BEOWULF, di Maurizio Donte

BEOWULF, di Maurizio Donte

nota critica di Laura Barone

Accingersi alla lettura delle opere di Maurizio Donte è come affacciarsi su di un mondo traboccante di armonia dove la ricerca della correttezza metrica raggiunge la sua perfezione in un’atmosfera ricca di pathos e dove le figure retoriche assumono un significato profondo e allusivo donando una inconfondibile potenza al messaggio. E’ stata questa la riflessione che mi ha spinto ad accettare con piacere di fornire questo mio modesto contributo critico alla sua opera:”Beowulf”.

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Non è la prima volta che Donte si cimenta con la mitologia Norrena, basta leggere altri testi da lui prodotti:( “Götterdämmerung”, “Cù Chulainn, il mito del Mastino di Cullan”, “I nuovi canti di Erin”), per capire quanto questo autore abbia fatto propria  la passione per le leggende appartenenti all’era pre-cristiana dei popoli Nordici.  Il titolo dell’opera ci riporta all’omonimo poema epico, in inglese arcaico, databile intorno all’VIII secolo D.C. che narra le gesta dell’eroe Beowulf, re dei Geati, che combatte e sconfigge Grendel, un orrendo mostro discendente direttamente dalla stirpe di Caino, che terrorizza la corte di Hrothgar, re dei danesi.   

Attraverso uno stile del tutto personale ed efficace l’autore crea una storia originale e coinvolgente, che diverge, in parte, dalla trama originale.

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L’opera, divisa in VIII capitoli, vede come protagonista non più l’eroe Beowulf, che rimane presente nella narrazione, ma resta in secondo piano, bensì il mostro Grendel che, umanizzato, assume su di sè i sentimenti umani del dolore, del senso della solitudine e del rancore. La narrazione poetica sviluppata dall’autore, si arricchisce di quell’ introspezione psicologica del mostro che manca completamente nell’opera originale. Particolarmente emozionante è il grido disperato di Grendel morente, nel V capitolo. Costretto a vivere reietto e senza amore, nella palude, il mostro trasforma la sua disperazione in invocazione alla madre, e il grido si fa condanna all’Uomo che vive nella falsità:

“Nulla di vero va cercando l’uomo,/col nulla si stordisce(…)”.

Grendel, agonizzante, cerca di giustificare il fatto di non essere riuscito ad uccidere Beowulf, che arriva a definire fratello:

“(…) nel cuore urla la mia solitudine;/vi odio, umani, voi che avete amore,/voi che di baci e carezze riempite/ gli anni che vi restano per poco. (…)”

“Lo so, errai a colpirlo,/in fondo è mio fratello,/ma mai egli volle vedere il mio volto/perché sgradito, ma fu mia la colpa/se così sono nato?/Madre! Quale mai fu la colpa mia/che commisi nel nascere dei giorni? (…)”.

E’ chiaro che Grendel è contemporaneamente eroe e vittima di un potere più grande di lui e il suo lato umano rivela la sua debolezza interiore.

E’ altrettanto evidente la metafora incarnata nel re Hrothgar che giace con la madre di Grendel: il re rappresenta la brama di potere che si lega al Male per ottenerne benefici e da cui nasce il mostro che, emarginato, reagisce con la sua forza distruttiva, portando altro male.

Grazie all’attenta scelta lessicale, l’autore ricrea, in alcuni punti del poema, un’atmosfera “dark” tanto cara agli autori Gotici:

“(…) Ed ecco/ dall’ombra inquieta, sorgere la morte./Gocciola come se perdesse sangue,/corrodendo  il liscio specchio dell’acqua, /l’essere della liquida palude.(…)”

“(…)Come dal ventre /di un demone squamato, /vomita la palude/il gelido terrore. (…)”

E’ da rilevare la sapiente scelta di una metrica con versi liberi polimetri a prevalenza di endecasillabi e settenari che donano all’opera originalità e freschezza.

Inconfondibile la maestria con la quale Maurizio Donte si destreggia con l’endecasillabo in cui crea un ritmo scorrevole attraverso l’utilizzo della anasinalefe interversale e dell’enjambement.

L’enfasi viene sottolineata dall’anastrofe: “E un dolore antico nasconde (…)”, “erano fredde le sale del re (…)”; presente anche l’uso di altre figure retoriche tra cui la sinestesia che arricchisce il testo con suggestive immagini: “fuoco ruggente”, “gelido terrore”.

Il VII Capitolo, a differenza degli altri, si concentra esclusivamente sugli endecasillabi: in esso possiamo ritrovare tutta l’armonia dei Sonetti d’ispirazione petrarchesca tanto cari al Donte.

In altri punti del poema emergono echi di poesia Leopardiana, il verso: “Sempre ingrata mi fu l’età più bella” pur con scelte lessicali diverse, non può non ricordarci, nel ritmo, il verso d’apertura de L’Infinito: “ Sempre caro mi fu quest’ermo colle”.

Un altro riferimento lo si coglie  nell’espressione “terra attonita” che ci riporta alla mente  il 5 Maggio del Manzoni.

Man mano che lo sguardo del lettore scorre sui versi, l’attenzione viene attratta dagli echi della poesia dei grandi della letteratura che accompagnano la trama di una leggenda persa nelle fredde notti di un tempo lontano. Attraverso una piacevolissima lettura l’autore riporta in vita con grande originalità e padronanza del costrutto poetico un mondo mitologico affascinante, donandogli , al tempo stesso, una densità di significati facilmente riconducibile a valori fortemente attuali.

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