Racconto breve di Marina Vicario – Fatti e persone sono puramente casuali.

È arrivato il momento.
sono qui nella sala d’attesa della clinica svizzera.
Ci è costato un occhio della testa.
Sento freddo…
Vorrei scappare.
Ho una crisi mistica dell’ultimo minuto:
Se il buon Dio non ha voluto darmi un figlio naturalmente un motivo ci sarà.
Beh! Ma forse Dio non esiste, io sono parte dell’universo.
Sì ok, ma se l’universo non mi ha portato un figlio che cosa devo fare? Lo devo cercare?
Eh sì … l’universo mi ha messo a disposizione anche i mezzi per farlo, certo a pagamento…
Pago.
Beh, ma io ho l’istinto materno, quello è antropologico … arriva… perché allora non sono in grado di avere figli?
Ah no, io sono a posto è mio marito che ha un problema.
Quindi è lui che dovrebbe farsi questa domanda, ma sono io che mi sto massacrando per dargli questo erede.
È qui seduto vicino a me sta ‘spipplando’ con il cellulare – come direbbe mio nipote di 15 anni.
Con chi sta chattando? No, tranquilla fa scorrere solo la home di facebook.
Si sofferma su una foto di una moracciona con tutte le forme ben distribuite. Io faccio finta di leggere una rivista, ma con la coda dell’occhio sbircio.
Sono così insicura… è la quarta volta.
Ho iniziato a mangiare smodatamente da quando le prime inseminazioni inspiegabilmente non sono andate bene. Mi sento io inadeguata e lui guarda donne procaci. Posso capire che sia naturale posare lo sguardo sulle belle donne, è un uomo, è nella sua natura.
Ma in questo momento lo trovo inopportuno.
Ma con chi sto facendo un bambino?
Sì all’inizio mi amava, mi faceva sentire la sua mogliettina perfetta poi, quando ha scoperto di non essere in grado di inseminarmi, è diventato scontroso, spesso violento a parole e sempre con lo sguardo sul cellulare, anche a tavola.
Momenti di tenerezza e intimità ormai sono diventati inesistenti, come se io fossi diventata un involucro da riempire con contenuti estranei.
Mi sento così in colpa per non riuscire a rimanere incinta, che non chiedo più niente, non propongo più niente, intanto non mi ascolta.

Ovviamente non ho potuto dire niente di tutto ciò nemmeno a mia madre, che ora vorrei qui vicino a me. Teme di essere additato come impotente.
Non sei impotente sei solo sterile, non è la stessa cosa! – urlai una volta.
Non ha sentito ragioni.
Quindi sono sola e lui ‘spippola’ e si sta soffermando su altre donne avvenenti. Sono avvilita.
Gli dico ho paura, sottovoce, lui distratto mi risponde: mmh?
Quel mugolio interrogativo ormai lo detesto. Non percepisce nemmeno una parola di quel che dico; ho sempre più spesso l’idea che gli arrivi solo un rumore, un ronzio… sì ormai sono una zanzara.
Da quand’è che non sorrido? Mesi ormai. Non ci parliamo quasi e però vogliamo un bambino. Questo progetto è l’unica cosa che ci lega e mi sembra ormai un progetto assurdo.
Però è un po’ come se fossi incinta, io lo sto attendendo quel piccolo essere così desiderato.
Sento il suo profumo.

Sbuffa per l’attesa e farfuglia qualcosa, mette il cellulare nel marsupio, lo appoggia sulla sedia e va in bagno.
Lo sento vibrare cinque volte … sono cinque messaggi, ma di chi?

Signora venga – è l’infermiera che facendo capolino dalla porta della sala d’attesa, mi invita ad entare. Il momento è arrivato. Ogni volta è come morire. Se non dovesse funzionare?
Prendo il marsupio con la scusa che lui è in bagno così ora leggo chi scrive i messaggi – non mette password, l’ho visto.
L’infermiera mi fa sedere ancora in attesa nello studio.
Il Dottore arriva subito, mi dice.
Agitata apro il marsupio e tra le mani tremanti ho il cellulare che sembra essere una macigno. lo attivo. In quel momento la vibrazione dell’arrivo di un messaggio mi fa sobbalzare e il cellulare cade a terra.
Sento in lontananza la voce di mio marito e l’infermiera;
ho pochi secondi, raccolgo il cellulare e leggo.
“Ma siete ancora lì? Non riesce a rimanere ancora gravida?
Dopo che l’ippopotamo ti ha fatto il figlio, la molli vero? Me l’hai promesso, non voglio più aspettare, ti amo”.
Potevi aspettarmi! – Urla lui , spintonando l’infermiera per passare.
Mi sorprende con il cellulare in mano.
Non ho più paura di nulla, rimango immobile, apro la mano come un automa e faccio intenzionalmente cadere il cellulare a terra.
Tutto mi sembra così chiaro, sono di nuovo coraggiosa e consapevole di cosa sia giusto,ora, per me.
Scanso marito e infermiera, rimasti impietriti dal mio sguardo.

– Taxi! All’aereoporto per favore..

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