questa carenza rimediai tuttavia con Il Fuoco di d’Annunzio, altro libro allora proibito, ricco di parole dai profumi torbidi e dai colori quasi urticanti, con la descrizione, rimastami nella memoria, di una scena d’amore che si svolgeva in un fienile il cui “afrore” mi penetrava le narici.
Accanto a quel libro vi trovai quello che aveva per titolo I Fiori del Male. Mi attrasse il “male” che, accostato alla parola “fiori”, mi richiamava l’immagine di quella fanciulla offerta come un fiore teso alla carezza di Casanova.
L’amore, perché credevo d’amore si trattasse la pulsione che aveva spinto all’incontro di quel braccio con il seno della fanciulla, iniziava a effondere nel mio cervello il profumo attraente del male, del proibito, del furtivo. Non mi fu difficile, tra le tante poesie, scovare “I Gioielli” i cui primi versi già accendevano la mia fantasia:

“La mia amata era nuda e indossava soltanto,
conoscendo il mio cuore, gioielli tintinnanti” .

“Les Fleurs du Mal” illustrati da Rodin

E scoprii anche le altre di poesie incluse nella sezione “Poesie Condannate tratte dai Fiori del male”. Chi le aveva condannate? Perché erano state “tratte” in quella sezione di Condannate? Ritenni allora che fosse stato proprio Baudelaire a separarle, isolarle, rinchiuderle, come mio padre aveva isolato il libro. Cercando di scoprirne il motivo, iniziai a leggere le altre, quelle non chiuse in carcere, quelle libere.
Mi parve una lettura interessante ma non piacevole (preferivo quelle condannate): ero martellato da parole come carogna, cervello, ossesso, verme, podestà, principe, regina. Queste ultime soprattutto mi davano un’idea di opulenza barocca, immerse com’erano, dalla traduzione che avevo sotto mano, in un verseggiare che mi appariva fuori tempo, inattuale, falso e contorto.
Fui spinto a leggere in lingua originale per confrontarla con la traduzione.
E più leggevo più si andava alleggerendo il peso di quei termini mentre i motivi della mia scoperta si facevano sempre più lontani negli anni.
Mettevo per iscritto la mie traduzioni che però risuonavano della ricca ridondanza baudelariana, perché mi lasciavo influenzare dai diversi traduttori che frattanto consultavo.
Iniziai quindi a puntellare il mio animo ricorrendo a letture di altri poeti, Ungaretti, Montale e in particolare Cesare Pavese, la cui simbologia mi sembrava corrispondere per tanti aspetti a quella di Leopardi e Baudelaire e il cui versificare scarno costituiva un valido contraltare a quel barocchismo da cui mi sentivo soffocare.
Mi era sempre più evidente che qualunque sia la teoria che sottostà al tradurre, qualunque siano gli espedienti adottati da ciascun traduttore per rendere al meglio il mondo baudelariano, qualunque sia la personalità di colui che traduce e qualunque siano i sentimenti con cui i traduttori si sono negli anni accostati al Poeta, quel che rimane ben caratterizzata e unica è la posizione di Baudelaire nel rapporto con i suoi traduttori. E avevo la sensazione di accostarmi a un Baudelaire che nell’originale era molto lontano dallo spirito di coloro che l’avevano tradotto, rendendolo diverso da quel Baudelaire che ha scritto, con apparente disinteresse e sostanziale dolore, “Mon livre a pu faire du Bien. Je ne me n’afflige pas. Il a pu faire du Mal. Je ne réjouis pas” (Se il mio libro ha fatto del bene, io non me ne rattristo. Se ha fatto del male non ne gioisco).

Due disegni di Jeanne Duval eseguiti da Baudelaire

Pur se, come asserisce Giovanni Macchia, il “mondo terribile e affascinante, che il nostro poeta ammobiliò, indagò, sognò, accettò o respinse” assomiglia “sempre di più al mondo in cui viviamo” a mio avviso ben pochi, o forse nessuno, sono riusciti a rendere la poetica di Baudelaire in modo tale da farlo davvero percepire poeta presente e attuale, in tutto il suo “brutale realismo” che lo fa “contemporaneo fraterno dei lettori” .
La modernità di Baudelaire non sta ovviamente nella metrica (peraltro assai varia), quanto invece nella sua esperienza di uomo che si esprime attraverso la poesia (o sarebbe meglio dire, principalmente attraverso la poesia, in quanto gli altri suoi scritti sono altrettanto rilevanti per la comprensione della sua vera personalità).
A mio avviso il torto più grave che si possa commettere nei confronti di Baudelaire è quello di tradurlo facendolo rientrare entro determinati canoni estetico-linguistici, alcuni camuffando i suoi versi dentro un verseggiare simile a quello di Dante o di Petrarca, altri addolcendo le sue espressioni secondo la migliore lirica italiana, altri infine riducendo in prosa i versi, non sempre esaltando in tal modo le luminose immagini.
Mi sembra doveroso ricordare, a proposito di queste artificiose costruzioni, alcuni versi scritti su un biglietto da Baudelaire e riportati sotto la raccolta Vers de circostance:

Io vivo, il tuo mazzetto è l’architettura:
È dunque lui la bellezza, io invece la natura;
se sempre la natura ha abbellito la bellezza
m’inchino ai tuoi fiori… ed eccomi abbellito.

Io vivo, il tuo mazzetto è l’architettura:
È dunque lui la bellezza, io invece la natura;
se sempre la natura ha abbellito la bellezza
m’inchino ai tuoi fiori… ed eccomi abbellito.

“Il formalismo – dice giustamente Macchia – è un fenomeno […] in cui si scambia il fine col mezzo. Baudelaire distinse nettamente l’uno dall’altro.” Anche se è certamente vero che Baudelaire assunse posizioni baroccheggianti e predilesse un gusto illimitato del motivo con inclinazioni verso il petrarchismo, tuttavia “non è petrarchista la distinzione che illumina il suo mondo, l’amore per il concreto, i suoi sforzi di sollevare la letteratura erotica ad una serietà religiosa” (senza peraltro dare, in questi frangenti, prove genuine del suo sentire).
Tralasciando coloro che hanno tradotto in prosa i versi di Baudelaire, è evidente che la lezione di Macchia non sembra essere stata ascoltata e si continui, ad eccezione di Raboni, a tradurre Baudelaire tentando di riprodurre il formalismo contenuto nei versi del Poeta.
D’altra parte Raboni, con la delicatezza del suo tradurre, sembra dimenticare la volontà di Baudelaire di non sottrarsi alla denuncia brutale della più cruda verità, mal interpretando anzi esaltando quel fondo di purezza che traspare in alcune traduzioni in cui Raboni mi appare insuperabile. Cito, a titolo d’esempio la sua traduzione dei primi versi della poesia “Tristezze della luna”:

“Piú pigra, questa sera, sta sognando la luna:
bellezza che su un mucchio di cuscini,
lieve e distratta, prima di dormire
accarezza il contorno dei suoi seni”
.

Eppure Baudelaire riesce a sopravvivere a quelle traduzioni e a resistere nonostante tutto.
Con le sue espressioni aristocratiche, la sua capacità di distinguere tra poesia e oratoria, tra bellezza e passionalità, resiste “avec fureur et patience”. Resiste perché egli ha affidato al suo « livre atroce » i suoi « plus lourdes pensées » allo scopo di « les transmettre, les donner aux autres comme une charge secrète et insupportable » . Resiste perché è proprio la sua volontà ciò che avverte ogni lettore, al di là della forma con cui gli giunge il pensiero del Poeta.
Quell’ “hipocrite lecteur”, a cui il Nostro si rivolge in apertura del suo libro, sa, nell’intimo della propria coscienza, che Baudealire non a torto lo ha anche definito “mon semblable, – mon frère”. Il lettore si rende conto che Baudelaire ha la forza morale e la capacità di coinvolgerlo a tal punto da fargli cadere quella cecità ipocrita (causata da debolezza morale e/o psichica), con cui è abituato a giudicare, e di trarre fuori dal proprio intimo i pensieri più reconditi ma sempre presenti, quei pensieri che di norma giudica abietti e indecenti ma che comunque popolano le notti della sua anima.
Leggere le poesie di Baudelaire ed evocare il passato (spesso il presente e spessissimo il futuro) si compiono nel lettore come due attività soprattutto interiori, che confermano le ragioni per i quali Baudelaire è riuscito a imprimere le sue tracce non solo in autori ben lontani dalle sue esperienze umane e poetiche (si pensi a Thomas Mann, Proust, Rilke, Eliot, Montale, Luzi) ma in chiunque abbia la chiara coscienza di essere “hipocrite” nell’allontanare da sé istintivamente l’immagine del mondo così crudele e insensato come oggi si presenta.
Bisogna saper esercitare “l’art d’évoquer les minutes heureuses!”, scrive Baudelaire, ma – occorre aggiungere – attraverso l’unione di sensazioni e sentimenti contrastanti, non con la vana soggettività che cancella la realtà con un atto di arbitrio ma con quella soggettività che rivela, lenta e luminosa, l’essenza delle cose.

“Les Fleurs du Mal” nella mia traduzione

Su questo rapporto tra il lettore e Baudelaire, sull’anelito e sulla forza evocativa delle immagini presenti nella poetica di Baudelaire ho costruito i versi della mia traduzione, sforzandomi di riprodurre l’aspetto metrico dell’originale attraverso la musicalità e la sua conseguente forza evocativa , poco badando, mi si permetta la sfacciataggine, di dare peso a quello retorico, cioè all’enfasi romantica e classicheggiante che traspare dalla costruzione formale del verso.

Ho pensato a un lettore italiano che può comprendere senza eccessivo sforzo il verseggiare del Petrarca o di Dante e sentirsi da questi accolto e riconosciuto. Ma proprio questo lettore mal sopporterebbe un innesto di Baudelaire nel tessuto degli schemi della nostra poesia classica. Perché se è vero che l’accoglienza, come sostiene uno dei suoi traduttori, è un atto d’amore, è altresì vero che non possiamo essere noi ad accogliere Baudelaire ma siamo noi, che traduciamo, a doverci porre in quella disposizione d’animo da essere accolti da Baudelaire, per essere i suoi traghettatori fedeli nella sostanza e non nella forma, o almeno in quella forma che per il lettore risulterebbe un vano artificio letterario.
Mi sembra quindi inutile qui sottolineare che la mia traduzione ha traslato in lingua italiana quanto poteva essere traslato e ha cercato di riprodurre le espressioni “atroces” con altrettante espressioni che conservassero nella traduzione la medesima vigoria dell’originale. Per ottenere questa forza evocativa ho a volte invertito l’ordine di alcuni versi e di alcune espressioni, senza tuttavia falsarne il ritmo e la musicalità.

Ma sarà il lettore a giudicare. A me qui basta riportare quanto Jaques Rivière scrive in apertura del suo saggio a proposito di Baudelaire :
« È in mezzo a noi. Non si ritira nella solitudine per riuscirne poeta e profeta. Non chiede alla natura di renderlo divino. – Ma è con noi. Lo noto che passeggia per strada: è preoccupato dei suoi debiti, cammina facendo e rifacendo conti. Sta costruendo le sue speranze su alcuni articoli il cui compenso lo aiuterà a sentirsi libero. O può darsi invece mediti qualche scherzo ai suoi amici che sta per incontrare. O meglio ancora lavora mentalmente a una poesia, sistema alcune parole che non gli sembrano ben accostate. – Forse frequentandolo, non avrei mai conosciuto di lui che le sue fantasie e i suoi umori. Ma aveva un’anima. La portava nel suo vivere. E lei era presente quando sopravveniva la sofferenza o la voluttà. Era pronta a sopportare tutto, non con superficialità ma come una povera anima sincera fatta per penare e aver bisogno. »

Marcello Comitini

Autore: marcello comitini

Sono siciliano ma vivo a Roma. Sono laureato in Giurisprudenza. Dopo aver insegnato Fotografia, ho svolto attività di Specialista in Organizzazione e Processi Produttivi presso aziende italiane ed estere. Delle mie poesie dicono: Attraverso immagini dense e limpide, le sue poesie offrono una nuova via d'accesso alla realtà, affidando ai versi il compito ambizioso di suscitare in noi adesione alla totalità del nostro essere. L'esistenza, il suo significato, la sua dinamica, il nostro ruolo nel mondo, il nostro rapporto con l’amore e con la vita sono gli argomenti che il poeta affronta. Le sue poesie sono meditazioni attive che ridestano in noi modi di pensare e di vedere che le convenzioni sono solite mantenere nascosti perché scomodi. Ho tradotto parecchi autori dal francese e ho pubblicato tre volumi di poesie. Le mie poesie possono essere lette sul sito www.terracolorata.com

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