Quarant’anni di sanità pubblica, di Carlo Baviera

31 luglio 2019 https://appuntialessandrini.wordpress.com/

Alessandria: Lo confesso: ho deciso di farmi male da solo e di subire le invettive dei competenti e “responsabili” che da tempo spiegano come si deve procedere per riordinare e mantenere sostenibile il sistema sanitario. A naso, senza motivi scientifici a supporto, mi permetto di andare controcorrente, di essere politicamente scorretto.

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Forse sono diventato (o sono sempre stato) un poco populista; ma continuo a pensare, riguardo alla Sanità e non solo, che non tutte le decisioni degli ultimi 25 anni, almeno per quanto riguarda le situazioni periferiche (e il Monferrato lo è diventato da tempo!), siano state sempre opportune. Ovviamente non intendo giudicare l’attività e le decisioni a livello ministeriale dell’amico Balduzzi, che so aver fatto molto anche per quanto riguarda le specificità del casalese: e in particolare il supporto alla battaglia a favore della lotta all’amianto. Né intendo ritenere inopportuno (anzi!) l’operato delle Ministre Bindi e Turco.

Prendo spunto da un dibattito, che gli Uffici Pastorali della Diocesi di Casale Monferrato, hanno proposto alcuni mesi fa per ricordare i 40 anni della Legge 833/78 riguardate il Servizio Sanitario Nazionale. L’escursus di quanto è cambiato nella cultura sanitaria, e sui tentativi di affossare la riforma (proposti egregiamente dal Prof. Balduzzi) e la storia recente dalla sanità monferrina, in particolare dell’Ospedale S. Spirito (ripercorsa dal dott. Paolo Tofanini) sono stati unanimemente ritenuti preziosi e interessanti.

Quegli interventi hanno anche dato ragione della necessità di alcune decisioni riguardo a razionalizzazioni, ad accorpamenti o a chiusure di reparti per poter mantenere un’elevata prestazione e sicurezza negli interventi, oltre che per continuare a garantire (da parte del Servizio Pubblico) un sistema universalistico e sostanzialmente gratuito. Pur sottolineando che il tentativo di arrivare ad una unificazione ASL e AO della Provincia non sia stato la soluzione ottimale; né che sia opportuno avere Primari a scavalco su più strutture ospedaliere.

Perché ho detto che voglio farmi del male? Semplice. Per prima cosa risento, come non pochi ex colleghi, del fatto che ho iniziato a lavorare in ambito sanitario (pur sul versante amministrativo) come dipendente ospedaliero: al tempo la riforma non era ancora stata messa in campo, mentre era  da poco operativa quella degli Enti Ospedalieri (Legge Mariotti 132 del 1968). Perciò, pur condividendo a pieno la Riforma del 1978, è rimasto questo attaccamento/legame ad una visione che pur andava giustamente superata soprattutto sviluppando fortemente la parte preventiva e riabilitativa territoriale e domiciliare, ma senza penalizzare gli Ospedali. Ma questo è solo un fatto più che altro “affettivo”; anche se un certo degrado, un ridotto utilizzo, un venir meno di personale e di funzioni, infastidisce e intristisce. Non doveva essere questo l’esito.

Ciò che contesto di più, sempre degli ultimi 25 anni, è l’aziendalizzazione della sanità e il suo “dirigismo” regionalistico. Che la Sanità fosse messa in carico alle Regioni fin dalla Costituzione è cosa giusta (lo ha ben spiegato Balduzzi); e che il suo operare non dovesse basarsi su spese a piè di lista e sprechi, ma all’interno di budget e di analisi dei costi, cosa opportuna.

Però quando si ragiona sui Servizi Pubblici (questo vale per la Scuola, per la Previdenza, ecc.) come se fossero aziende metalmeccaniche o chimiche o alimentari, beh! io non mi adatto e non condivido. Quando si punta sui manager a cui vengono assegnati obiettivi, stabiliti dal centro (in questo caso da Torino), la cosa un po’ mi disturba. In tutti questi anni si sono avvicendati Direttori Generali, alcuni anche di livello; ma i risultati, se consideriamo quello che è percepito come un lento declino della struttura ospedaliera, sono stati di molto superiori a quelli che poteva garantire una Dirigenza locale?

Io ricordo che i Consigli di Amministrazione e i Presidenti dell’Ente Ospedaliero prima, e i Comitati di Gestione e i Presidenti delle USSL poi, hanno saputo compiere scelte importanti per il casalese, per il rinnovamento e l’umanizzazione della struttura, per cercare anche professionalità sanitarie qualificate, per rinnovare la strumentazione sanitaria, senza gravi indebitamenti. E la stessa Dirigenza Amministrativa, di quegli anni lontani, era di livello e autorevole (è doveroso ricordare figure come il Dr. Deregibus, il Dr. Bonzano, il Dr. Brignoglio, la D.ssa Sirchia solo per citarne alcuni). Oggi ci troviamo, in non poche occasioni, al blocco di  esami clinici a causa di macchinari sanitari non funzionanti e non prontamente riparati, costringendo i pazienti a trasferte perditempo e costose.

Purtroppo sappiamo che il territorio monferrino ha perso peso demografico, e il bacino che può servire il Servizio Sanitario non regge economicamente, e a volte nemmeno per la sicurezza degli interventi; da qui la necessità di accorpare. Il ragionamento non fa una piega. E quindi, anche in questo caso si evince che, senza una ripresa demografica tante cose verranno messe in discussione, e continueremo ad essere terra di conquista. Perciò, come per il settore Scuola, per il settore lavoro, ecc. il punto di partenza sono le politiche demografiche che devono essere supportate e sviluppate: dipende da Governo e Parlamento, ma in parte anche dalle amministrazioni locali! E da una cultura meno consumistica e più aperta alla vita.

Mi sia poi permesso di sperare in una qualche reazione. Che non è solo fare manifestazioni di proteste contro la Giunta regionale pro tempore, per chiedere l’apertura o la non chiusura di un reparto. Secondo me per intanto si dovrebbero rafforzare tutti i servizi relativi ad una popolazione anziana, e servizi di trasporto adeguati per quanti devono recarsi ad assistere e visitare  parenti ricoverati in strutture fuori zona. Non è sopportabile essere obbligati a salti mortali per restare vicini ai propri cari (vale anche per le visite specialistiche o prestazioni ambulatoriali) perché si è tagliati fuori dai collegamenti ferroviari.

Inoltre, e uso una terminologia terra terra non specialistica ma credo comprensibile, pur mantenendo almeno i reparti essenziali (cosa necessaria per ogni ospedale della Provincia), specializzare la struttura in modo da farne davvero un Centro qualificato unico che attragga anche da fuori Regione; in modo che porti personale qualificato che scelga di vivere a Casale Monferrato; e un giro di persone che portino “movimento” in zona; la pubblicità che renda nota la località, ecc.

Tutto questo, lo dico nel rispetto della vasta ed eccessiva Assemblea dei Sindaci, deve tornare in mano alle Autonomie Locali interessate. I Dirigenti devono essere del posto (abitare da noi). Sono i Sindaci del casalese (e ciò dovrebbe anche valere per le altre realtà provinciali) che devono, insieme con la Regione, assumere le decisioni e avere la possibilità di farsi ascoltare sulle eventuali disfunzioni.

In sostanza ritornare indietro, ridare al livello locale ruolo, non accentrare e non ragionare solo con i dati di Bilancio. Il centro, Torino o Roma, dovrebbe invece provvedere al costo dei medicinali, a rendere corretti e convenienti i contratti e gli appalti, alle liste d’attesa, a controllare che non vi siano privilegi o sprechi clamorosi, a gestire in modo uniforme l’applicazione dei contratti dei dipendenti.

Mi fermo, ma è probabile che abbia dimenticato cose importanti. Pazienza. L’importante è dire ancora una volta la mia perplessità sul sistema introdotto di aziendalizzazione e affidamento a Manager di gestire per conto delle Giunte Regionali. Adesso si apre la caccia! Potete sparare sul pianista, purchè con pallottole a salve.