Praticizzare la verità, di Gianni Castagnello

Praticizzare la verità, di Gianni Castagnello

Castagnello  https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: “… Si è disfatto o depresso l’aureo abito critico … e si è dato largamente l’esempio di praticizzare il vero presentandolo a seconda degli interessi come falso e il falso presentando come vero; e si è promossa la credulità verso tutte le fandonie che si credeva utile mettere in giro, e si è favorita l’aspettazione dello straordinario, dell’improvvisato, del prodigioso e dell’impossibile …”

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Se non fosse per la prosa elegante ma desueta, con quell’inaudito verbo “praticizzare”,  le poche righe citate potrebbero appartenere a una delle tante analisi che, con la tonalità del lamento o della denuncia, si occupano delle fake news, del loro uso spregiudicato e degli effetti negativi che producono sulla qualità di ogni dibattito pubblico.

Le parole sono di Benedetto Croce ed appartengono ad una lezione tenuta  ad Oxford nel 1930, quando il fascismo aveva ormai vinto la partita, il titolo è “Antistoricismo”. Non ci interessa qui riassumere le argomentazioni del filosofo napoletano contro la filosofia che propugnava: lo storicismo appunto; ricordiamo soltanto che il disfacimento dell’abito critico che fa perdere la capacità di discriminare il vero dal falso sarebbe per lui conseguenza delle inclinazioni alla violenza, all’autoritarismo, alla disciplina soldatesca prodotte dalla grande guerra.

Il testo di Croce, ed altri che si potrebbero rintracciare scorrendo la letteratura del passato, ci portano a considerare che la verità non è mai stata valore intangibile, termine di riferimento che vincola ognuno e  a cui tutti si inchinano, quando si entra nell’ambito della vita pratica, degli interessi e soprattutto delle contese politiche, e questo ben prima che apparissero le fake news.

Che cosa c’è allora di nuovo?

Senz’altro i nuovi mezzi di propagazione della verità “praticizzata”, cioè di quella versione delle cose che si giudica utile per suscitare un entusiasmo, un’avversione, per formare un’opinione di massa, per spingere a una scelta,  insomma per sostenere certi interessi. I nuovi mezzi sono soprattutto i social che creano una ramificazione vastissima di echi e rimbalzi per qualsiasi messaggio, soprattutto per quelli che sono umorali,  provocatori o consonanti con certi pregiudizi. Nuovo è anche il modo di usare la televisione non come spazio democratico di dibattito pubblico nel quale si svolgono ragionamenti e si confrontano idee, ma secondo la logica  dello spot pubblicitario, con i  portavoce dei partiti che non abbozzano nemmeno un’argomentazione ma scandiscono slogan, frasi semplici ripetute ad effetto con il tono di chi vuol imbonire degli sprovveduti o dei bambini.

Nuova è anche l’uso divenuto più consapevole, sistematico e cinico dei mezzi di comunicazione, ritagliando i messaggi per suscitare adesioni o repulsioni emotive, considerando il contenuto di verità una componente manipolabile e comunque non indispensabile del messaggio stesso. Quest’uso consapevole e cinico può avvalersi dei grandi progressi delle scienze della comunicazione  dai quali si può imparare ad esempio  che, di regola, quando una Fake news viene propagata, la smentita, ed anche la dimostrazione della sua falsità (debunking per gli esperti del settore) richiede una comunicazione più articolata e complessa che ha bisogno di più tempo e concentrazione per essere compresa; quindi la smentita sarà meno efficace, raggiungerà e persuaderà un minor numero di destinatari rispetto a quelli che hanno dato credito alla menzogna.

Se consideriamo il modo di usare la comunicazione e le sue tecniche, badando pressoché solo al vantaggio pratico immediato,  da parte delle formazioni politiche di maggior successo e che perciò contagiano un po’ tutti gli attori sulla scena, viene in mente una possibile definizione bassa e pessimistica della politica che, essendo competizione per la conquista e gestione del potere, sarebbe quell’attività che riduce, in vista di questo fine, tutto a strumento.

A questo modo di intendere la politica non ci vogliamo rassegnare, anche se oggi è difficile dire come si fa a restare in partita essendo fedeli a un’idea più seria e responsabile dell’agire politico, di fronte a chi spinge costantemente sul pedale di una  propaganda mistificatrice per catturare consenso.

Quanto detto ci riporta alla questione della verità praticizzata, cioè usata come strumento. E’ una questione che rimanda ad analisi  filosofiche complesse che richiederebbero ben più di un articolo e delle forze di chi scrive per essere trattate. Indubbiamente il vero, quando è raggiunto nel giudizio, dirige l’azione in modo efficace e in tal senso “serve”, è strumento, e si dovrebbe discutere la tesi, sostenuta dai pragmatisti – forse l’obiettivo teorico di Croce quando denunciava la tendenza a “praticizzare la verità” – che si possano chiamare “vere” le idee che hanno successo, che ci aiutano a risolvere i problemi in vista delle quali le abbiamo escogitate. Per un chiarimento filosofico, si dovrebbe anche considerare che la verità conseguibile dagli uomini si costruisce sempre a partire da asserzioni parziali e relative, attraverso una ricerca che è anche confronto e conflitto di prospettive, per cui quanto viene enunciato come vero è il risultato di un convenire, non è mai un assoluto, ed è sempre segnato dalla relatività e dalla storicità della prospettiva di chi lo afferma.

Un conto è riconoscere tutto questo, che induce una generale consapevolezza moderatrice delle nostre affermazioni, altro dover constatare che troppi soggetti politici,  oggi più di ieri e dell’altro ieri, quando si rivolgono all’opinione degli elettori, si fanno scrupolo di apparire assertivi, mai sfiorati dal dubbio, e sembrano preoccuparsi solo di costruire una “narrazione” – parola sintomatica, sulla quale varrebbe riflettere – con una logica apparente e superficiale, appoggiata su verità parziali o capovolte, su luoghi comuni non verificati, su fatti presentati in una prospettiva faziosa; per intenderci: i volontari delle ONG nel Mediterraneo saranno magari ingenui ma non sono trafficanti di uomini, lo sgombero di un campo nomadi con le ruspe che distruggono le baracche, rimuove un problema, non lo risolve.

Quando non si sa come concludere si tira in ballo l’etica, lo faccio dunque correndo  il rischio del banale ritrito, consapevole inoltre che il richiamo all’etica indica solo un dovere ma non risolve nulla; però qui è indispensabile ricordare che lo scrupolo di non calpestare la verità o per contro l’indifferenza per la menzogna nella comunicazione politica provengono da un’attitudine morale.

Nelle cose umane è raro poter scegliere, comunicare, agire appoggiandosi su solide basi di verità. Ci aggiriamo di fatto, soprattutto nei nostri ragionamenti politici, tra conoscenze incomplete, opinioni, supposizioni, pareri discordi, progetti legati a molte variabili. La democrazia dovrebbe consentire quello che in altri regimi politici  non sarebbe possibile: una competizione tra programmi riferiti a fatti descritti nel modo più obiettivo possibile, un’esposizione franca delle proprie ragioni che non semplifica fino a falsificarli i termini dei problemi. Questo in democrazia è possibile, per renderlo effettivo l’agire politico non dovrebbe essere disgiunto dall’etica che impone un duplice rispetto:  della verità che non possediamo ma alla quale tendiamo e dalla quale ci sentiamo vincolati, e dei cittadini, della loro intelligenza e dei loro sentimenti, del loro diritto ad essere informati.

A chi riteneva che “la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenza, si attua con furberia” don Sturzo nel 1956  opponeva la sua esperienza che gli faceva “concepire la politica come saturata di eticità” – lo ha ricordato il Vescovo di Tortona nella sua lettera alla città del 6 marzo scorso.

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