Libri. Il profumo dei mandarini ovvero come ti cucino l’identità, di Rosa Mazzarello Fenu

Libri. Il profumo dei mandarini ovvero come ti cucino l’identità, di Rosa Mazzarello Fenu

Libri/Rosa Mazzarello Fenu

Il Foglio di Piercarlo Fabbio Alessandria

Il profumo dei mandarini ovvero come ti cucino l’identità

Il ricordo attiene alla memoria e tutti sappiamo come quest’ulti- ma sia fallace e ci restituisca una verità artefatta. Eppure, a leggere tra i ricordi di Rosa Mazzarello Fenu, si riesce ad estrarre una realtà dalla quale non molti anni sono passati, ma che ci distanzia dal nostro odierno quotidiano per ritmi, modi, tempi dell’azione, predisposizione degli animi, relazioni fra simili.

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Insomma, viene alla luce, giocando su un luogo così coinvolgente ed avvolgente come la cucina di famiglia, soprattutto uno stile di vita con le sue disponibilità alimentari e la sua conseguente cultura gastronomica. Quando l’autrice, con una punta di orgoglio, dichiara che “Il profumo dei mandarini” è un libro di cucina e non di ricette, centra perfettamente il tema, esprime con sicurezza la consapevolezza della materia su cui ha voluto lavorare.

Non per caso, dunque, la Mazzarello giunge a questa redazione, ma per progetto volutamente pianificato. È talmente lucida nel suo procedere che consente al lettore e al critico di viaggiare tra il retroscena della pagina, gli concede la libertà di spaziare nel “mondo tre” descritto da Karl Popper, cioè il macrocosmo degli assiomi, il prodotto di altri mondi dell’uomo tra loro intrecciati, quello delle cose e quello delle idee.

E se il luogo intimo è quello di una specifica cucina, difficile che possa esistere se non in un territorio come quello di Francavilla Bisio, che si lega alla collina del Gavi degradante verso il corso del Lemme, su cui affaccia Tassarolo, l’interlocutore della tradizione, a volte amico, a volte avversario, a volte solidale, a volte caparbiamente orientato a rimarcare le differenze. Perché da tempo la cucina è legata al luogo.

Non è sempre stato così, anzi, quello che oggi appare naturale elemento identitario, nel Medioevo (espressione reboante per definire un periodo di oltre mille anni, quindi difficilmente riconduci- bile a caratteristiche unitarie) era questione da rifuggire: l’alimentazione, il cibo, la cucina dovevano essere il meno possibile legate alle specificità territoriali e più universalmente riconosciuti.

Troppo legati al rustico se connessi alle coltivazioni e ai frutti che esse potevano dare; troppo specifici se la raccolta avveniva in natura, specie nei boschi, alle Frasche- te che erano certamente diffu- se, ma che nel corso del tempo diradavano; troppo diversi i climi e la conseguente conser- vazione dei cibi; troppo vicini o distanti i corsi d’acqua o i mari.

Rosa Mazzarello invece ci rac- conta l’evoluzione dell’identità del gusto tifoso delle proprie differenze, fin dalla nomencla- tura. Come non pensare che la diversità fra raviolo e agnolotto non sempre è disuguaglianza degli ingredienti, salvo segreti di iper o di sotto-dosaggio di alcuni elementi? Oppure salvo trucchi di famiglia sullo spesso- re della sfoglia? Tuttavia, diver- sità se ne colgono e costitui- scono anche terreno di discus- sione, come ad esempio l’utiliz- zo naturale del cortese bianco, in luogo della barbera o di altri rossi, quando si decide di gu- stare i ravioli nel vino.

C’è una rincorsa costante in tutto il libro: è quella tra sapore

e gusto, intendendo il primo come soggettiva sensazione praticamente incomunicabile, ma personale, quasi segreta per necessità, e il secondo, invece, l’insieme dei saperi, che si tra- mandano, che fin da bambini ci segnalano, quasi un’esperienza di comunità. E se il sapore ognuno lo interpreterà a suo modo – anche lo scritto ha un suo sapore -, il gusto sarà la vera identità comunicata che va dai cibi alla loro manipolazione, dalla loro trasformazione alla loro conservazione, dal modo di stare a tavola, alla curiosità di carpire i segreti della prepara- zione, alla ritualità della famiglia che intorno alla tavola si riuni- sce e comunica anche nel silen- zio dell’assaporare, nella caciara delle opinioni fluenti che si intersecano senza fine… quasi un omaggio dell’intelligenza al piatto preparato.

Identità e territorio, si diceva sopra, e l’autrice non si sottrae alla narrazione di quella collina che conosce bene, dei colori che la contraddistinguono a seconda delle stagioni, trova descrizioni figurate che offrono al lettore non solo la visione delle cose, ma la loro anima. Un tratto nel quale si ritrova una prestigiosa tradizione del pae- saggio piemontese, che passa da Cesare Pavese e giunge fino a Franco Piccinelli, passando magari dalle colline di Giovanni Arpino, ma con una peculiarità stilistica: la parola viene trattata con maggiore gentilezza, i voca- boli sono meno arditi e più morbidi, la costruzione del pe- riodo più cedevole e piana. Il lettore viene così portato per mano nel sancta sanctorum del racconto quasi senza accorgersi della sacralità che lo contraddi- stingue. Lo vive in modo natu- rale e lì dimora, percependo i profumi del tempo e la verosi- miglianza della memoria.

Piercarlo Fabbio

Autore: alessandria today

Ex Dirigente, consulente e ora blogger

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