Pensieri disordinati sulla recente crisi, di Carlo Baviera

6 settembre 2019 Carlo Baviera

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Lo storico Guido Formigoni, in merito ai tentativi di soluzione della crisi di Governo, iniziava le sue considerazioni con questa frase: La politica ha le sue leggi, di cui una ferrea riguarda i tempi. Se si presenta una proposta giusta nel momento sbagliato, è alta la possibilità di fallire.

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Ma questi giorni stanno anche mostrando che i processi vanno preparati e istruiti (magari anche remando controcorrente), se si vuole avere maggiori chance di successo duraturo: mettere alla prova i cinquestelle dopo le elezioni del 2018, evitare di mettere sullo stesso piano il movimento con la Lega nonostante la sciagurata alleanza, lavorare nelle loro contraddizioni facendone emergere gli aspetti correggibili (si pensi alla evoluzione pro-europea, oggi del tutto fondamentale), avrebbe dovuto essere buona regola di una sinistra di governo che si scopre terremotata da un risultato drammatico e non vuole emarginarsi in un angolo della politica.

Non averlo fatto è sintomo di gravi limiti politici. Non è facile riprendere ora tutti questi passaggi, sulla spinta di una subitanea conversione di molti pareri decisivi, oltretutto nel breve volgere di un paio di settimane. Lo si vede distintamente, tanto che il rischio di essere di fronte a un’operazione abborracciata e ambigua è altissimo e lo si sconterà sul futuro, comunque si vada a procedere. Speriamo vivamente che non si debba pagarlo troppo presto.

In molti si sono esercitati nelle settimane passate ad esprimere pareri e giudizi sul se e sul come si sarebbe dovuta affrontare una “occasione unica” offerta dalla mossa ardita (e sbagliata) dell’ex ministro della paura. E in tutte queste prese di posizione erano presenti elementi validi e condivisibili.

Ora, volendo astenermi dall’esprimere il mio parere sulla , sono più interessato a ricordare a me stesso gli aspetti che, nel rispetto di coerenza e di visione strategica e progettuale che dovrebbe supportare la formazione di Governi non ballerini o di tregua o elettorali, sono alla base di un modo lineare e rispettoso di intendere la politica. In primis, i Governi nascono (dovrebbero nascere) per fare cose, per realizzare politiche, e non semplicemente per sostituire chi li ha preceduti o per contrastare altri partiti e realizzazioni. Le alleanze devono essere preparate e avere obiettivi da realizzare; mi chiedo però, in caso di elezioni subito, quali alleanze e prospettive sarebbero stati in grado di proporre le ex opposizioni.

Infatti, come dice G. Formigoni, la politica ha le sue leggi e i suoi tempi (e qui mi permetto di aggiungere che la crisi si è creata in una situazione di <anormalità>, perché anormale il Governo che finiva e perché fuori dalle logiche dei precedenti 70 anni le modalità, le scelte, la terminologia, ecc. usate dai governanti). E i tempi ponevano una contraddizione: mettere insieme una soluzione il più possibile accettabile e capace di riportare l’Italia alla normalità, di ridarle un po’ di fiato in economia e in umanità, di riagganciarla alla carovana europea, ma doverlo fare senza il tempo necessario agli adeguati approfondimenti e confronti, fra gruppi parlamentari e partiti con visioni a volte opposte, senza poter ragionare su una strategia e una visione unitaria e di sviluppo del Paese. So che a questa contraddizione in molti hanno dato la risposta che la via maestra erano le elezioni subito, rischiando anche di consegnare il Paese alla visione Far West e Sceriffo ma nella chiarezza delle posizioni e con una proposta comprensibile. Noto solo che la stessa considerazione sarebbe stata corretta anche lo scorso anno quando due partiti, che se le erano date di brutto per tutta la campagna elettorale, si sono poi accordati tra loro senza chiedere il parere dell’elettorato, anzi addirittura sono stati ad associarsi, non ho ancora capito in base a quale principio di coerenza e linearità politica.

La soluzione del Governo rappresenta un precedente “pericoloso” se si considera una l’improvvisazione  con cui lo si è affrontato, ma va considerato che non rappresenta semplice e puro trasformismo come dipinto da alcuni, ma è stata una risposta (giusta o sbagliata non sta a me dire) ad una occasione insperata e imprevista. E anche in politica se le occasioni per evitare il peggio (questo è il mio giudizio sul governo della svolta) non le cogli lasci all’avversario la mossa che ti stende al tappeto, anzi che stende al tappeto l’Italia, isolata da tutti. Allora, riprendendo gli stimoli di Formigoni, ora che il Governo è partito (e ognuno ne dà un suo giudizio) restano le cose da fare perché la politica resti una cosa seria, e il tentativo a cui  si è dato vita non proceda stancamente e senza affrontare i  nodi della vita democratica, civile e sociale. Poichè le alleanze non si improvvisano e sapendo che ci si trova davanti ad una convergenza tra forze considerate tra loro poco compatibili, la prima cosa è verificare per il futuro se esistono elementi per continuare la collaborazione; se si ritiene possibile, per una parte, collaborare con chi si definisce populista e antisistema (e se il populismo lo si può attenuare e farlo diventare non ostile al sistema), e di contro se l’immagine del partito di “Bibbiano”, del job acts, dei condizionamenti nella nomine della magistratura non fosse una eccessiva e sviante forzatura di una dirigenza con cui si può compiere invece un tratto di strada.

Inoltre, pur se il Parlamento è sovrano e se esprime una nuova maggioranza che ha diritto di governare, non ci si deve nascondere un’altra verità: che nel Paese reale la maggioranza esprime probabilmente altri sentimenti. Perciò un Governo che, stando ai sondaggi, sarebbe minoritario fra gli elettori deve andare oltre la navigazione a vista o all’andreottiano tirare a campare. Servono scelte pronte e decisive per l’economia, per la giustizia, per la fiscalità, per un nuovo welfare, per ridare fiato alle autonomie e al terzo settore.

Poi se “I processi vanno preparati e istruiti se si vuole avere maggiori chance di successo duraturo”, il lavoro deve iniziare subito, coinvolgendo i territori, l’associazionismo, il volontariato, le forze sindacali e quelle imprenditoriali. Si è accennato alla necessità che il Governo fosse di alto profilo (questo forse non lo è), a maggior ragione bisogna riprendere i discorsi sulla forma di democrazia parlamentare, dando spazio ad elementi seri di democrazia partecipativa e deliberativa. Bisogna confrontarsi e decidere riguardo ad una legge elettorale che rispetti il pluralismo delle componenti politiche e al contempo consenta di scegliere il Governo (non la persona, il leader). Bisogna riprendere il discorso delle riforme. Bisogna pensare a come rispondere a ciò che riserverà il futuro rispetto al lavoro e alle modifiche senza ledere i diritti fondamentali delle persone. Bisogna pensare ad una nuova politica industriale e delle infrastrutture all’interno di scelte di economia green e di compatibilità integrale (news social e green economy). Bisogna mettere a tema l’equità fiscale e la lotta all’evasione per consentire riduzione del cuneo fiscale e delle imposte, ridando dignità e futuro alle famiglie più povere e a tutto il ceto medio. Bisogna con coraggio affrontare il tema della denatalità e delle politiche family friendly. Bisogna ritornare protagonisti in Europa proponendo le modifiche ritenute fondamentali per una nuova stagione del processo federale e stringendo alleanze con gli Stati con cui si condivide la stessa visione, in un quadro di collaborazione internazionale che operi per la pace.

Infine c’è da verificare la prospettiva che si offre al Paese, lo sviluppo integrale cui si intende lavorare per dare futuro all’Italia all’interno del processo di rilancio europeo; per potere offrire all’elettorato una proposta chiara e comprensibile. Ci sono circa tre anni di tempo per mettere in moto processi, per elaborare percorsi e verificare collaborazioni, per proporre al Paese un disegno e obiettivi di crescita in più ambiti, compresi quello della cultura, dell’istruzione, dello sviluppo dei servizi e dei beni pubblici, e non ultimo quella della coscienza collettiva e del rispetto delle regole e della convivenza comunitaria.