Traduzioni e le sue difficoltà, di Yuleisy Cruz Lezcano

Mi chiedo come si può valutare la qualità di una traduzione se non c’è il testo tradotto a fronte?
Credo che i libri tradotti che presentano i due testi abbiano qualche requisito di qualità in più.
Secondo me la traduzione è un’attività interdisciplinare, perché serve non solo per conoscere una lingua, per fare conoscere autori, ma anche come attività didattica e autodidattica.

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La traduzione è, a tutti gli effetti, una professione che richiede eccellente perizia, serietà e ricerca, oltre al fatto che per il poeta che traduce un altro poeta, la traduzione, è vissuta come una sensibilità esistenziale. Per il poeta al centro della traduzione non c’è soltanto la riflessione originale del tema e della letteralità nel tradurre, ma il poeta che traduce un altro poeta, vive una nuova storia, si cala nelle emozioni di un altro autore e cerca con lui una fedeltà, un legame a doppia fiamma: linguistico ed esistenziale.


Vorrei partire dall’idea che non è possibile parlare di traduzione, in senso stretto, quando si mira alla semplice restituzione del significato letterale linguistico, alla semplice ricerca di equivalenti, senza scontrarsi integralmente con il peso corporeo della scrittura. Tuttavia la letteralità viene spesso confusa con “calco servile” e così si perde l’integrità musicale e lessicale, oltre che lo stile e le emozioni originali.

Tradurre è raccogliere un testo da una riva e portarlo a un’altra riva, ma non con l’intento di tradire, ma con le buone intenzioni di dargli un’altra vita.

Quando traduco i testi, io mi innamoro di loro attraverso la loro etimologia, da lì cerco di salvare l’amore di chi crea, e nel rispetto di chi ha creato, in punta di piedi e senza eccessiva invadenza.

“...Tradurre è raccogliere un testo da una riva e portarlo a un’altra riva…

Credo che un traduttore non debba portare necessariamente dentro di sé un poeta o un scrittore, ma il senso del contenuto non deve assolutamente essere cambiato. Chi traduce deve centrare il testo, dimenticando se stesso.

Per me scrivere e tradurre è la stessa cosa… l’unica differenza, secondo me, è che quando traduci, non soffri il parto della creazione e quello di dovere cercare nel contenuto il modo esteticamente più bello e sintetico di raccontarsi, partendo da zero, da quello che si porta dentro.
Se si traduce si salta il dolore del parto, però si devono affrontare altri dolori, a volte anche vergognosi, come l’impotenza di non sapere dire con precisione qualcosa nella lingua nella quale si vuole tradurre.
La verità è che, anche se il testo tradotto non è di chi lo traduce, diviene anche suo… ma la cosa importante è che risuoni dentro la traduzione la voce dell’autore originale.
Io per natura sono istintiva, pertanto mi sento estranea alle teorie attuali sulle traduzioni, agli schemi preconfezionati degli ambienti accademici.
Io seguo per lo più la mie componenti irrazionale e intuitiva… credo che loro mi vengano sempre incontro per aiutarmi, in ogni cosa che faccio. Soprattutto quando inizio a tradurre un testo, ogni cosa per me ha importanza in uguale misura; non do priorità diversa al contenuto, non esalto nessun passaggio. Così mantengo la visione d’insieme, escludendo i miei gusti personali.

di Yuleisy Cruz Lezcano

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