Italicus: 45 anni dalla strage e nessun colpevole, di Lia Tommi

E’ circa l’una e quarantasette della notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 quando, all’uscita dalla galleria degli Appennini, nei pressi della stazione di San Benedetto Val di Sambro (BO), venne fatto esplodere un ordigno ad alto potenziale nella quinta carrozza del treno Espresso 1486 Italicus, diretto a Monaco di Baviera.

E’ la strage dell’Italicus, uno dei più gravi attentati verificatisi negli anni di piombo, che causò la morte di 12 persone. Sarebbero potute essere ancora di più le vittime se il macchinista non avesse fatto scivolare il treno fuori dal lunghissimo tunnel, oltre 18 chilometri, o se il coraggioso Silver Sirotti, 25enne impiegato delle Ferrovie dello Stato, non fosse tornato indietro, lanciandosi tra le fiamme afferrando un estintore e tentando di portar fuori tutto coloro che potevano essere ancora vivi. Oltre a Sirotti, sacrificatosi, quella notte hanno perso la vita Nunzio Russo, Marco Russo, Maria Santina Carraro, Elena Donatini, Nicola Buffi, Herbert Kontriner, Tsugufumi Fukuda, Antidio Medaglia, Elena Celli, Raffaella Garosi e Wilhelmus Hanema.

Quelli erano anni storicamente delicati. A livello internazionale il Mondo stava vivendo i suoi drammi con lo scandalo Watergate negli USA, in Portogallo la Rivoluzione dei Garofani aveva messo fine alla dittatura fascista di Salazar e riportato il paese al regime democratico; così in Grecia era caduta la Dittatura dei colonnelli, mentre in Romania Nicolae Ceaușescu diventava presidente della inossidabile Repubblica Socialista.
In Italia si viveva nel terrore con i cosiddetti anni di piombo e dell’estremismo fascista. A maggio il Paese aveva già pianto le vittime della strage di Piazza della Loggia, così come in precedenza c’era stata quella di Piazza Fontana.
In quella strage drammatica e terribile sarebbe potuto essere coinvolto anche l’onorevole democristiano Aldo Moro che doveva raggiungere la famiglia in villeggiatura a Bellamonte, ma venne richiamato a firmare alcuni importanti documenti quando era già nella sua carrozza. Evidentemente una sua dipartita non era ancora nei “piani” di chi muoveva le file del potere. A novembre di quell’anno, infatti, Moro divenne Presidente del Consiglio e rimase in carica fino alla fine della VI legislatura e alle elezioni del 1976.

L’attentato fu rivendicato con un volantino nel quale si leggeva: “Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare […] seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”.Ci furono più inchieste sulla strage. La prima istruttoria si concluse il primo agosto 1980, giorno precedente la strage alla stazione di Bologna, con il rinvio a giudizio quali esecutori materiali della strage di Mario Tuti (impiegato comunale di Empoli, accusato di aver fornito l’esplosivo), Luciano Franci (carrellista in servizio nella notte tra il 3 e 4 agosto 1974 presso la stazione di Santa Maria Novella di Firenze ed indiziato di aver fatto da palo) e Piero Malentacchi (che avrebbe costruito e piazzato la bomba), estremisti di destra appartenenti all’ambiente toscano del Fronte Nazionale Rivoluzionario. Poi ancora Margherita Luddi (legata sentimentalmente al Franci) per detenzione di armi, Emanuele Bartoli, Maurizio Barbieri e Rodolfo Poli per ricostituzione del partito fascista e Francesco Sgrò per calunnia. Quest’ultimo si rese responsabile di un tentativo di depistaggio essendo stato la fonte di un’informativa che tendeva a far ricadere su ambienti universitari romani di sinistra di (togliere) un imminente attentato ad un treno. Tuttavia il 20 luglio 1983 il Presidente della Corte d’Assise di Bologna, Mario Negri, assolse gli imputati per insufficienza di prove.
Il 18 dicembre 1986 il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Bologna, Pellegrino Iannaccone, ribaltò in parte la sentenza annullando due delle assoluzioni del processo di primo grado: Mario Tuti e Luciano Franci vennero così condannati all’ergastolo quali esecutori della strage. Il 16 dicembre del 1987 ci fu il nuovo ribaltone quando il “celebre” giudice “ammazza-sentenze”, Corrado Carnevale annullò ancora la sentenza.
Successivamente, nel 1992, la Corte di Cassazione mise definitivamente la parola fine ai procedimenti a carico dei due neofascisti. Per la giustizia italiana i colpevoli della strage dell’Italicus non hanno ancora un nome né tra le file degli esecutori né tra i mandanti.
Restano le conclusioni della Corte di Cassazione che, pur confermando l’assoluzione degli estremisti, ha comunque stabilito che l’area alla quale poteva essere fatta risalire la matrice degli attentati era “da identificare in quella di gruppi eversivi della destra neofascista”. Una conclusione simile a quella a cui era giunta la relazione di maggioranza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica “P2”, richiamata anche in elaborati della Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi. Secondo tale relazione “si può affermare che gli accertamenti compiuti dai giudici bolognesi, così come sono stati base per una sentenza assolutoria per non sufficientemente provate responsabilità personali degli imputati, costituiscono altresì base quanto mai solida, quando vengano integrati con ulteriori elementi in possesso della Commissione, per affermare: che la strage dell’Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale”.

Foto tratta da Facebook

 

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