Trump e le normalizzazioni dello “Stato Ebraico”, di Agostino Pietrasanta

Domenicale Agostino Pietrasanta https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: Noto con interesse, ma con parecchia sfiducia, alcune riprese dei media circa la questione Israelo/Palestinese. E noto anche i ripetuti richiami alle Nazioni Unite per un impegno esplicito nei confronti dell’Amministrazione americana che riprenda la soluzione dei due Stati nei confini del 1967.

In un colloquio che ho avuto la fortuna di intrattenere col Patriarca latino di Gerusalemme nel 2003 quella soluzione mi è stata indicata come premessa ineludibile per un traguardo di pace.

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La soluzione sarebbe augurabile e giusta, ma di fatto del tutto irrealizzabile per parecchi motivi e per responsabilità imputabili tanto allo Stato d’Israele (ma sarebbe meglio dire “Stato Ebraico”), quanto alla Comunità internazionale.

Incominciamo da Israele che ha creato delle condizioni non più emendabili, soprattutto con gli insediamenti coloniali. Basterebbe percorrere le principali arterie della Palestina per trovarsi ad ogni passo nelle colonie degli Israeliti; erano tantissime nel 2003, a mia diretta osservazione, sono ovunque oggi, a testimonianza di molti amici che a loro rischio cercano di raggiungere e aiutare la popolazione palestinese.

Una popolazione, sia detto per aggiunta, sottoposta a una diretta occupazione militare, una popolazione che si vede negare acqua, cibo, medicinali perché chiusa da un accerchiamento da assedio, una popolazione che si vede distruggere le case. Insomma siamo ad una condizione di insopportabili rapporti, senza sbocco.

Tutti capiscono che sloggiare i coloni e azzerare gli insediamenti è (la storia dovrebbe essere maestra) impossibile e, bene spesso crea autentici e cruenti episodi criminali. Gaza insegni. Non credo serva aggiungere ancora e altro.

E veniamo alla Comunità internazionale. Al netto della politica estera di Trump tesa a normalizzare, le diverse violazioni dello Stato di Istraele nei confronti della Palestina, c’è da rimarcare la sostanziale indifferenza di tutti sullo specifico delle questioni collegate. Tanto per provare, basti tener conto che il maggior partner commerciale con gli insediamenti sono gli Stati europei; né si potrebbe sperare, salvo clamorose smentite, che l’Unione Europea, anche a volerlo, sia in grado di porre un freno a queste scelte di carattere economico.

Ci sono però due questioni che trascendono queste condizioni perché ne costituiscono la causa remota o, se volete culturale. La prima ci riporta alla convinzione di un popolo che fonda la propria identità istituzionale sulla ragione religiosa, anzi la stessa nazionalità come fatto di costitutiva fondazione religiosa. Notate e seguite il dibattito in corso e non troverete mai un Israeliano che vi proponga lo Stato d’Israele; tutti vi contrappongono lo “Stato Ebraico”.  Le pretese di oggi sono anche il risultato di una cultura che si esprime in preoccupante prepotenza politica.

Purtroppo questa ragione di fondo ha trovato spiegazioni, non giustificazioni, in una storia devastante. Lasciamo stare i secoli di lunga struttura e guardiamo al secolo ventesimo. E non parlo o piuttosto non mi limito alla politica sciagurata e criminale dei totalitarismi, richiamo solo per titoli ciò che è successo dopo la fine della seconda guerra mondiale. Tutti hanno contribuito al trionfo del più estremo sionismo. In Polonia l’antisemitismo radicato da sempre e rafforzato dagli scenari del dopo/guerra non ha lasciato spazi di dignità agli Ebrei, lo stesso è successo in Romania, in Ungheria, in Bulgaria, senza aggiungere nulla sul comportamento sovietico e di varie zone dell’Europa orientale. Gli U.S.A. coinvolti nelle spire della guerra fredda e l’inevitabile contestuale avvicinamento alla Germania, non hanno creato condizioni di sufficiente assimilazione di un popolo già in gran parte riluttante; l’Inghilterra si sentiva legata ad una politica di rapporti con gli Stati arabi. Insomma siamo di fronte a un elenco che coinvolge tutta la Comunità internazionale e che ha promosso nel popolo di Israele, oltre alla realizzazione dei programmi del sionismo “una cultura della difesa” dal nemico che ricade in scelta di offesa al più debole: il popolo palestinese.

E allora? Allora non si vede sbocco, a meno che una compatta comunità internazionale si muova per creare condizioni diverse; e si muova con mezzi ben distinti e più…persuasivi delle risoluzioni dell’ONU. Senza ricorsi a inutili e sanguinosi interventi militari.

Campa cavallo!