Makrònissos, l’isola dell’esilio. Di Stefania Pellegrini

Makrònissos, l’isola dell’esilio. Stefania Pellegrini

Immagine dal web

Makrònissos è una piccola isola arida e rocciosa, vicino alle coste dell’ Attica, di fronte al porto di Lavrio e la sua popolazione ammonta oggi a 5 abitanti. Anticamente si chiamava Eleni, come la bella donna del mito greco che secondo Pausania vi avrebbe trovato rifugio con Paride durante la fuga da Troia, dopo la fine della guerra.

Immagine dal web

Quando sentiamo parlare delle isole greche, le prime immagini che vengono in mente sono quelle di distese azzurre, di mare trasparente, di bianche costruzioni aggrappate alle rocce, case con le finestre blu, e lingue di spiaggia tra frastagliate insenature.
Eppure il nome Makrònissos da diversi decenni non evoca sole e azzurro, ma sdegno e silenzio. Per grandi periodi del ventesimo secolo fu usata, insieme ad alcune altre isole, come luogo di accoglienza per i cosiddetti “nemici dello stato”. Lì venivano esiliate tutte le persone considerate pericolose per l’ordine politico e sociale del tempo, soprattutto: sindacalisti, partigiani di sinistra e i comunisti, perseguitati per le loro idee e valori, colpevoli di sognare, immaginare un mondo migliore. Ciò è avvenuto fino all’abolizione delle leggi repressive, dopo la caduta della dittatura dei colonnelli nel 1974.
I deportati erano incarcerati in campi di esilio o vivevano in gruppi, in tende o case, sotto l’occhio vigile dei militari o gendarmi dell’isola. Le torture ai deportati, avevano lo scopo di arrivare a ritrattazioni o “dichiarazioni di rimorso” necessarie per ottenere un “certificato di coscienza sociale” per i deportati.
L’isola conserva le rovine di un campo di concentramento (e centro di rieducazione) in cui furono reclusi più di 100.000 prigionieri politici, ed è stata dichiarata: sito storico nel 1989.
Come dicevo sopra, Mikrònissos non fu l’unico campo di concentramento greco, ma per le sue rovine, le sue strutture e l’incredibile produzione letteraria dei suoi prigionieri, è considerata la più suggestiva.

Tra i reclusi ci furono alcuni tra i maggiori artisti: nomi di poeti, scrittori come Ghiannis Ritsos, Titos Patrikios, Aris Alexandru, di musicisti, registri greci che durante l’internamento composero versi. A volte affidandoli alla memoria, altre volte scrivendoli su pacchetti di sigarette e pezzetti di cartone. Nascondendoli in bottiglie, in fenditure nella roccia, affinchè la polizia militare non li trovasse.
Opere che hanno segnato la cultura greca contemporanea.

Alcune poesie di Titos Patrikios e Ghiannis Ritsos ispirate dall’esperienza vissuta.

Titos Patrikios (21/5/1928)

Gli amici

Non il ricordo degli amici uccisi
a straziarmi le viscere.
È il pianto per le migliaia di sconosciuti
che lasciarono gli occhi spenti
nei becchi degli uccelli,
che stringono nelle mani gelate
una manciata di bossoli e di spini.
I passanti sconosciuti
con cui non parlammo mai
con cui solo per poco ci guardammo
quando ci fecero accendere la sigaretta
nella strada serale.
Le migliaia di amici sconosciuti
che diedero la vita
per me.

(La resistenza dei fatti, trad. Nicola Crocetti)

I versi

I versi sono come i figli.
Crescono nelle viscere con rumori segreti,
soffrono dentro di te, si ammalano,
poi inaspettatamente crescono,
un giorno ti si rivoltano contro,
contro di te che hai dato loro vita,
finché poi se ne vanno per sempre
e non sono più soltanto tuoi.
(Atene, 1928)

(La resistenza dei fatti, trad. Nicola Crocetti)

Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos (1/5/1909 11/11/1990)

Penelope

Non era possibile che non lo riconoscesse alla luce del focolare; non c’erano
i panni logori del mendicante, il travestimento, no; segni certi:
la cicatrice sul ginocchio, la forza, la furbizia nell’occhio. Terrorizzata,
appoggiando la schiena al muro, cercava una giustificazione,
ancora un intervallo di tempo di breve durata, per non rispondere,
per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,
venti anni di attesa e di sogni, per quest’infelice,
per questo vecchio grondante sangue? Si lasciò cadere su una sedia
guardò lentamente i pretendenti morti sul pavimento, come se guardasse
i suoi propri desideri morti. E:”Bentornato”, gli disse,
sentendo estranea, lontana la sua voce. Sulle ginocchia il telaio suo
riempiva il soffitto di ombre a forma di grata; e quanti uccelli aveva tessuto
con cuciture rosse lucenti su fogliame verde, all’improvviso,
quella notte del ritorno, finirono in nera cenere
volando basso nel cielo piatto dell’estrema sofferenza.

(Pietre, Sbarre, Ripetizioni, trad. di Nicola Crocetti)

dalla poesia: Eracle e noi
Quando a noialtri figli di mortali, senza maestri, con la sola nostra volontà,
con perseveranza e discernimento e sofferenze siamo diventati quello che siamo. Non ci sentiamo affatto
inferiori, non abbassiamo gli occhi.
Nostre uniche pergamene
tre parole: Makrònissos, Ghiaros e Leros. E se maldestri
dovessero sembrarvi un giorno i nostri versi, ricordate solo che furono scritti
sotto il naso delle guardie, la boaionetta puntata sempre alle costole.
Né servono giustificazioni – prendeteli nudi come sono, – L’austero Tucidide, vi dirà più del prezioso Senofonte.

(Pietre, Sbarre, Ripetizioni, trad. di Nicola Crocetti)

Notizie dal web e dalla rivista “Poesia” Giugno 2013 Crocetti Editore

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