VOLTI ANIMALI – LA TORRE, ESTRATTO 2, di rebeccastories

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di rebeccastories

Visto i recenti dibattiti sulla sperimentazione animale – scaturiti dal cosiddetto “caso Caterina”- e ispirata da alcuni spunti di riflessione che propone il biologo Roberto Cazzolla Gatti attraverso questo articolo, ho voluto pubblicare un estratto mai letto del racconto “La Torre“, non tanto col fine di far emergere la mia posizione in proposito, quanto per invitare a riflettere nuovamente su alcuni concetti – che scoprirete fra le righe – ma soprattutto su quella strana equazione inconscia(istintiva?) a cui ragionevolmente crediamo da millenni: piccolo=inferiore?

Milo guadava attentamente un tagliaforbice, chinato sul suo piazzale, lo osservava scalare con fatica le dune delle piastrelle rigate. Provò a stuzzicargli le tenaglie col dito indice, per vedere se lo attaccava, ma pareva troppo impegnato per litigare. Gli piaceva quella bestiolina, e non durò nemmeno il breve tempo con cui avrebbe potuto veramente affezionarsi a lui. A pochi centimetri dal suo viso, con un movimento deciso – ben consolidato nel tempo – un infradito rosa d’improvviso lo strisciò via, lasciandone solamente una lunga sgommata davanti agli occhi increduli di Milo.

–  Vieni a fare colazione? – esclamò allegramente la zia.

Si alzò e cercò di non pensarci, cominciava quasi ad abituarsi a quella crudeltà mascherata da dovere. C’era stato un giorno in cui addirittura era-no stati vicini a convincerlo – della consuetudine di assassinare gli animali piccoli – che per un istante ebbe persino il timore di essere ucciso pure lui. Piccolo com’era, qualche passante avrebbe potuto scambiarlo per un’ insulsa creatura, di quelle che strisciano in terra.

Ma la paura era scomparsa poco dopo. Era troppo grosso lui, in mezzo ai piccoli; e poi la sua faccia si poteva pur vedere: era una faccia umana. Quella degli insetti no, non avevano di certo un bel naso scolpito, gli occhi ben proporzionati alla testa, una bocca lucida e polposa.

Loro avevano antenne affusolate, corpi disegnati da trame di colori, oppure vellutati da leggera peluria, e infine lunghe ali vetrate. Quanto avrebbe voluto essere un’ape, e dormire dentro i fiori.

    Ma fu proprio in quell’istante che un’idea gli balenò per la testa, una spiegazione logica a tutto quanto: esisteva una legge, una regola primordiale insita nella coscienza dell’uomo. Quella di uccidere tutto ciò di cui non si potesse distinguere un “viso” (regola che un tempo, forse, avrebbe potuto contribuire alla sopravvivenza). Perché indubbiamente tutte quelle bestioline, con le loro teste inespressive, non potevano certo dimostrare dolore, quanto piuttosto indifferenza, o insofferenza totale, per la loro stessa morte.

Forse un’ape lo era stato; e magari un giorno, mentre affogava nell’acqua abbandonata di un secchio, era stato ripescato con una foglia da un bambino piccolo e grosso proprio come lui. Magari tutti, un giorno, si sarebbero trovati inaspettatamente dentro le pelli degli altri.

Che poi, quale senso aveva per Dio sfornare continuamente anime nuove? Quando ne poteva creare una sola, più grande, e farle indossare sempre pelli diverse?

leggi gratuitamente l’intero racconto qui!
http://issuu.com/rebeccalena/docs/racconti_della_controra__rebecca_le

https://rebeccalenastories.wordpress.com/

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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