WAR… di Alessandro Casalini Scrittore

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WAR…

La mia casa non esiste più.
Non sto parlando dei muri, delle porte o dell’arredamento.
No.
Quelli ci sono ancora. Anche se in fin di vita.
Quando dico che la mia casa non esiste più, parlo della sua anima.
E’ morta.
Per sempre.

L’ho vista fuggire via tra le bombe. Un’ombra senza più alcuna voglia di vivere pronta a saltare in aria in mille pezzi. Cosa che puntualmente è avvenuta. Sotto i miei occhi.
Quelli di un povero vecchio che invece si ostina a voler vivere.
Nonostante la guerra.

Stamattina regna il silenzio.
Strano.
Forse persino i Signori della Guerra, oggi, hanno deciso di fare colazione.
Un caffè e una brioche prima di tornare a uccidere e a uccidersi.

Ho colto la palla al balzo.
Adesso o mai più, mi son detto.
Così ho tirato fuori il vecchio giradischi. Quello che suonava quando ancora non c’erano le bombe.

Ho cercato tra i dischi. La maggior parte è andata distrutta. Non parleranno mai più.
Ma non mi sono dato per vinto.
Ho continuato a rovistare fino a quanto le dita delle mani non hanno cominciato a farmi male. E poi ho proseguito lo stesso.
Volevo un disco. A tutti i costi.
Volevo che chi come me, non ancora rassegnato a morire, potesse chiudere gli occhi e riprendere a sognare dopo tanto tempo. Anche solo per un minuto.
Volevo…

E poi l’ho trovato.
Nascosto tra le macerie.
Svenuto ma ancora vivo.
L’ho sottratto a una morte certa. Ripulito, accarezzato, osservato attentamente come fosse un tesoro. Il Sacro Graal.

Prima di dar voce alla sua smania di tornare a parlare (lo sentivo fremere tra le mie mani), ho recuperato la pipa. Sono senza tabacco e senza fuoco. Ma va bene così.
Sono vivo, in fondo.

Ho appoggiato la puntina sul solco, mi sono seduto sul letto pipa alla mano, poi ho incrociato le gambe come si fa nei salotti degli intellettuali.
Luoghi dove si discute di massimi sistemi e di futuro.

Qui, nella mia casa senz’anima, di sistemi non ce ne sono più. Né massimi, né minimi. E parlare di futuro non avrebbe alcun senso. Niente riesce più a spingersi al di là di un giro di lancette.
Sessante rintocchi, e poi un enorme buco nero.

La musica si è fatta largo nella stanza, accarezzando le pareti distrutte e ciò che rimane delle finestre. Poi è volata fuori, dove nemmeno il Sole ha più il coraggio – o forse la voglia – di farsi vivo.

Non so se servirà a qualcosa.
Probabilmente no.
Io però ho appena chiuso gli occhi, e per la prima volta da molto tempo, non ho le mani sulle orecchie.
Ascolto ogni nota come se fosse l’ultima. Mi sento una specie di rivoluzionario. Un eroe al quale un giorno dedicheranno una targa d’ottone.
Ricorderò per sempre questa mattina, anche se non la potrò mai condividere con nessuno.

Ci sono solo io.
Un vecchio rinchiuso in una casa deturpata della propria anima.
L’ultimo rimasto.

Un boato improvviso fagocita in un instante tutto il mio coraggio, la mia voglia di vivere, la mia vita.
Apro gli occhi.
La puntina viene spinta lontana dal disco che, eroico almeno quanto me, continua a girare, muto come se gli avessero appena strappato via le corde vocali.
Alzo lo sguardo.
Le ombre in cielo si moltiplicano.
Sono tante. Troppe.
Tanto vale chiudere di nuovo gli occhi.

Un nuovo boato.
L’ultimo.

“Prima o poi lo capiranno.” Mi dico un attimo prima di sparire e fare fessi i Signori della Guerra. “Ma sarà comunque troppo tardi.”
Silenzio.

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