In margine alla festa dell’Unità del Partito Democratico di Tortona, di Gianni Castagnello

https://appuntialessandrini.wordpress.com

In margine.jpg

Tortona: I risultati elettorali del 26 maggio sono stati severi per il PD, con il netto ridimensionamento dei voti alle europee, che segnarono cinque anni fa il maggior successo del partito di Matteo Renzi con il 40,8 dei consensi e più di 11 milioni di elettori. Quest’anno gli elettori democratici sono stati poco più di 6 milioni, ed hanno portato il PD al 22,7%. Altrettanto netto il distacco dal partito di maggioranza relativa in queste europee, la Lega di Salvini, che ha raggiunto su scala nazionale il 34,33% dei voti.

Se veniamo al nostro Piemonte, Alberto Cirio, candidato del centrodestra ha conquistato la Regione con il 49,9%, sostenuto da una Lega al 37,14, Chiamparino si è fermato al 35,8  con il PD al 22,44.

In provincia di Alessandria, alle europee, la distanza è anche maggiore: la Lega al 41,81% doppia il PD al 20,81.

Di fronte all’orientamento dell’elettorato descritto da questi risultati, solo una straordinaria forza dei candidati sindaco di centrosinistra a Tortona e Novi avrebbe potuto determinare una vittoria in controtendenza che non c’è stata, né a Tortona, con Gianluca Bardone (34,25% dei consensi e PD al 13%) sconfitto al primo turno da Federico Chiodi  che ha raccolto il 57.02% dei voti con la Lega al 31%, né a Novi, dove pure Rocchino Muliere ha ceduto soltanto al ballottaggio per poco più di trecento voti.

In queste elezioni, il drastico calo di voti dei Cinque Stelle ha messo ancor più in risalto il successo della Lega di Salvini: sembra che sia proprio lui il leader al quale la maggioranza degli italiani, o per essere precisi, la minoranza più consistente, vuole affidare la guida del Paese in questi anni difficili. D’altro lato mi sembrano fondate, non solo consolatorie e retoriche, le due considerazioni positive rimarcate dai leader del PD dopo il voto: il partito nonostante un bilancio negativo, segnato dalla conferma di un forte calo a livello nazionale, dalla perdita della Regione Piemonte e di numerosi comuni, ha interrotto la sua emorragia di consensi, riportandosi sopra il 20 e, sopravanzando il movimento Cinque Stelle, si propone come punto di riferimento per un’alternativa all’attuale egemonia della destra fondata sul successo di Salvini.

Restando a ragionare sui numeri, bisogna però aggiungere che il PD, per progettare il passaggio dall’opposizione alla costruzione di un’alternativa alle attuali forze di governo,  ha bisogno o di tornare ad attrarre voti fino ed oltre i livelli di cinque anni fa, o di attendere/favorire la nascita/l’irrobustimento di un paio almeno di formazioni politiche di sinistra e di centro democratico, capaci di raccogliere quei voti che prevedibilmente, al PD continueranno a mancare per fare maggioranza senza cercare accordi innaturali.

Questi ragionamenti, fatti nella consapevolezza di quanto siano limitate le nostre capacità di previsione sui mutamenti dell’opinione pubblica e dell’elettorato, vanno a incrociare la domanda, alla quale non saprei dare risposta,  su quello che ne sarà del Movimento Cinque Stelle e del suo bacino di voti. D’altra parte, la solidità delle forze politiche italiane e la volatilità dell’elettorato sono tali che, anche per quelle che oggi godono di miglior salute, è difficile pronosticare come staranno fra qualche anno.

Vorrei affrontare, invece, la domanda sul futuro del PD, o meglio: a quali condizioni il PD può avere un futuro che non sia di forza politica residuale, destinata a non crescere e lentamente declinare. Solo un PD con un futuro ha una ragion d’essere politica, può ritornare in generale attrattivo e in particolare rimanere punto di riferimento per i cattolici democratici che in questo partito hanno creduto, ed hanno trovato in esso una propria collocazione politica significativa.

Qualche indicazione per una risposta la trovo restringendo l’obiettivo al PD tortonese, fortemente ridimensionato dalla sconfitta elettorale (non più il sindaco, due consiglieri comunali anziché otto) ma subito dopo impegnato nell’organizzazione della Festa democratica dell’unità, necessaria sia per far sapere che, nonostante tutto, il PD c’è, sia per ragioni di autofinanziamento, quindi sopravvivenza economica del circolo.

Assumo questo punto di vista non solo perché Il PD tortonese è quello che conosco direttamente e meglio, ma anche perché è un pezzetto di PD nazionale, e le idee che circolano nelle sue riunioni non credo siano gran che diverse da quelle che si scambiano gli iscritti dei tanti circoli sparsi per l’Italia.

La prima istanza messa avanti da chi milita alla base del partito, magari prima di andare a servire al ristorante della Festa, è quella di essere uniti e di farlo vedere, perché la dialettica politica interna, intossicata da vis polemiche e rivalità di corrente, ha creato e purtroppo consolidato l’immagine di un partito diviso, assorbito nelle dispute intestine anziché rivolto a seguire le trasformazioni del paese, a capirne i problemi e a riannodare legami di rappresentanza con i gruppi sociali.

“Parlare con la gente” è l’altra raccomandazione che puntualmente ricompare in tante riunioni di circolo.  E’ frase generica, genericamente usata per abbozzare una risposta quando in una discussione si incrociano le difficoltà che il partito incontra nel comunicare le sue proposte, ma è una frase che intravede il problema cruciale, quello appunto del rapporto tra il partito e quelle componenti sociali popolari che sarebbero indispensabili al suo successo ed invece si sono ritirate deluse o rivolte altrove. Il “futuro” del PD credo dipenda soprattutto dalla sua capacità di tornare ad essere un punto di riferimento politico per gruppi sociali che ora lo guardano con diffidenza: giovani, lavoratori precari o a basso reddito, abitanti delle periferie, ceti medi con qualche sicurezza ma senza prospettive. Detto in altre parole, si tratta di dar sostanza allo slogan “prima le persone” che è stato usato in campagna elettorale e che rischia di essere dimenticato come tante cose, anche belle, che si propongono, si pubblicano, si dicono e poi si archiviano per la costante concentrazione su urgenze o  schermaglie del presente che caratterizza oggi la politica.

C’è poi un’istanza di moralità. La illustro – consapevole di rischiare il patetico – con l’immagine di due militanti non più giovani che si sono alzati più presto del solito al sabato per montare il gazebo del partito in una mattinata fredda e piovosa di maggio e distribuiscono volantini, fermano un attimo persone che si schermiscono, qualcuno ostenta anche disgusto, per dare un messaggio e cercare qualche voto, e intanto commentano tra loro con amarezza l’inchiesta sulla sanità in Umbria, allora in pieno sviluppo,  che ha gravemente coinvolto il partito e va diritta a sgretolare quella credibilità che si cerca faticosamente di ottenere con la presenza tra la gente.

Ormai da tempo la diffidenza verso i politici e i partiti si è radicata in un pregiudizio che i numerosi episodi di  disonestà non mancano di alimentare; la diffusione del pregiudizio tra gli elettori genera poi due esiti principali: la crescita dell’astensionismo ostile di chi ritiene che tutti quelli che fanno politica facciano in realtà gli affari propri e, all’opposto, l’adesione entusiastica a un leader che appare nuovo, incontaminato e deciso, al quale si attribuisce il potere taumaturgico di fare piazza pulita dei politici corrotti e risanare l’Italia.

Il PD è appesantito, anche oltre i propri demeriti,  dall’immagine di partito che enuncia ideali democratici, solidaristici ed egualitari ma poi riflette gli interessi dei ceti sociali garantiti,  occupa il potere e ne ricerca i previlegi. Se non prenderà sul serio la questione morale, se non saprà praticare un’idea rigorosa e partecipata della politica non avrà sbocco, mancherà l’opportunità di rigenerazione che la sconfitta comunque offre, non riuscirà a mantenersi come il principale punto di riferimento di cui hanno bisogno i democratici italiani, cattolici e laici, per non ripiegarsi su sterili posizioni critiche o disperdersi in iniziative locali,  di fronte a una destra che oggi procede a vele spiegate, allontanandosi dall’Europa, trattando con spregiudicatezza doveri di solidarietà e diritti costituzionali, mettendo a rischio i conti pubblici.   Ritengo un dovere politico e civile contrastare questa destra;  se alcuni che sentono questo dovere creeranno nuovi soggetti politici lo vedremo, aprirebbero prospettive nuove e utili, una parte del cattolicesimo democratico potrebbe contribuirvi,  ma i progetti mi sembrano legati a molti “se” e la strada tortuosa; certamente ad una forza centrale come il PD non si può rinunciare, quindi che sia solido, credibile, rivolto al futuro.