Suor Eugenia Bonetti e le meditazioni da lei scritte per la Via Crucis; di Lia Tommi

«Sister, please, help me», «Sorella, ti prego, aiutami». Ancora, ventisei anni dopo quel 2 novembre, il grido di Maria risuona nelle orecchie di suor Eugenia Bonetti. Lo sente forte e chiaro quando, dopo il tramonto, percorre la Salaria, facendosi luce con una pila, per incontrare le “figlie della notte”. O quando, il sabato, con altre quattro religiose, si reca al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, dove quelle stesse ragazze, in genere prive di documenti, sono rinchiuse dopo una retata. Là, dietro sbarre di ferro attendono con angoscia “l’ora del sacchetto di plastica”. Il momento, cioè, in cui insieme all’ordine di espulsione, verrà consegnato loro una busta con gli effetti personali, il magro e unico bottino con cui torneranno a casa dopo essere state svendute per anni sui marciapiedi. «La voce di Maria mi ha accompagnato anche mentre scrivevo le meditazioni della Via Crucis», racconta suor Eugenia, classe 1939, missionaria della Consolata e presidente dell’associazione Slaves no more (Mai più schiave).

Maria, la giovane prostituta conosciuta per caso a Torino nel 1993, è stata una figura centrale nella vita della religiosa, all’epoca appena rientrata in Italia dopo aver trascorso venticinque anni in Africa. «È stata la mia maestra, la mia catechista. La sua sofferenza lancinante mi hanno rivelato la crudeltà del “mondo della notte”. In cui, persone giovani o giovanissime sono ridotte a corpi senza nome e senza dignità. Oggetto di consumo per clienti – spesso rispettabili padri e mariti – poco interessati a che cosa si nasconde dietro il loro “svago”. Merce sulla quale si arricchiscono i commercianti di esseri umani». Grazie a Maria è cominciata la “seconda missione di Eugenia”.

Quella sui marciapiedi d’Italia, per aiutare le schiave del Ventunesimo secolo a “spezzare le catene”. «Celebrare la Via Crucis non vuol dire ricordare un fatto avvenuto duemila anni fa. Bensì ascoltare la voce soffocata dei nuovi crocifissi della storia, in cui si prolunga il Calvario di Gesù. Quando il cardinal Ravasi mi ha chiamato, a nome del Santo Padre, per chiedermi il servizio di scrivere le riflessioni del Venerdì Santo sono rimasta di sasso. Non mi sarei mai aspettata che mi fosse affidata una simile responsabilità. All’inizio ero titubante, pensavo di non essere in grado. Il cardinal Ravasi mi ha rassicurato. “Lasci parlare il suo cuore e la sua esperienza”, mi ha detto. Ho seguito il consiglio. Ho messo dentro le meditazioni, gli ultimi ventisei anni, i più duri e, al contempo, ricchi, della mia vita. E tutte le donne in cui mi sono imbattuta nei Calvari delle nostre strade. I loro dolori ma anche la loro resistenza quotidiana per conservare un briciolo di umanità».

Le donne, dunque, sono state le protagoniste di questa Via Crucis. «Del resto, Maria e le discepole hanno avuto un ruolo cruciale nell’ora del Golgota. Non hanno avuto paura di rischiare, di gettarsi nella mischia, di mescolarsi alla folla ostile per restare accanto a Gesù. Il loro coraggio è un esempio per tutte. Non dobbiamo stare dietro le quinte, lasciare che siano altri ad occuparsi del mondo. Dobbiamo e possiamo avere la forza di esserci. Anche quando non abbiamo i mezzi e le possibilità di cambiare la realtà».

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