Sulla democrazia politica

Luigi Lama (*)  https://appuntialessandrini.wordpress.com

(L’articolo costituisce una replica all’intervento “Il disordine della ragione pubblica” pubblicato su questo blog il 14 luglio scorso, in occasione della festa nazionale francese nella quale si ricorda la presa della Bastiglia, evento considerato convenzionalmente l’inizio della rivoluzione).

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È un piacere ricevere una riflessione così ampia. Grazie. Penso che il contributo alla discussione sia mettere in luce punti deboli. Ne ho una non da poco: non mi convince la teoria della giustizia di John Rawls. Forse non l’ho capita bene, ma seguendo il filo del tuo intervento espongo le mie osservazioni in due punti. Uno subito, l’altro più avanti.

Per primo non mi convince l’esistenza di un denominatore comune fra tutti i cittadini, la “ragionevolezza fra cittadini liberi e uguali” di Rawls. Che sarebbe bello che esistesse non ho dubbi. Ma non credo esista, nemmeno nelle società più tranquille e armoniose apparse fino ad ora nel nostro pianeta.

Credo che vadano distinti intenzioni “ragionevoli” e atti “ragionevoli”.

Riguardo alle intenzioni esistono cittadini che rifiutano il sistema democratico, il principio della legge uguali per tutti. Ci sono nostri concittadini che ritengono che sarebbe positivo, migliore, un sistema totalitario in cui sia ammesso un solo partito. Che esistano qui ed ora idee del genere, che si richiamano a varie ideologie e religioni, mi sembra evidente dato che si manifestano pubblicamente.

Riguardo agli atti concreti le persone che hanno idee del genere si limitano per lo più alla espressione e pubblicizzazione di tali idee e si mantengono entro i limiti di una legalità che pur disprezzano; qualora la superassero, per esempio organizzando un gruppo che si avesse l’obiettivo di conquistare il potere politico con la violenza e porre fine al sistema vigente si esporrebbero alla attività di repressione da parte degli organi dello stato.

Ciò significa che ci sono alcuni nostri concittadini che metterebbero volentieri in galera, oppure in campi di rieducazione, o bastonerebbero ecc.ecc. loro concittadini se fossero al potere e questi altri manifestassero le loro idee, ma a loro non viene rivolto un trattamento analogo a quello che auspicano per gli avversari in forza dei principi che orientano le leggi nel sistema vigente. È giusto lasciarli parlare, scrivere alla luce di valori e norme che disprezzano? Tutto sommato penso di sì.

Ci tengo a precisare che considero del tutto sbagliata l’affermazione che vanno rispettate tutte le opinioni. Ci sono opinioni, credenze che non meritano nessun rispetto, vanno combattute con forza e costanza. Le persone vanno rispettate, loro sì. Va distinto anche in questo caso fra l’errore, o l’orrore, e l’errante. Combattere gli errori rispettando le persone è l’unica maniera per far sì che forse si correggano. Non è certo, è possibile. Altrimenti ne faremmo dei martiri delle loro idee sbagliate. Nel frattempo è più probabile che la loro ragionevolezza limiti le loro azioni alle parole, in misura tale da non incorre in gravi sanzioni.

Sarebbe certo un problema serio e complicato, come hanno mostrato alcune esperienze storiche, se ottenessero il potere per vie legali e poi, in virtù di tale legittimazione e forza, alterassero i connotati del regime costituzionale vigente.

Uno degli elementi del dibattito politico in occidente oggi è se esista una minaccia del genere. Ultimamente l’Economist si è posto seriamente la domanda (vedi link).

La domanda ha preso maggior forza in quanto la manipolazione del consenso si può realizzare non solo con il tradizionale uso della violenza fisica per sopprimere o mettere a tacere i dissenzienti e forzare l’opinione degli incerti. I vecchi regimi totalitari del secolo scorso la affiancarono alla propaganda tramite i vecchi media, la stampa, ed uno nuovo, la radio. Oggi i media interattivi offrono ben maggiori capacità di coinvolgimento, soprattutto emotivo.

Non credo che esistano soluzioni facili, la possibilità di interventi esterni che ci garantiscano la purezza delle informazioni che ci arrivano come succede per l’acqua che sgorga dai nostri rubinetti. Le fonti sono innumerevoli. Uno studioso ha elaborato una metafora che mi sembra efficace per descrivere quanto è avvenuto negli ultimi decenni nel mondo dell’informazione. Lo ha paragonato ad una distribuzione di pere. Prima potevi acquistarle solo in negozi. Poi sono apparsi quale e là sempre di più, cesti di pere che possono essere prese gratis. Sono varie per dimensioni, ce ne sono di bacate e marce, ma ce ne sono anche di molto buone. E gratis. Restano ancora i negozi, ma molto meno. Da loro acquisti con tranquillità, le selezionano per varietà, per pezzatura. Se ne trovi una bacata o marcia puoi lamentarti con loro e chiedere un risarcimento. Ma da loro si pagano.

Per quelle che trovi gratis l’unica garanzia sulla qualità è la tua capacità di controllarla.

Non mi convince la lettura dei fenomeni di “democrazia illiberale” o “democratura” come una reazione ai processi di postdemocrazia delineati da Crouch. I primi due modelli riguardano paesi che hanno avuto una debole o assente tradizione democratica, come una buona parte dei paesi dell’est Europa, la Russia e la Turchia. In questi invece esiste una forte tradizione autoritaria e scarsa cultura e pratica della partecipazione auto organizzata dal basso. Infatti metti in luce che in quei casi manca una cultura del rispetto delle minoranze che, come scrivi, è frutto di una elaborazione lenta e articolata.

Insomma, nonostante che gli americani abbiano eletto Trump credo che i rischi di derive autoritarie siano piuttosto deboli in quel paese, che sia vivo e forte un pluralismo delle idee e un attaccamento alla sua persistenza. Ben diversa invece è la situazione in Cina, Russia, Ungheria e Turchia o Ucraina.

La sottolineatura della necessità di un sistema di regole di autorità che ne presidiano il rispetto come condizione per lo svolgimento delle attività economiche è davvero importante. Troppo spesso si sente affermare una contrapposizione netta fra Stato e mercato, ingenua o manipolatoria: il mercato ha bisogno di regole e di autorità che ne controllano l’applicazione e sanzionano le trasgressioni. La mancanza di regole porta ad una sola regola: la legge del più forte. Cosa che ai più forti senza dubbio può piacere.

Fin dall’antichità le autorità sono intervenute per garantire la correttezza degli scambi, ad esempio con un controllo sulle unità di misura (peso, volume), che in certi ambiti esistevano già quando ci si limitava al baratto. Quando poi l’umanità è passata dal semplice baratto al mercato mediato dal denaro l’intervento di autorità esterne è diventato più rilevante: l’uso della moneta coniata implica il dare fiducia all’autorità emittente per determinarne il valore. Queste funzioni sono oggi svolte grazie alle leggi dello Stato; a queste si sono aggiunte altre funzioni come il preservare la libera concorrenza ed impedire l’eccesso di posizioni dominanti e definire parametri e controlli sulla qualità delle merci, tutte cose che sono riconosciute e accettate da tutte le correnti di pensiero, liberalismo compreso, almeno dalla metà dell’Ottocento; un ulteriore gruppo di funzioni dello Stato, che non sono considerate opportune da una parte dei liberisti, consisto nell’influire sull’equità e la completezza nella distribuzione di determinate merci o servizi (pensiamo alle comunicazioni, all’energia e l’acqua) e, ancora in questi e altri casi, influenzare il loro prezzo, quindi il rapporto fra domanda e offerta, con gradi di tassazione diversa.

Tornando alla teoria di Rawls mi sembra faccia poco i conti con il fatto che non siamo chiamati a scegliere il regime politico quando siamo avvolti da un velo d’ignoranza rispetto alla nostra condizione. Che quell’esercizio di astrazione possa essere un modo convincente per mostrare i benefici della tolleranza e dell’equità lo capisco e lo condivido. Che questo dia forza alla sua applicazione mi lascia alquanto dubbioso. Le persone concrete molto spesso non fanno scelte consapevoli e quando le fanno non è detto che siano guidate prevalentemente dalla logica del “ama il prossimo tuo come te stesso”, dando per di più al concetto di prossimo una dimensione universale che comprenda l’intera umanità e non solo i parenti stretti. Non credo affatto che la condizione sociale sia l’unico elemento determinate, ma che questa possa avere peso mi sembra altrettanto evidente. La condizione socioeconomica influisce. Se questa è privilegiata è piuttosto probabile che si vogliano conservare i benefici che ne derivano per noi e magari anche per i nostri discendenti. È abbastanza facile trovare giustificazioni per i propri privilegi. E addirittura spesso si trovano anche giustificazioni alla rassegnazione per la loro mancanza. Di certo la tutela del privilegio passa anche attraverso la persuasione della sensatezza della sua assenza per altri.

Lo sviluppo economico e le scelte politiche degli ultimi quaranta anni hanno portato ad una riduzione delle diseguaglianze fra paesi. Nazioni che erano povere allora oggi lo sono molto meno. Ma hanno portato ad una notevole crescita della diseguaglianza interna. Questo è particolarmente vistoso nei paesi occidentali. Il welfare universale è stato sconfitto dal suo successo. I suoi benefici sono stati considerati acquisiti una volta per tutte e ci si è rivolti contro il suo costo e il carico fiscale conseguente come se non fossero correlati.

Come se ci fosse sempre aria di libertà fresca e pulita per tutti sempre e comunque. L’aria di libertà può essere invece gradualmente ridotta solo ad alcuni. Chi li vede ansimare magari dice: «Per forza, lì non c’è abbastanza aria, devono togliersi da lì, conquistarsi un posto in una posizione migliore».

Precisamente quaranta anni fa, nel 1979, Margaret Thatcher ha vinto per la prima volta le elezioni in Gran Bretagna. “Labour isn’t working” è stato l’efficace slogan della campagna dei conservatori britannici sotto la sua guida.

Non l’hanno votata solo i milionari.

Non è ancora finita. C’è la possibilità che elettori a basso reddito sostengano in Italia la riduzione delle tasse ai ricchi con la flat tax.

Un piccola notazione sulla confusione fra cittadini italiani e popolazione residente in Italia, quest’ultima è costituita da circa 60.483.000  di persone (vedi link)  ; di questi NON hanno la cittadinanza italiana ben 5.144.000 (vedi link).

Quindi i cittadini italiani residenti sono solo un po’ più di 55 milioni e di questi 46 milioni hanno diritto di voto (mica pochi in proporzione, si vede anche qui che siamo un paese vecchio). Gli altri cinque milioni di residenti no.

Se aggiungiamo gli italiani residenti all’estero il corpo elettorale supera i 51 milioni. La confusione fra popolazione residente e cittadini è molto frequente; la interpreto come conseguenza del fatto che quel circa 10% di popolazione che non ha la cittadinanza italiana (una quota non piccola, vicina a quella degli afroamericani negli USA) vive accanto a noi, lavora, paga tasse e contribuito con una percentuale di evasione non maggiore a quella del resto della popolazione. Ma non sono cittadini a pieno titolo. Che non basti l’ingresso e la residenza per diventarlo mi sembra molto sensato, ma un maggiore equilibrio fra diritti e doveri mi sembra esserlo altrettanto.

(*) Centro Studi CISL