Intervista alla scrittrice Cristina Del Tutto: il marchio dell’innocenza (Aracne Editrice)

Cristina del Tutto

di Emanuela Manfredi.

Cristina Del Tutto è autrice, sceneggiatrice e poetessa. L’abbiamo incontrata in occasione dell’uscita del suo libro, “Il Marchio dell’Innocenza” (Aracne Editrice).

Salve Cristina, ben trovata su Alessandria Today! Chi è Cristina Del Tutto? Presentati ai nostri lettori

Raccontare a chi non mi conosce chi sono non è semplice, e comunque dovrei prima chiarirmi alcune idee. Posso raccontare cosa faccio nella vita. Lavoro da vent’anni alla Camera dei deputati come consulente politico e parlamentare, e oramai la politica nella mia vita rappresenta un modo di vivere ancor prima di essere una professione. Scrivo molto, ma non molto utilizzando il mio nome. Almeno fino a questo momento. In parte perché mi pagano per scrivere, dall’altra perché il mondo dell’editoria italiana è veramente difficile e sempre più spesso segue logiche che non premiano la qualità.

La vita dello “scrittore solitario” è tutta in salita e spesso non porta da nessuna parte. Ogni volta che iniziavo a scrivere un mio romanzo, c’era sempre una lunga schiera di persone a ricordarmi simpaticamente che solo “pochi eletti” riescono a diventare scrittori di professione. Poi, a un certo punto mi sono detta: “Perché io no?”. Ci sono autori italiani molto bravi che non riescono a portare materialmente le loro opere sugli scaffali delle librerie. Probabilmente se l’editoria cambiasse le sue logiche commerciali, le persone leggerebbero molti più libri.

Parliamo del tuo romanzo, “Il Marchio dell’Innocenza”: da dove parte l’idea? Perché hai sentito di dover narrare le gesta dei protagonisti e soprattutto, dato il periodo storico in cui è ambientato, quanto studio c’è stato dietro?

Ho scelto un’ambientazione storica perché ritengo che una scenografica diversa da quella contemporanea favorisca nel lettore un allontanamento dalla realtà che facilita la comprensione della storia e dei personaggi, senza preclusioni derivanti dal proprio vissuto. Mi sono imbattuta nella vita di Edoardo I quasi per caso. Poi rimasi affascinata dal suo temperamento. Un giovane principe il cui futuro in tenera età sembrava compromesso dalla malattia, che si trasforma in un uomo possente e determinato a conquistare il posto che gli spettava per vincolo di nascita. Trent’anni di regno caratterizzati da guerre e conquiste, che gli hanno valso un posto di primo piano nella storia. Fu anche il primo sovrano nell’alto medioevo ad aver cacciato con un editto la comunità ebraica dall’Inghilterra, quella che era scampata alle persecuzioni. Mi sono chiesta quanto e come la storia che ci è stata tramandata sarebbe stata differente se le esperienze che caratterizzarono la vita di Edoardo I avessero preso una direzione diversa. Sappiamo quale sovrano fu Edoardo I, ma non chi avrebbe potuto essere. Da questo assunto prende ispirazione tutta la narrazione. Il mio obiettivo, però, non era quello di descrivere la vita di questi personaggi, che la storia già racconta, quanto di dare al lettore la possibilità di superare le barriere temporali, immergersi in tempi e luoghi che non gli appartengono, per scoprire quanto nel passato come nel presente gli essere umani siano più simili di quanto spesso non ci piaccia riconoscere. Ad ogni modo, ho cercato di non discostarmi dalle vicende dei personaggi e dal contesto storico dell’epoca per rendere il racconto quanto più realistico. I veri protagonisti di questo romanzo, tuttavia, sono le emozioni. Quelle che predispongono l’animo umano a riflessioni più profonde. Quelle che solitamente arrivano non durante la lettura, ma quando le parole hanno finito di svolgere la loro funzione e le pagine diventano bianche, lasciando i pensieri liberi di esplorare il mondo interiore che ognuno di noi custodisce.

Cosa ti ha indotto a focalizzare la tua attenzione anche sulla persecuzione degli ebrei?  E’ stata una scelta che, in un certo senso, mi è stata suggerita del mio amico Amos Castaldini. Mi ero ritagliata del tempo da dedicare al libro e presi una casa in affitto a Ferrara. Era dicembre, ed io e Amos trascorrevamo molto tempo insieme nella biblioteca Aristotea in cerca di documenti storici.  Mi raccontò tutta la storia della comunità ebraica di Ferrara, con una passione talmente contagiosa che, senza rendermene conto, la famiglia Roth era diventata un elemento portante del romanzo. Mi spiace che non sia riuscito a vedere il libro compiuto, ne sarebbe stato entusiasta.  L’argomento delle persecuzioni degli ebrei nel medioevo inglese, merita una specifica. Mi interessava far conoscere attraverso il romanzo quella determinata verità storica, ma non volevo diventasse un libro di “nicchia” per non scoraggiare alcuno alla lettura. Ho quindi preferito affrontare l’argomento come fosse lo sfondo di un palcoscenico, e non l’attore principale dell’opera. Per le stesse ragioni ho alterato alcuni riferimenti storici, adattandoli a esigenze narrative volte a comunicare al lettore in maniera immediata una determinata sensazione, ad esempio il riferimento alla stella di David che all’epoca non un simbolo imposto come segno discriminate per individuare la popolazione ebraica.

Stai già pensando al tuo secondo romanzo?

Certamente sì, lo avevo in testa ancor prima di finire il primo. Il marchio dell’innocenza è ambientato nel 1257, quando Edoardo I era ancora l’erede al trono d’Inghilterra. Il secondo libro tratterà in maniera specifica la cacciata della comunità ebraica dal regno inglese del 1290, verso la fine del regno di Edoardo I. La parte storica in questo secondo libro sarà più dettagliata, dal momento che mi propongo di riportare eventi storici specifici dai quali prenderà l’avvio la narrazione romanzata. In questo momento sono ancora nella fase di studio, che immagino mi impegnerà ancora per molti mesi. Lo sforzo maggiore non è tanto la ricerca delle notizie, quanto scovare un elemento che possa permettere alla fantasia di inserirsi lasciando al lettore l’illusione di rivivere, pagina dopo pagina, quel preciso momento storico.   

Che tipo di approccio usi quando ti rapporti con la scrittura di sceneggiatura, libro e poesie? Immagino sia diverso, essendo generi letterari differenti…

Per la mia personale esperienza ritengo che la diversità consista in un diverso approccio mentale, soprattutto per le poesie, che richiedono un’introspezione maggiore. La capacità tecnica di scrivere un romanzo o una sceneggiatura si impara. E’ il contenuto che fa la differenza, che fa emergere la distinzione tra uno scrittore e una qualunque persona che scrive bene. La poesia, diversamente da altre forme letterarie, impone all’autore di mostrare la parte più profonda dei suoi propri stati d’animo, che invece nei romanzi o nelle sceneggiature è mascherata dalle vicende dei singoli personaggi, con innumerevoli sfumature e chiavi di lettura. Questo è il motivo per il quale molte poesie che ho scritto le tengo custodite gelosamente nel cassetto, e credo che lì rimarranno. Ne “Il marchio dell’innocenza” ogni personaggio rappresenta e descrive qualcosa della mia personalità, di ciò che sono, ma anche di ciò che vorrei essere.

Grazie Cristina per il tuo tempo!

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