Racconti: IL VIZIO (racconto storico) di Simone Delizioso

(1351)

Il fraticello corse dal priore con la missiva da spedire.

“Il nostro ospite non dorme con nessuno e non sembra si dedichi a pratiche onanistiche. Avevi ragione tu, amore mio” concluse carezzandogli una mano.

“Fra’ Tiberio!” gli diede addosso il superiore scostandosi. “Noi due, invece, insieme ci dormiamo; ma non significa che lo debbano sapere tutti.”

“Avete ragione, frate priore.

Perdonatemi ma mi sembra bizzarro: nessuno di noi dorme solo e, se così non fosse, ci sarebbe meno voglia di rinserrarsi in monastero. Voi stesso stabilite a chi di noi spetta allietarvi la notte.”

“Fra’ Tiberio! Ricordate che mi dovete obbedienza e, fate come vi dico e basta!” Si raddolcì subito e continuò: “Lo sai che da un po’ anch’io non penso che a te, Tiberio. Ma abbiamo quell’impiastro che non si decide ad andarsene. Lo immagini cosa si rischia se si sapesse che in questo monastero sia pratica comune fornicare fra di noi? È così in qualsiasi comunità religiosa, e va bene, ci confessiamo e ci mondiamo dal peccato tutti i giorni, però il fatto che siamo dei viziosi resta.

Il nostro visitatore è pericoloso, ficca il naso dappertutto e non ha lasciato tranquillo neanche il suo nome. Il padre era il notaro Petracco, molto conosciuto a Firenze; lui si è trasformato in Petrarca perchè così è più elegante e richiama i sepolcri degli antichi.”

“Ma, frate priore, che ci troverà di bello in queste antichità? Ha scartabellato nei nostri archivi per tutti questi giorni e sembra che abbia scovato lì in mezzo delle pergamene interessanti.

Non fa sesso; se viene con noi non lo fa nè per pregare, nè per lavorare, nè per farsi capire: parla in un modo più desueto e vecchio di quello scritto su quei documenti. Possibile che la sua vita sia tutta lì?”

“Sembra di sì, fra’ Tiberio.

A me ha parlato di due figli, Giovanni e Francesca, che non vede quasi mai. Quindi neanche le gioie della famiglia significano molto per lui.

Neanche la carriera ecclesiastica lo entusiasma: papa Clemente lo ha fatto priore a Pisa e canonico a Parma ma da ciò ne ricava i benefici senza impiegarci troppe cure.

Di sicuro è un personaggio rinomato e importante, laureato poeta latino a Roma, uno di cui tanti Signori si servono per le ambascerie e per accrescere il prestigio delle loro corti.

Ora è diretto a Lucca ma lungo il cammino fa dappertutto quello che sta facendo qui: fruga e scava cercando sugli scaffali di chiese e conventi.

Ora sta zitto e fammi leggere!

‘Caro Giovanni…’. No, non è il figlio se è diretta a un certo Boccaccio, fiorentino. Deve essere un letterato come lui.

È proprio latino alla maniera classica. Un po’ ci capisco.

Qui dice che ha scovato degli scritti di Lucano, forse un epigramma che sembra autentico. Se l’è copiato.”

“Io non so leggere e non ne capisco, frate priore. Ma non può essere questo un nuovo tipo di peccato? Dilettarsi così tanto con i pensieri dei pagani.”

“Lo sarebbe, fra’ Tiberio, se tali diletti non se li concedessero anche i papi e i cardinali. Guardate i Colonna, per esempio, che gli danno amicizia e protezione. Finchè le cose stanno così tale manìa è più una virtù che una colpa. Zitto, ora.

Qui si offre di purgare dalla sua volgarità una novella del ‘Decamerone’ di questo Boccaccio trasponendola fedelmente in latino; così i letterati di tutto il mondo potranno gustarla nella pura lingua della Roma che fu. Però appresso dice che lui stesso non è esente da questo brutto vizio e che ricasca spesso nella volgarità più smaccata: spesso pone in versi volgari certe sue liriche e rime.

Ne dà qui un esempio: ‘Mòvesi il vecchierel canuto e stanco…’. Dice che ha cominciato così un sonetto in vernacolo e che se ne vergogna tanto. Per lui solo il puro latino alla Cicerone può rendere scorrevole ed elegante ciò che un animo sensibile riesce a concepire.

Qui afferma che, però, quei versi in volgare gli piacciono e che non riesce a farci niente, è più forte di lui. Quando si sente ispirato si abbandona a tale poco lodevole inclinazione e il vizio in cui ripiomba gli fa trascurare le sue opere in linguaggio àulico tanto più importanti.

Basta, ora, fare gli impiccioni: ognuno è fatto a modo suo e deve avere la libertà di godere come può. L’importante era di assicurarci che di noi non dicesse nulla di compromettente.

Risigilliamo la lettera e spediamola a questo ser Boccaccio dato che il nostro ospite ci paga anche per questo.

Però le sonatine sul liuto che messer Petrarca comincia e interrompe in continuazione danno proprio sui nervi. Vuoi vedere che lo fa per trasfondere la musicalità dello strumento nei versi così volgarizzati?”

“Pazienza, amore mio. Non hai sempre detto che si ottiene maggior merito a sopportare seraficamente le persone moleste?”

“Non quando la molestia consiste nel mancare continuamente di rispetto al proprio frate priore, fra’ Tiberio! Quante volte ve lo devo dire, dannato voi? Se non lo ripeterai almeno quindici volte quest’ ‘amore mio’ quando ti stringerò stanotte…”

“State tranquillo, fratello priore, che fa rima con ‘dolce mio amore’, come ci direbbe ser Petrarca.

Quello va per scartoffie e che si perde, eh?”

Il superiore, pregustando, sorrise beato.

Simone Delizioso

(Ringrazio chi legge e gradisce. Ricordo a chiunque che cliccando sulla foto a fianco al mio nome si richiama tutta la produzione dell’autore sul gruppo.)