Manuela Moschin intervista lo scrittore Andrea Del Castello

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Intervista:

Ciao Andrea, ti ringrazio di cuore per aver accolto la mia richiesta. E’ un grande onore per me poterti intervistare. “La voce della morte” non è un semplice thriller, ma è molto di più. È un libro che intitolerei “Lezioni di vita” perché lancia dei messaggi profondi nei confronti dei peggiori mali che stanno imperversando il mondo.
Ma prima di parlare del tuo libro ti pongo alcune domande per scoprire in quale modo hai raggiunto la tua carriera di scrittore:
– Quando hai cominciato a scrivere? Cosa scrivevi all’inizio? 

Per diletto e per passione la scrittura ha accompagnato da sempre le varie fasi della mia vita. Una svolta importante è arrivata con gli studi universitari, perché ho cominciato a scrivere con un fine professionale. La laurea in Conservazione dei beni culturali con indirizzo musicologico mi ha portato ad approfondire gli studi umanistici, poi confluiti nella pubblicazione di due libri interdisciplinari e vari articoli. Invece da qualche anno a questa parte mi sono concentrato sugli studi letterari e le tecniche narrative. Così nel 2017 ho pubblicato “Come si scrive un thriller di successo” e l’anno scorso ho esordito come autore di thriller.

– A quale genere letterario appartengono i libri che leggi o che hai letto in passato? 

Leggo di tutto. Il modo migliore per essere uno scrittore preparato è conoscere quanti più generi e autori sia umanamente possibile. Nelle mie pubblicazioni di saggistica puoi trovare riferimenti a Flaiano, Apollinaire, Shakespeare, Manzoni, Stoker, Amis, come pure a Raymond Chandler e ad Agatha Christie. Insomma, spazio dai grandi classici alla poesia fino alla narrativa contemporanea. Per fare un esempio recente, ho curato una raccolta di racconti di tredici autori diversi con cui abbiamo rivisitato in chiave moderna i miti delle “Metamorfosi” del poeta latino Ovidio. Uscirà a luglio con il titolo “Miti e delitti”. Sembra strano per un autore di thriller, ma amo perfino la letteratura latina e la contaminazione tra generi anche all’apparenza disparati. Il problema è trovare il tempo necessario per leggere quanto vorrei.

– Come nascono le storie che racconti? 

Cerco di coniugare passione e razionalità. Le storie avvincenti devono lacerare l’anima, ma vanno narrate con un minimo di tecnica e mestiere. In particolare penso che il thriller sia uno di quei generi per i quali bisogna trovare il giusto equilibrio tra fantasia e rigore logico.

– Ora parliamo del libro: i personaggi sono tutti ben caratterizzati. Se consideriamo, per esempio, il commissario Cani, sin dalle prime pagine, non desta molta simpatia. Si presenta come una persona dal temperamento burbero e prepotente. Proseguendo poi con la lettura, la sua arroganza, combinata a un forte senso dell’umorismo, lo rendono un uomo abbastanza gradevole. Mi ha divertita una serie di battute ironiche che il commissario ha scagliato sfacciatamente contro il dottor Poldo. Credo che non sia semplice per uno scrittore riuscire a far conciliare la tragicità con la comicità. Come ci sei riuscito? 

Rappresento la vita per quello che è: gioia e dolore, riso e pianto, bontà e cattiveria, momenti di ilarità alternati a momenti drammatici. La peculiarità del thriller è la capacità di trasmettere emozioni così intense da far rabbrividire. Ecco, ho cercato di trasmettere ogni tipo di emozione che la vita ci dona.

– Una delle problematiche sociali che hai trattato riguarda le slot machine, una questione a parer mio sottovalutata, ma che si sta diffondendo mandando in rovina moltissime persone. Ho una specie di repulsione per le macchinette mangiasoldi e apprezzo, pertanto, la tua vicinanza nei confronti di questa piaga sociale. Il tuo libro, a questo punto, risulta una sorta di monito al fine di sensibilizzare la società che, tendenzialmente, sminuisce questo grande problema. Dal momento in cui hai elaborato l’idea per scriverlo hai desiderato concentrare l’attenzione nei confronti di questi disagi? 

Sì, in Italia la spesa per le slot si aggira attorno ai 50 miliardi di euro l’anno. E se da un lato ci sono persone che si dedicano al gioco per puro intrattenimento, dall’altro ci sono molte altre persone che invece si rovinano. In quel caso l’azzardo diventa una droga legalizzata che fa danni economici e di salute simili a quelli causati dalla droga tradizionale. Ho dedicato uno dei primi capitoli alla sfuriata del protagonista nei confronti della moglie che vuole accettare un’offerta di lavoro in una sala slot. Certo, Giorgio Cani è un tipo possessivo e prepotente, non vuole che la moglie trascuri la casa e la famiglia. Ma soprattutto non vede di buon occhio quegli ambienti. In effetti ogni vizio può essere pericoloso e “La voce della morte” mostra sia i vari vizi della società odierna, sia i pericoli che essi comportano.

– Alla fine del tuo libro ho notato che hai dedicato un ringraziamento a Romano De Marco e uno a Mirko Zilahy, che tra l’altro apprezzo moltissimo e ho avuto la fortuna di conoscere. Ci racconti un po’ della tua predilezione per questi grandi autori? 

A loro sono molto legato. Qualche anno fa ero solo un loro ammiratore, ora siamo amici. La cosa mi gratifica come persona e come addetto ai lavori. Come autore, la lettura dei romanzi di Romano De Marco mi ha stimolato a caratterizzare i personaggi mediante una rappresentazione viscerale dei sentimenti. Ricordo che la prima volta che avvertii il desiderio di scrivere un thriller, stavo leggendo “L’uomo di casa”. E neanche a farlo apposta, proprio qualche giorno fa ho letto “Nero a Milano”, l’ultimo capolavoro di De Marco. Per quanto riguarda invece Mirko Zilahy, per me è tra i contemporanei quello che incarna la mia idea di letteratura, l’ambizione a trasformare con consapevolezza il linguaggio della comunicazione in linguaggio artistico. “La voce della morte” è piena di ispirazioni e omaggi più o meno espliciti alla trilogia romana di Zilahy. Ma in generale penso che ogni autore debba essere una spugna e che il risultato di ciò che scriviamo sia una combinazione tra l’estro soggettivo e la formazione che abbiamo sviluppato con le nostre letture e le nostre esperienze personali.

– Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa? 

Avrei vari progetti in cantiere, ma mi giungono quotidianamente richieste da parte dei lettori per una nuova avventura di Giorgio Cani e della sua squadra. Questo calore del pubblico mi ha indotto ad avviare la stesura del sequel de “La voce della morte”.

– C’è qualcosa che non ti ho chiesto ma che ci tieni a dire? 

Voglio ringraziare tutti i lettori e gli addetti ai lavori come te che parlano del mio libro con passione ed entusiasmo. Non mi aspettavo tanto clamore per questo esordio, perciò sto cercando di trasformare la vostra energia in un impegno sempre maggiore in quello che faccio. Ad esempio, ho creato un format innovativo per le presentazioni e mi impegnerò a fondo per la stesura del prossimo libro che spero possa essere all’altezza delle vostre aspettative.

Ti ringrazio davvero di  cuore per le tue parole. Se parliamo del tuo libro con “passione ed entusiasmo” è tutto merito tuo.
Congratulazioni ancora e attendo impazienti il sequel.

Biografia

Andrea Del Castello è direttore artistico di Giallovidio e collabora con il Festival delle Narrazioni. Tiene corsi di scrittura creativa ed è saggista per riviste accademiche italiane e straniere. Ha pubblicato vari libri sui diversi ambiti delle discipline umanistiche. Tra le sue opere più recenti, ha ottenuto ottimi riconoscimenti il saggio “Come si scrive un thriller di successo”. In uscita a luglio la raccolta di racconti curata per Lupi Editore “Miti e delitti. 13 metamorfosi 13 autori 13 storie”.

Sinossi

Il Male ci seduce con la falsa promessa di proteggerci dalle nostre paure. Ognuno di noi può combatterlo oppure può arrendersi, come Roberto Desideri, che muore nella sua auto nel parcheggio di una discoteca. Sembra una brutta storia di alcol e droga, fino a quando il commissario Giorgio Cani non decifra un messaggio che si nasconde dietro il delitto.

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Lo scrittore Andrea Del Castello
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Lo scrittore Andrea Del Castello

Autore: Manuela Moschin: L'Arte Raccontata nei Libri

Mi chiamo Manuela Moschin abito in provincia di Venezia. Lavoro in un’Azienda Ospedaliera nell’ambito dell’amministrazione pubblica e prima ancora sono stata per dieci anni educatrice in una scuola per l’infanzia. Mi sono laureata presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in Storia dell’Arte – Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali. Dalla passione per l’arte sono nati il Blog e il gruppo Facebook “L’Arte Raccontata nei Libri” dove l’arte e la letteratura si fondono in un perfetto connubio. Un binomio, dunque, attinente alla coesistenza della cultura letteraria e di quella artistica. L’idea ha origine dalla lettura di qualsiasi testo (Romanzi storici, Saggi, Cataloghi di mostre, Biografie…) che contenga riferimenti al patrimonio artistico. Ne consegue un approfondimento delle opere d’arte menzionate dagli autori riportando una citazione dal loro libro. Lo scopo del blog è quello di avvicinare alla cultura artistica anche i meno esperti rendendo l’arte fruibile a tutti. Gli argomenti sono trattati con un linguaggio semplice e scorrevole, affinché, sia comprensibile a chiunque abbia il desiderio di ampliare la propria conoscenza in ambito artistico. Sono caratterialmente una persona pacifica, per quanto possibile, cerco sempre di mantenere un rapporto armonioso con gli altri. Mi piace dialogare ma non discutere. Ogni mattina all’alba pratico yoga e meditazione, un valido metodo per riuscire a mantenere la pace interiore e non solo… Mi ritengo fortunata perché ho imparato molto dalle esperienze, alcune di esse, apparentemente negative, si sono poi rivelate di grande importanza per la mia crescita personale. E’ proprio vero che nulla avviene per caso. E’ inutile preoccuparsi o affannarsi, poiché, tutto ciò che ci accade ha uno scopo. La vita è un disegno perfetto formato da un grande mosaico dove ogni giorno si aggiunge un piccolo tassello. C’è una bellissima riflessione del filosofo Seneca che mi colpisce e che quotidianamente metto in pratica: “Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo”.

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