1a innocenti1-kp1H-U460701328768593XsC-140x180@CorriereFiorentino-Web-Firenze-1

Gli occhi sull’amore proibito

Il 30 maggio esce «Vani d’ombra», il primo romanzo di Simone Innocenti edito da Voland. Pubblichiamo le pagine iniziali dedicate a un ragazzino che andava a caccia di baci e voleva vedere troppo.

https://corrierefiorentino.corriere.it

Si intitola «Vani d’ombra», il primo romanzo di Simone Innocenti, cronista del «Corriere Fiorentino» in uscita il 30 maggio edito da Voland. La storia inizia con Michele, ragazzino di 13 anni che spia una donna che ogni giorno fa l’amore con uomini diversi. Pubblichiamo le prime pagine.

La prima volta che ho visto qualcuno baciare è stato al cinema, ed era buio in sala. La luce veniva da dietro, e ho una memoria di pulviscolo e ombre quando le tende si aprono per far entrare le persone in sala. Ombre svuotate di vigore quando sulla pellicola si proietta la luce che regna afona all’ingresso e avanza implacabile nel momento in cui la tenda viene scostata dallo stipite. E allora mi volto e vedo quello che ho visto. E quello che ho visto mi rimane appeso alla retina, come gocciolatura di bellezza a cui non so bene neppure io che sensazioni dare.

1aa Innocenti Simone

Vedo una coppia che si siede e poi vedo due bocche che si baciano, ma non era proprio un bacio come quelli che avevo visto sulle foto dei settimanali che giravano a casa e che mia madre nascondeva, nascondeva a me. E sarò stato piccolo, insomma ricordo benissimo che avevo dodici anni e piccolo non ero affatto ma loro — i miei genitori — mi dicevano che ero piccolo.

Lo vedevo bene, questa volta: la sala non nascondeva il bacio. Forse solo perché avevo messo le mani a forma di binocolo, tanto là dentro nessuno avrebbe mai fatto caso a un ragazzino che giocava. Ma io orientavo le mani alla ricerca di qualcosa senza sapere neppure io bene di cosa, e avevo trovato per caso quel bacio: era bellissimo.

Mi sembrava una cosa da preservare, mica da dire in giro, il segreto colto in flagranza di reato. Una cosa bella da fare nel buio del cinema, nella semiluce che ti assale alle spalle. È così che inizio la mia gelosia. Ero geloso perché volevo tenere una cosa tutta per me, la bellezza tutta per me, la bellezza tutta a me. Una gelosia sciocca, come tutte le gelosie: sono il primo stadio dell’incomprensione, della paura. Ma l’unica paura che avevo era quella di non capire, di non capire tutto, di non capire il fondo dell’amore. L’amore te lo insegnano da piccolo, alle elementari. Ma prima te lo insegnano in chiesa, almeno a me lo hanno insegnato in chiesa. Mi dissero che bisognava amare il prossimo, ma nessuno mi aveva mai spiegato chi fosse questo prossimo: pensai che fosse magari il compagno di banco, ma a lui già gli vuoi bene, vai in automatico, ci scambi le figurine dei calciatori senza litigare e tutto questo — a pensarci — è comunque amore. Poi però cresci e l’amore non lo capisci più, anche se continuano a insegnartelo e a parlarne.

L’amore diventa un territorio straniero, tutti ti guardano strano e diverso e non capisci come mai — io ho continuato a non capirlo neanche dopo, in seguito — gli sguardi sono a sbalzo, col mio che rimbalza in quello di una ragazzina che nel cortile delle elementari giocava a moscacieca con te e che ora, coi suoi quattordici anni, non è piu una ragazzina, non mastica piu la caramella solo per farti la linguaccia color giallo limone: ora mi saluta veloce e di sfuggita, quasi si vergognasse di aver giocato con me a moscacieca, e sai per certo che ormai non le interessa piu nulla di te, men che meno sapere come si cambia il freno rotto della bicicletta, la stessa che la porta in giro oggi, la stessa sulla quale pedala solo per dirmi ciao.

Fu un binocolo che mi regalarono i miei genitori quando avevo tredici anni ad affinare la mia voglia di vedere. E con quel binocolo passavo ore e ore della mia vita a cercare bellezza. A spiare bellezza. A censire bellezza. Mi accucciavo lontano dalle case, non mi interessavano le stelle. Le stelle sono importanti, bravo che cerchi le stelle, mi diceva mia madre. Ancora però è troppo presto per il binocolo stellare, mi diceva mia madre, nata povera e vissuta da povera. Questo binocolo al momento ti basta, mi diceva. Era proprio quello, però, il binocolo che volevo. Non quello delle stelle, non quello del cielo. Coi miei funzionava così: dovevo desiderare un regalo diverso, più costoso, per avere l’oggetto a cui aspiravo. Dovevo far finta di volere il cannocchiale per le stelle in modo da avere un binocolo normale, potente, preciso. Imparai che dovevo inventarmi qualcosa per non dire a mia madre che quello strumento mi serviva a ghermire la gente dietro alle finestre mentre faceva l’amore, che col binocolo scoprivo come — nel primo pomeriggio afoso di agosto — Milena non era più la colf da pochi soldi al mese, ma la donna che si cambiava d’abito, si infilava i tacchi e indossava un pezzo di stoffa colorata – rosso fuoco, rosso che abbaglia – da usare fino a quando non arrivava qualcuno. Erano sempre uomini nuovi, e non capivo se fossero clienti oppure amanti.

Non lo capivo, perché per capire — a volte — devi stare a una distanza ragionevole dalla cosa che vuoi capire. Io invece ero lontano abbastanza: ero a caccia di baci e li avevo trovati, per caso. Nell’arsura estiva di un piazzale zeppo di erbacce, avevo finalmente trovato quello che andavo cercando: il piacere, il volto distorto di due bocche che si baciano. Osservare lei, la domestica che di pomeriggio diventava un’altra persona, era un’esperienza tutta privata. Lei si trasformava, vedevo l’espressione cambiare, la faccia distendersi. La finestra della sua camera dava sul lato morto della villa, distante dal resto della strada, che confinava con le sequoie di un parco ed era protetto da buganvillee. Ma non dal mio occhio (…)