Non nascondiamo dietro la Costituzione le debolezze della democrazia

di Daniele Borioli

https://appuntialessandrini.wordpress.com/

Sotto il cielo della crisi, va in onda in questi giorni la più caleidoscpica confusione concettuale e politica sul significato di concetti basilari, quali: democrazia parlamentare, democrazia rappresentativa, democrazia tout court.

conte-zingaretti-di-maio-1200.jpg

Il che è, per un verso, positivo: poiché significa che in questa vicenda, per molti aspetti somigliante a un banale attorcigliamento del “palazzo” e dei poteri che in esso si trovano ospitati, stanno in realtà mettendosi in gioco sangue, passioni e, infine, persino un po’ di partecipazione. Fra le tante e gravi colpe a lui ascrivibili, almeno questo merito a Salvini va riconosciuto.

Ciò non toglie che questo spirito di partecipazione, nel suo svolgersi sui social, nelle chat o sui più tradizionali media, evidenzia un alto grado di caotica approssimazione nell’utilizzo di concetti che non sempre risultano adeguatamente contestualizzati e padroneggiati.

In questo meccanismo, non solo l’opinione pubblica indistinta, ma anche quelle parti di essa che sono più attente alla discussione politica, e persino settori della militanza, dell’elettorato e degli stessi gruppi dirigenti democratici appaiono inesorabilmente imbrigliati.

Andiamo con ordine. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Così recita l’articolo 1 della Carta, che concentra in un unico non frazionabile concetto la fonte della sovranità e il richiamo ai meccanismi e ai limiti costituzionalmente posti per il suo funzionamento.

I limiti sono ovviamente fondamentali, in ragione del principio che affida alla democrazia liberale e ai suoi ordinamenti lo scopo principale di limitare l’esercizio del potere. Ma per questa specifica riflessione ci interessano di meno.

Veniamo, invece, ai meccanismi: che secondo il vigente dettato costituzionale prevedono sia il Parlamento il luogo in cui la sovranità trova esito per quanto riguarda la formazione delle maggioranze necessarie alla formazione e all’esercizio del potere esecutivo: il Governo. Che a quelle maggioranze è subordinato e che da esse e dal loro mutare può essere dissolto e ricostituito.

Nella vivace discussione di questi giorni, a replica delle accuse di “inciucio” scagliate dalle destre contro PD e M5S impegnati nel tentativo di formare un nuovo governo, si è molto sottolineato come l’uso del termine “inciucio” sia del tutto inappropriato a definire la ricerca di un accordo di maggioranza che tenga in vita la legislatura, e magari la porti a conclusione. L’argomento “forte” di questa replica è: “quella italiana è una democrazia parlamentare, pertanto, come vuole la Costituzione, le maggioranze si formano in Parlamento e non nelle urne”.

Ineccepibile sul piano del diritto costituzionale. Discutibile, certamente sul piano politico e, forse, anche su quello della prassi democratica. Un breve excursus storico può essere d’aiuto per inquadrare il tema.

In primo luogo, l’utilizzo del termine “inciucio” non è prerogativa unica delle attuali forze di destra nei confronti della nascente maggioranza PD-5S. Lo stesso termine, o qualcuno dei suoi molti sinonimi, è stato usato dalle altre forze parlamentari, tutte indistintamente, a qualificare la maggioranza che si formò nel 2018 tra leghisti e grillino. Sempre di “inciucio” hanno ossessivamente parlato 5S e Lega in tutto il corso della XVII legislatura, a proposito dei governi Letta, Renzi e Gentiloni. La storia della Repubblica fornisce una casistica ricchissima di vicende nel corso delle quali il termine dispregiativo “inciucio” è stato di volta in volta utilizzato come arma di polemica politica assolutamente reversibile.

Quando gli accordi parlamentari li fanno gli avversari sono “inciuci”, quando li si fa in prima persona sono il legittimo esercizio delle prerogative costituzionalmente annesse alla democrazia parlamentare. Già di per sé, questo tratto del dibattito politico pubblico, che attraversa tutte le forze in campo e taglia numerose stagioni della nostra storia recente, evidenzia una patologia grave della nostra democrazia. Poiché se gli stessi soggetti fondanti cui la Costituzione, all’articolo 49, affida il funzionamento del gioco democratico, vale a dire i partiti, sono così contraddittori e incerti a proposito della natura del nostro sistema democratico, vuol dire che qualcosa non funziona.

In realtà, però, non c’è solo questo. Perché, se è vera e incontrovertibile la natura parlamentare della nostra democrazia, è altrettanto vero che quando essa si esercita o per periodi troppo lunghi, e magari consecutivi, di tempo, o in maniera troppo marcatamente difforme dalla rappresentanza formatasi attraverso il voto, o quando ancora dà luogo a troppo clamorosi e repentini ribaltamenti nel corso di una medesima legislatura e, quindi, a rappresentanza invariata, la percezione da parte dell’opinione pubblica di un utilizzo improprio delle regole costituzionali al fine di utilizzare la rappresentanza come strumento disinvoltamente piegabile a qualsivoglia assetto di potere è inevitabile e legittimamente fondato.

Su questo punto si fissa il mio ragionamento. L’articolo 1 non può essere scomposto a piacere, senza che questo provochi danni alla democrazia. Non per interpretarlo come affidamento, senza condizioni e limiti, della sovranità al popolo, riducendo il Parlamento a mero specchio della volontà popolare; ma neppure per esasperare la possibilità di scindere troppo brutalmente e troppo a lungo la volontà popolare dall’esito verso cui le prerogative parlamentari possono piegarla.

Mi spiego con un esempio paradossale. La logica letterale della democrazia parlamentare può dar luogo a enne maggioranze di governo nella medesima legislatura, modificandoenne volte il quadro delle alleanze tra i gruppi, scomponendo e ricomponendo enne volte i gruppi approdati in Parlamento a seguito delle elezioni. E così via. Tutto ciò senza scalfire di un’unghia la perfetta costituzionalità anche del più sfrenato trasformismo. Agevolato, quest’ultimo, dal dettato sacrosanto e tuttavia insidioso dell’articolo 67 della Carta, secondo i parlamentari sono esenti da vincolo di mandato.

Ribadita, perciò, a scanso di equivoci l’assoluta consapevolezza, e piena condivisione almeno nell’attuale quadro costituzionale, dei principi della democrazia parlamentare, solo una follia irresponsabile può indurci a non vedere i molti mali di cui la nostra democrazia parlamentare soffre. Particolarmente acuti in un Paese che il “trasformismo” parlamentare lo ha addirittura brevettato già dai tempi di Giolitti e in virtù del quale abbiamo assistito nel corso degli anni recenti a imbarazzanti fenomeni di mercimonio politico, alcuni dei quali finiti all’attenzione della magistratura.

Ma anche senza arrivare ai miasmi del “marcio”, quando tra la rappresentanza, che si forma nel passaggio elettorale sulla base di convinzioni ideali e politiche, di adesioni programmatiche e di coinvolgimenti, e l’utilizzo che il Parlamento ne fa per dar vita e sostenere l’esercizio del potere esecutivo, si apre un fossato troppo profondo; quando troppo di frequente, o troppo violentemente la democrazia come sistema delle decisioni prevale sulla democrazia come strumento di partecipazione e rappresentanza, è la democrazia sic et simpliciter nella sua interezza e senza specificazioni a pagare dazio.

L’astensionismo è la manifestazione più evidente in cui si esprime questa crisi. Ma non è l’unica e, per alcuni aspetti, neppure la peggiore: sullo sfondo giganteggia in tutta Europa, in Italia è già largamente incombente, il rischio di una deriva della partecipazione verso le forme identitarie più estreme, in grado di proporre, paradossalmente, l’idea di un rovesciamento delle forme e della sostanza della democrazia liberale, in nome di un modello pericoloso ma più convincente di democrazia, in grado di restituire coerenza alla rappresentanza. In fondo, al netto dei giudizi sul merito delle politiche, cosa è stato l’anno e due mesi di Salvini al Viminale, se non una cavalcata sulle gambe di una disarmante aderenza tra gli slogans elettorali e la sua azione di ministro.

Le incognite sulla nascente avventura di governo 5S-PD non riguardano solo  gli elementi di cui in questi giorni si discute, sia sul versante programmatico sia su quello relativo alle posizioni di governo, ma anche la capacità che essa avrà di superare attraverso l’azione l’indubbia impronta trasformista che reca su di sé, in primo luogo per la continuità dellapremiership. Non è un caso che su questo punto Salvini sta organizzando il leit-motiv della propria opposizione. Non avendo su questo punto, occorre riconoscerlo, del tutto torto.

Insomma, richiamiamo certo i pilastri costituzionali della democrazia parlamentare, ma non nascondiamoci dietro di essi per non vedere le crepe profonde che attraversano l’edificio. Su questo, il gruppo dirigente dovrebbe avere il coraggio di dire parole chiare e di indicare una prospettiva certa, magari coraggiosa da perseguire ma meno ondivaga.

Non farà male, infatti, ricordare prima di tutto a noi stessi democratici, che è frutto di una nostra impostazione ormai di medio-lungo periodo quella che abbiamo mosso già dai tempi di Prodi e dell’Ulivo verso un assetto della nostra democrazia meno imbrigliata dalle logiche parlamentari e più orientata alle presunte certezze del maggioritario. Quello in virtù del quale, per usare una frase divenuta ormai stucchevole per quante volte è stata smentita dai fatti, “alla sera delle scrutinio si deve sapere chi governerà”.

E’ vero, la ricerca della via maggioritaria all’italiana non ha mai posto in discussione la forma parlamentare della nostra democrazia. E non è detto che ciò sia stato per forza un bene, vista la condizione in cui ci siamo ridotti. Dovremmo, tuttavia, evitare almeno tra noi d raccontarci frottole: il “mattarellum”, l’Ulivo, persino il “porcellum”, l’Unione e poi lo stesso PD, sono stati tutti strumenti politici e normativi che abbiamo promosso o avallato (come nel caso del “porcellum”) proprio per aggirare a Costituzione invariata i meccanismi più farraginosi della democrazia parlamentare. E solo una voragine di disonestà intellettuale potrebbe farci dire che li abbiamo pensati al fine di rimettere nelle piene disponibilità del Parlamento la formazione delle maggioranze di governo all’indomani delle elezioni.

Evito, in proposito, di disquisire sul “rosatellum” che nella sua assoluta e dannosa estemporaneità mi pare il frutto decadente di un gruppo dirigente ormai arrivato alla deriva estrema dell’autolesionismo. Del quale purtroppo sono stato complice, seppur “riottoso”. Il che non vale ovviamente come scusante.

C’è consapevolezza di questo problema nel popolo democratico? Purtroppo, in larga parte mi pare di no. E forse bisognerà parlarne a bocce ferme, chiuso questo convulso transito verso il nostro matrimonio con Grillo. Giacché, in questo momento, solo accennare ai mali di cui soffre la nostra democrazia, che si evidenziano tutti e si enfatizzano proprio nella gestione della crisi e nel suo rapporto cortocircuitante tra Parlamento, partiti, sfera delle relazioni interpersonali, pubbliche e private, espone al rischio di apparire come quelli che vogliono ostacolare un percorso: additati come nemici della democrazia parlamentare.

Tuttavia, il problema c’è, incombente come un macigno. E andrà affrontato, da subito, poiché voglio sperare che non si arrivi a un punto di subordinazione senza ritorno ai 5S, tale da farci accettare “senza condizioni” una riforma costituzionale dissennata quale quella del semplice taglio del numero dei parlamentari. Lì andranno riaperti i giochi, circa il modello di democrazia al quale vogliamo approdare e gli strumenti normativi elettorali che dovranno supportarlo.

Sento soffiare un po’ da ogni direzione aria di ritorno al proporzionale puro. Non mi convince. Non mi convince il ritorno tout court alla prima repubblica, i cui riti vediamo replicarsi in questi giorni intorno alla centralità parlamentare grillina, qualitativamente di infima fattura se paragonata ai fasti del glorioso scudo crociato. Non mi piace perché una cosa è fare i conti con un parlamentarismo assoluto, se questo è animato da figure che oggi accostate a Di Maio e soci è persino imbarazzante nominare. Non mi piace perché un conto è fare accordi al Bundestag, altra cosa in una bolgia di esagitati che ululano insulti e alzano cartelli all’indirizzo degli avversari (cosa che ho visto aver preso piede anche nei gruppi del PD).

E, tuttavia, se questa fosse la decisione pur a me non gradita, mi auguro che almeno si possano trovare i modi per arginare il male antico ed endemico del trasformismo. Ad esempio (è una proposta che ho depositato nella scorsa legislatura) introducendo anche nel nostro ordinamento l’istituto della “sfiducia costruttiva”, in vigore con buoni risultati in Germania. Nel contesto di un sistema proporzionale puro come quello tedesco, esso serve almeno a restituire un po’ di stabilità al sistema e a contenere (non a eliminare del tutto) i fenomeni di vergognosa trasmigrazione dei parlamentari da un gruppo a uno schieramento all’altro.

Consiste, la “sfiducia costruttiva”, in un meccanismo che vincola coloro che propongono una mozione di sfiducia al governo in carica, di accompagnarla con un definito e puntuale programma di governo alternativo e con una proposta di nuova premiership. Applicata al poco edificante contesto di questi giorni, essa avrebbe se non altro costretto i 5S ad esprimere a monte un loro preciso atto di volontà politica positiva, nel rompere con la Lega per formare con il PD un nuovo asse di governo fondato su precisi e condivisi obiettivi programmatici. Tutta un’altra storia, più trasparente e sincera.

Non il film che stiamo vedendo, la cui trama principale racconta di un partito allo sbando, improvvisamente scaricato dal suo principale alleato, che dopo aver pianto e urlato per due settimane al tradimento, pur di non perdere il potere si accinge a condividerlo con un nuovo partner, sino all’altro giorno additato come complice di uno dei delitti più abietti: il maltrattamento di minori. Certo, tutto costituzionalmente indiscutibile, ma la Costituzione si ammazza anche così, utilizzandola per le operazioni più spregiudicate.

Se poi tutto questo servirà a salvare l’Italia, lo vedremo. Certo, pur con tutte le grandi riserve che nutro, non posso che augurarmelo anch’io. Ma davvero fatico a trovare strumenti razionali che mi aiutino allo scopo, e sono costretto a sperare nello “stellone”.