La raccolta è strutturata in versi liberi che si alternano a poche e brevi riflessioni in prosa ritmate come fossero poesie.

La volontà dell’autore è stata di comporre questo libro come strumento per offrire al lettore, lungo il suo cammino, un riparo dalle ombre che si accumulano nell’intimo dell’animo umano.

Due epigrafi poste all’inizio della raccolta indicano la direzione del cammino e la natura del terreno su cui tutti noi poggiamo i nostri passi.



La prima epigrafe è una frase tratta dal romanzo Gehen (Camminare) dello scrittore Thomas Bernahard, che ha esercitato «l’arte di esistere contro ciò che è insopportabile e contro ciò che è orribile»:

Nulla è più istruttivo del vedere
camminare uno che pensa
e nulla è più istruttivo del vedere
pensare uno che cammina.



La seconda sono versi tratti dal Purgatorio quando Dante, al quarto giorno della sua avventura, varca la soglia di quel mondo del provvisorio e del transitorio:

Noi salivam per una pietra fessa
Che si moveva d’una e d’altra parte
Sì come l’onda che fugge e s’appressa


Lungo il cammino la raccolta offre un riparo che proteggerà il lettore quando la primavera sarà finita, al tramonto dell’estate, col sopraggiungere dell’autunno, quando l’inverno morderà il cuore.

Un riparo ai passi che noi tutti compiamo lungo strade sconosciute all’interno del nostro intimo, della nostra vita per sfuggire allo stupore doloroso e al senso di vuoto che proviamo di fronte agli ostacoli che la vita ci pone e alla costatazione che si perde tutto e all’improvviso.

Guidato dalla convinzione che il disinganno debba precedere l’illusione, l’autore osserva e annota con la nostalgia del vagabondo, con l’amarezza di chi si sente escluso mentre scandaglia i ricordi, i sentimenti d’amore e d’amicizia, con un rimpianto simile a un partire prima dell’addio. È come un rinascere senza muoversi, un osare il niente, trasportato dal soffio vivo di un linguaggio di carne e sangue.

I suoi pensieri non cadono dall’alto ma passano da orizzonte in orizzonte, senza giungere a un bilancio della vita, interrogando ciò che la realtà presenta, ciò che il futuro propone: un’altra meta, una altra soglia, un altro vuoto.

Le poesie della raccolta recano le tracce del vagabondare dell’autore, alla cui libertà fa da presupposto il disinganno.

I vagabondi (pagg 44-45)

Il disinganno infatti gli consente di affrontare l’attualità dei nostri tempi, di trarne segnali per il futuro, d’includere nel proprio sguardo l’amore spogliato da tutte quelle illusorie speranze che non consentono di godere con ebbra autenticità, del suo equilibrio precario.

Assunto come antidoto allo strapotere dell’illusione, permette all’uomo di vagabondare guidato dalla volontà di costruirsi un riparo attraverso la parola che diviene azione, soffio, energia, fuoco incarnato.

Un riparo che permette al lettore di comprendere che stare a questo mondo – qualunque sia il modo – non giova solo a sé stesso.