Racconti: Una cosa breve, di Enrico Toso

Racconti: Una cosa breve, di Enrico Toso

“Avevo freddo in quel paesino di frontiera, sperso tra montagne brulle, aspre, dove tirava sempre un forte vento. Ero lì da pochi giorni e dopo altrettanti me ne sarei dovuto andare. Camminavo, respirando sotto la sciarpa, a capo chino e il busto leggermente inclinato in avanti. “Devo trovare un posto caldo” pensai.

Un’insegna luminosa attirò la mia attenzione, mentre scendevano i primi fiocchi di neve. Entrai nel bar, mi avvicinai al bancone e ordinai. Nell’attendere, girai lo sguardo attorno. C’erano due vecchi che giocavano a carte, una giovane coppia che rideva, come solo due innamorati sanno fare, un uomo solitario che affogava la sua tristezza in un bicchiere di vino, e poi, accanto, tu.

Mi avvicinai e ti chiesi se potevo sedermi. Senza guardarmi, mi facesti un segno d’assenso con la testa. Mentre bevevo, osservavo le tue mani sferruzzare velocemente una matassa che si assottigliava inesorabilmente, rotolando sul pavimento.

“Per chi è?” ti chiesi, senza sapere cosa fosse. “È per qualcuno che ha freddo” mi rispondesti. Rimasi in silenzio, come te, seguendo i dritti e i rovesci, accompagnato dal ticchettio dei ferri, che s’insinuavano sotto le tue ascelle e i fili di lana, ipnotizzato dal movimento. Avevi dita lunghe e affusolate, di un biancore lunare sul rosso che cresceva la trama di quel tessuto che prendeva sempre più forma.

Ogni tanto mi lanciavi uno sguardo che sembrava contenere un sorriso, una parola. Non riuscivo ad articolarla neppure io, che mi abbandonavo al suo silenzio, come parlassi. Una dimensione magica, in cui il toccarsi dei ferri era lo scandire del tempo, il rumore del treno lanciato verso chissà dove, il picchiettio della pioggia sui vetri, il suono dei tacchi sul pavimento, lo stridio della porta sui cardini, che si apre su un universo, dove ancora brilla la luce di una stella lontana.

Più ti osservavo, più si faceva forte l’impressione di conoscerti, di sentirti vicina. Appoggiai una mano sul tuo braccio, per fermare il turbinio dei pensieri. Mi sussurrasti: “No, non ho ancora finito.” La ritirai subito, per paura di sprecare il momento, l’unico che sentivo mi sarebbe stato concesso. “Ecco – alla fine dicesti – è pronto, per te. ”

Ti guardai incredulo. Me lo porgesti. Era un mantello che mi avvolgeva, con la sua morbidezza, prendeva la forma del mio corpo, delicatamente. Mi copriva leggero, come fosse di piuma, aveva un laccio che lo assicurava al collo, perché il vento di burrasca non lo portasse via. Ed era caldo, come lo eri tu. Mentre pagavo, gettai lo sguardo verso i due posti vuoti. Uscii, e il freddo mi attanagliò il cuore.”

Enrico

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