Comunicare nel XXI secolo, di Marco Ciani

Comunicare nel XXI secolo, di Marco Ciani

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Alessandria: Ha ottenuto una discreta risonanza pochi giorni fa la dissertazione tenuta da Carole Cadwalladr ad un Ted (acronimo di Technology Entertainment Design), particolare tipo di conferenza inventata negli Stati Uniti 35 anni fa.

La giornalista investigativa britannica dei quotidiani Observer e Daily Telegraph è divenuta famosa per aver scoperto lo scandalo Facebook- Cambridge Analytica.

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In sintesi, l’uso scorretto di una enorme quantità di dati prelevati da Facebook da parte di un’azienda di consulenza – Cambridge Analytica, per l’appunto – che ha intrattenuto stretti legami con personaggi molto vicini a Donald Trump, in particolare in occasione delle ultime elezioni presidenziali.

Tale società parrebbe inoltre essere stata in relazione con la Russia e con i suoi tentativi di condizionare sia l’esito delle suddette consultazioni, sia il referendum per la Brexit.

Comunque il saggio della brava cronista, che consiglio di leggere (link), dimostra in modo convincente, se mai ne avessimo il dubbio, che la tecnologia è meravigliosa, ma è diventata la scena di un delitto. La vittima è la democrazia.

In estrema sintesi, il concetto di fondo è che le nuove tecnologie comunicative, o se preferite i social network, in testa Facebook con 2,4 miliardi di utenti, non si limitano a mettere le persone in relazione. Fanno molto, molto di più.

Ogni utente, consapevole o meno (quest’ultimo caso molto più frequente), fornisce alla piattaforma una quantità enorme di informazioni su se stesso. Questi dati vengono segmentati, cioè divisi per categoria in base ai contenuti pubblicati, alle pagine cercate, ai “mi piace” postati, etc., vale a dire in base alle mille interazioni che ognuno sviluppa semplicemente utilizzando Facebook.

Dopodiché tali dati vengono utilizzati per veicolare a ciascuno messaggi coerenti con il proprio profilo e perciò enormemente più potenti della propaganda generica e indifferenziata che può trasmettere un mezzo di comunicazione tradizionale.

Il contenuto di questi messaggi che comprendono post sponsorizzati, pubblicità, spot e via dicendo può essere utilizzato per lanciare iniziative commerciali, ma anche proposte di tipo politico.

Attenzione però a un particolare importante. Per smuovere le persone, non vengono utilizzati tanto i contenuti propositivi del tipo «vota Tizio» o «sostieni la causa X». Al contrario si fa leva su stimoli di tipo negativo con messaggi che prendono di mira gli stranieri, l’Europa, le pecche vere o presunte degli avversari che si vogliono colpire, etc. Il tutto con abbondante ricorso a notizie false o contraffatte che vengono propalate anche attraverso l’attivazione di falsi profili.

L’obiettivo che si pone chi adotta tali tecniche è di spingere persone condizionabili a orientare il proprio consenso verso le posizioni più populiste.

Fin qui la ricostruzione. A commento di quanto esaminato, aggiungo che tra le varie cause dell’ondata crescente di protesta contro i tradizionali partiti democratici l’uso dei social network, letteralmente esploso negli ultimi anni, riveste certamente un ruolo fondamentale.

Sicuramente non meno importante, ma io ritengo anzi decisamente superiore agli impatti: della crisi economica di oltre 10 anni fa (mutui immobiliari subprime e fallimento della banca Lehman Brothers); dell’incremento delle disuguaglianze; della disoccupazione tecnologica; della minaccia terroristica; delle migrazioni; e di tutti gli altri cambiamenti più o meno rilevanti che abbiamo registrato negli ultimi lustri.

In una battuta, le nuove tecnologie non sono semplici strumenti. Al contrario. Tutto sono fuor che neutrali e innocui mezzi di comunicazione. In realtà essi cambiano il modo di ragionare, se non di tutti gli utilizzatori, di una parte significativa di essi.

Tra l’altro – ma questo è un semplice inciso – il non guardare negli occhi l’interlocutore ha un effetto assai rilevante come sa chiunque abbia un po’ di dimestichezza, ad esempio, con la storia militare.

Basti pensare che fino ad un secolo e mezzo fa, quando le battaglie si svolgevano spesso tra avversari che potevano vedersi in volto, la percentuale di colpi che andavano a segno risultava estremamente bassa, nell’ordine del 15-20% perché il contatto visivo creava un’empatia difficile da sopprimere completamente. Poche persone hanno voglia di trasformarsi in assassini, anche se vestono una divisa.

Fino a qua abbiamo concluso che l’evoluzione delle tecnologie della comunicazione può avere e in effetti produce sulle idee impatti decisivi, modificando le percezioni di milioni di persone. In un mondo dove la realtà risulta sempre più «mediatizzata», ovvero filtrata e adeguata alle regole e alle caratteristiche dei mass-media, compresi quelli di ultima generazione, le conseguenze sono enormi.

Non è necessario che tale assioma valga per tutti. Diciamo che vale per un numero molto significativo di esseri umani.

Messo a segno questo punto, devo confessare che una cosa mi ha sbalordito in questi giorni. Sto leggendo un libro di Giovanni Reale, “Socrate” (Ed. BUR, 2001), celebre filosofo greco che però non scrisse mai nulla nei suoi 7 decenni di vita, anche perché tra il ‘500 ed il ‘400 a.C. ad Atene la cultura era ancora affidata alla trasmissione orale.

I filosofi successivi invece, a cominciare dal suo famosissimo allievo Platone, che fu scrittore assai prolifico, affidarono le loro meditazioni alla carta.

Bene, a un certo punto Reale richiama un altro testo, questa volta di Eric Havelock, filologo classico inglese, dal titolo “Cultura orale e civiltà della scrittura. Da Omero a Platone”. State un po’ a sentire cosa dice Havelock. I concetti chiave sono 4 e precisamente:

1) il modo di pensare dipende in toto dalla tecnologia della comunicazione e muta solamente con il mutare di essa;

2) è stato l’imporsi della tecnologia della comunicazione mediante la scrittura a mutare radicalmente il modo di pensare dei greci;

3) è stato in particolare il nascere della prosa connessa con la nascita della scrittura ad aver creato il modo di pensare per concetti astratti ed a portare al superamento del modo di pensare per immagini tipico della poesia, strumento-base di comunicazione nell’ambito dell’oralità;

4) proprio nella rivoluzione prodotta dall’imporsi della scrittura consiste quel momento da cui è nata la civiltà moderna, in quanto la cultura mediante la scrittura si sarebbe mossa su un binario del tutto nuovo rispetto all’oralità.

Straordinario!

Anche se le tesi di Havelock sono controverse – Reale nel testo citato sostiene ad esempio che le idee non dipendano dalla scrittura, anche se ammette che senza la scrittura non possono essere conservate e sviluppate allo stesso modo – il suo punto di vista appare illuminante.

Perché suggerisce che lo strumento comunicativo, dalla scrittura fino a Facebook, influenza sempre il modo di pensare e non può quindi essere ridotto a semplice amplificatore del messaggio.

L’argomento, posto in questi termini, potrà anche apparire eccessivamente perentorio. Contano, ovviamente, anche molti altri elementi: l’utilizzo che se ne fa, la cultura dei fruitori, la legislazione in materia, la predisposizione di filtri difensivi, etc.

Per esempio, pochi giorni fa la piattaforma di Mark Zuckerberg, forse anche a seguito dello scandalo sollevato dalle indagini della Cadwalladr ha pubblicato le linee guida per le inserzioni politiche in occasione del voto per l’Europarlamento. Tra queste spicca uno scudo anti-fake news. Funzionerà? Vedremo.

In conclusione.

Che la comunicazione sia alla base delle relazioni umane non lo scopriamo oggi. Che i mezzi di comunicazione possano farci cambiare punti di vista è già meno scontato. Che sia sempre avvenuto nel corso della storia, fin dal passaggio dall’oralità al testo scritto, appare ancor meno pacifico.

Sta di fatto che in un’epoca di relativismo culturale spinto, al limite del nichilismo, serve vigilare e controllare affidandosi a fonti sicure di informazione per non essere, a nostra insaputa (come avrebbe argomentato un vecchio ministro italiano) manipolati.

Per chi invece la comunicazione la produce, ebbene costui dovrà considerare che il modo, la forma, o meglio il format, con la quale presenta il messaggio è oggi ancor più di ieri determinante per la possibilità di ottenere l’effetto desiderato. Un tempo si sarebbe sostenuto «il come determinerà il se». Facile a dirsi, molto più complicato centrare l’obiettivo.

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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