CIAK SI GIRA  ROMA CITTA’ APERTA… Roberto Busembai

In questa giornata in cui si commemora la festa del 25 Aprile giorno della liberazione, mi è sembrato giusto, parlando di cinema, ricordare un film del quale difficilmente si può dimenticare la scena madre di una donna che rincorre il suo amato preso dal nemico per essere deportato.
Infatti avrete già capito di quale film si parla, “ROMA CITTA’ APERTA” di Roberto Rossellini.

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La storia è svolta negli ultimi giorni della guerra, quando il nemico tedesco e i fascisti sentivano le truppe di liberazione alle calcagna, già erano sbarcati in Sicilia. Ed è proprio in questo clima di abbandono e di rinuncia che il partito e il nemico sferrano i loro più tragici episodi di sterminio, proprio per estraniare tutta la rabbia e l’odio ultimo che possano elargire.

Giorgio Manfredi, un ingegnere comunista, riesce a fuggire dalle SS e trova ospitalità presso la signora Pina, una vedova che tramite il suo legame con un giovane partigiano, di cui aspetta un figlio, Francesco, è in qualche modo compromessa con la Resistenza.

Manfredi deve consegnare una forte somma a un gruppo partigiano, e allora la signora Pina tramite il suo bambino Marcello, lo farà mettere in contatto con un parroco della periferia attivo anche lui nella Resistenza un certo don Pietro.

Ma per fatti di sommosse vicine il quartiere della signora Pina subisce un’ampia retata da parte dei nazisti e naturalmente portano alla cattura di Manfredi e pure di Francesco.

Costoro vengono forzatamente caricati su un camion sotto le urla della signora Pina, che inseguirà urlando il nome del suo amato e che per questo verrà freddata immediatamente. Riusciranno a scappare, ma saranno ritrovati e uccisi come pure il buon don Pietro subirà la fucilazione di fronte al gruppo attonitodei ragazzi di quartiere, suoi chierichetti.


Un film crudo, vero, ancora in bianco e nero, che due interpreti d’eccezione ne fanno diventare un icona del cinema italiano. La signora Pina è la magistrale Anna Magnani, che saprà donare con il suo volto e il suo corpo tutta la rabbia, il dolore, la sfrotatezza e la forza di vivere e di lottare, una Magnani al di sopra di se stessa, basti ricordare la scena dello schiaffo al tedesco, nel suo volto c’è tutto il disprezzo e la rabbia degli italiani succubi al nemico, e quell’ultimo e vano rincorrere verso il suo Francesco che viene trasportato via, urlando con tutta l’anima e con tutto l’amore possibile il suo nome fino alla morte istantanea da parte di un colpo di mitraglietta di un nazista.
L’altro interprete indimenticabile, don Pietro alias Aldo Fabrizi, un Fabrizi di una compostezza, di una serietà , di una bonaria espressione tipica di un prete di periferia, un esemplare interpretativo che lascia stupefatti, conoscendolo e sapendolo più comico e ironico che drammatico.
I due personaggi sopra citati poi in definitiva sono stati ripresi da personaggi veri, vittime della violenza nazifascista, la signora Pina si rifà a una certa Teresa Gullace, romana, madre di cinque figli e in attesa di un sesto che volendo avvicinare il marito imprigionato nella caserma di Via Giulio Cesare, mentre lui affacciato alla finestra lei tenta di avvicinarsi ma un tedesco vedendola la uccide a bruciapelo.
Don Pietro, è la trasposizione di Don Morosini ucciso dai nazisti nel 1944.
Il film fu vincitore nel 1946 del Grand Prix al festival di Cannes.
Una nota, il termine “città aperta” si avvale di un termine vagliato dalla quarta Convenzione dell’Aja del 1907, che significa città priva di obiettivi militari e di difesa dove non sono ammessi attacchi e bombardamenti, ne violenza bellica al suo interno. Naturalmente queste regole ai nazisti e ai repubblicchini di Salò non interessavano affatto!

Roberto Busembai (errebi)

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