Servirebbe un giardino, di V.R.

Servirebbedi V.R.

Fisso la candela.
La fiamma sembra un pino infuocato, la cui punta vuole toccare il cielo.
Tutta la stanza odora di vaniglia mista al legno bruciato del camino.
Il riflesso danzante della candela si riflette sulle finestre: è un’allegra compagnia in questa notte di dicembre.
Mi ritrovo a scrivere su questa vecchia agenda una nuova storia, mentre una coperta di lana mi abbraccia.
Questa volta non sono io sola a immaginare il racconto, ma è la candela sul tavolinetto accanto a me, ad aiutarmi.
Fuori, le luci natalizie si confondono tra la neve. Un altro inverno, qui, nello Hampshire.

Chiudo gli occhi e, avvolta dal quel tepore alla vaniglia, visualizzo un giardino sul retro di una grande casa.
Per accedervi vi è una vecchia porta in legno, di quelle ormai rovinate dai secoli che cambiano.
Eppure, malgrado della sua presentazione malridotta, una volta aperta, davanti agli occhi si presenta uno spettacolo tra il naturale e il sovrannaturale. Un piccolo Eden nascosto nel retro di una vecchia dimora inglese.
Camminando per un sentiero ormai tutto ricoperto di vecchie foglie, riempie il cuore vedere la potenza della natura, capace di far nascere un fiore anche tra le fessure di due pietre che non vogliono separarsi.
Ancora più avanti c’è un ruscello: un piccolo ruscello che scorre libero e incontaminato dalla velocità del presente.
Stando in quel locus amoenus, non riuscivo a non pensare a quanto sia indispensabile trovarne uno, nella vita di tutti i giorni.
“Se solo riuscissi a conservare vividamente ogni ricordo, ogni profumo, ogni forma, ogni tonalità di colore. Allora sarei in grado di ricrearlo nelle sere di inverno, tornando dal lavoro, tra le strade trafficate della mia grande città”.
Sedendomi su un grande passo, circondato da un tappeto di erba verde e umida, presi dalla borsa un taccuino; poi con la piccola matita che riuscii a trovare, scribacchiai qualcosa e abbozzai un disegno.
Quando tutto sembra “overwhelming”, quando il presente ti avvolge tanto da stringerti i polmoni, senza lasciarti respirare, servirebbe un giardino. Questo il mio pensiero. Servirebbe ossigeno per i nostri pensieri.
Amavo Londra, amavo mio marito, eppure qualcosa mancava nell’equazione. Il risultato non era perfetto, ma vi si approssimava sempre di pochissimo.
Quella piccola virgola mancante, cambiava stupidamente ogni cosa. Gettava ombre sul mio sorriso e percuoteva a intervalli dolorosi la nostra relazione.
Dicono che vivere a contatto con la natura, aiuti a ricordarci chi siamo; e lo dico ad alta voce, per rendermene conto: siamo umani. E noi umani non siamo solo routine, non siamo solo razionalità: siamo fatti di sentimenti, emozioni, sensazioni e sogni. Servirebbe un giardino che contenga tutto questo. Servirebbe un giardino per ritornare a vivere; uno segreto da cui si vedono correre allegramente piccoli cerbiatti dalle macchie scure, mentre i passerotti saltellano tra un albero e l’altro, in una costante primavera.
Allora quel ruscello sarebbe l’immagine riflessa del nostro sangue che riprende a scorrere; e quei leprotti che scorrazzano allegri sarebbero in nostri pensieri, liberati dal recinto della nostra testa. E ancora quelle api, le nostre sensazioni che hanno ritrovato la curiosità di cambiare fiore e poggiarsi su qualsiasi altra cosa li richiami. E la farfalla, la delicata farfalla bianca che sbatte le ali, mentre sta poggiata sul più alto girasole, ecco lì il riflesso dei nostri sentimenti.
Puri, delicati, incorrotti e reali, come la candida farfalla che adesso volerà chissà dove.
Servirebbe un giardino per ricordarci che quello che ci manca nella quotidianità, lo ritroviamo solo dopo aver aperto una porta sgangherata, con una chiave antica quanto è antica l’umanità.
Ho respirato a pieni polmoni ogni minima sfumatura di profumo di quel luogo e dopo quella sorsata di vita, avevo il desiderio di ritornare a casa. Però prima, soltanto un ultimo sguardo al tramonto; soltanto un ultimo sguardo al sole che brucia.

L’ultima scintilla della candela, mi ha richiamato a lei.
Non c’era più il suo riverbero sulla finestra e fuori aveva ripreso a nevicare.
Eppure il fuoco non aveva ancora perso l’energia di scoppiettare, come i miei pensieri che galoppavano.
Chissà chi era quella donna, ero io o lo siamo tutti?
E chissà dov’era quel giardino.
Chissà se è riuscita più a tornare a casa.
Chissà se avrà ripreso ad apprezzare quello che aveva, piuttosto che quel poco che non possedeva.
Servirebbe un giardino, un giardino segreto;
servirebbe un locus amoenus pronto ad accoglierci.
So solo che sto per raggiungere nuovamente il mio.
Spengo il fuoco, chiudo l’agenda, poso la penna, spengo la luce.
È una notte serena nello Hampshire.
Chiudo gli occhi e apro la porta di legno.

Buonanotte

https://raccontiondivaghi.wordpress.com

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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