La memoria rende liberi. Recensione di Cristina Saracano

LA MEMORIA RENDE LIBERI

Liliana ha otto anni quando le leggi razziali condizionano la sua vita e quella della sua famiglia.

Costretta a lasciare la scuola, a vivere nascosta prima, e, successivamente, a fuggire, arrestata sul confine svizzero col padre, viene portata direttamente ai cancelli di Auschwitz.

Finita la guerra, libera, ma sola e orfana, piena di paure, vive fino a cinquant’anni cercando di non vedere e non ricordare.

Ma vedere è necessario e ricordare rende liberi.

Da qui la decisione di parlare, guardare al passato con occhi diversi, raccontare la sua storia in giro per l’Italia, alle scolaresche, alla gente comune che non c’era, ma deve sapere.

Enrico Mentana l’ha aiutata nella stesura di questo tragico, ma necessario memoriale.

Un percorso attraverso gli anni di crescita di una ragazzina, che diventa donna in un lager, sola, tra il freddo, la sporcizia, le malattie, la cattiveria.

Un viaggio fatto sospesa a un filo di speranza, dove l’umore del soldato o del medico di turno decidono quotidianamente il suo destino.

Un posto dove si è nudi, spogliati, di tutto, della propria identità, ma anche, soprattutto, della propria persona, dove un numero tatuato su un braccio ricorda che non si nulla di più, un luogo dove decide chi porta una divisa, e si può permettere di alzare la voce e anche le mani e di reclinare la testa per sempre senza possibilità di replica.

Pagine d’intensità drammatiche ci ricordano ancora una volta quanto brutto abbiamo cercato di rendere questo nostro mondo, restando, talvolta, immobili.

Perché l’indifferenza è il peggiore dei mali e chiudere gli occhi non serve a fermare l’orrore di certi gesti.

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