Gli idolatri adoratori di Cesare, di Agostino Pietrasanta

Gli idolatri adoratori di Cesare, di Agostino Pietrasanta

Domenicale Agostino Pietrasanta https://appuntialessandrini.wordpress.com

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Mi corre il gradito obbligo di ringraziare gli amici di “Città futura” per aver riportato, in data 11 settembre, un’ articolata valutazione di Massimo Borghesi, tratta da “Il Sussidiario”; nell’articolo, in confronto dialettico con Rodolfo Casadei, ospitato a sua volta dalla rivista “Tempi” viene affrontata la questione dei rapporti tra politica e religione. Non entro nel merito e rimando i lettori che ne fossero interessati a consultare “Città futura”; tuttavia vorrei proporre alcune valutazioni a margine, che mi vengono suggerite dal dibattito posto in essere.

Va detto per intanto che sia nel pensiero più avvertito della Chiesa, sia nella tradizione del cattolicesimo democratico esiste piena consapevolezza della fine del “regime di cristianità”. Al netto dell’inevitabile influsso che la sensibilità religiosa esercitò sulla cultura e sulla mentalità, esiste un pensiero a lungo e ripetutamente proposto, propriamente di parte cattolica, circa l’aconfessionalità della politica e delle istituzioni. Persino alte cariche apicali ne hanno preso atto ai livelli più impegnati.

Per non complicare il ragionamento, mi basti citare il discorso di apertura del Vaticano secondo. Papa Giovanni affermò che le autorità civili, quando si sono impegnate a favore della Chiesa, lo hanno fatto per i loro interessi; all’equivoco  si doveva porre fine. Peraltro esiste un filone che, a lungo, da Sturzo, fino alla fine della Democrazia Cristiana, fu maggioritario (non esclusivo) di carattere assolutamente laico o aconfessionale. De Gasperi, quando lo ritenne opportuno si oppose a Pio XII e Dossetti, volle distinguere espressamente tra “cristianità” e “Cristianesimo, dal momento che il primo termine esprimeva un concetto di regime spesso compromesso coi totalitarismi.

Ci sarebbe da aggiungere che la stessa “scelta religiosa” dell’associazionismo ecclesiale e, almeno per un lungo tratto sposato dell’episcopato italiano, intendeva smarcare le strade della fede da quelle dell’ordine temporale e porre fine a un’ innegabile ambiguità storica.

Certo passando a una successiva valutazione, va rilevato che ci furono rilevanti e dolorose resistenze. Non mi soffermo su aspetti di cui la storia ha fatto giustizia, ma le cui vittime da Mazzolari a Milani e persino a Giovan Battista Montini, (solo molto dopo divenne papa) sono ben conosciute; non richiamo neppure episodi tanto rilevanti quanto superati come il referendum sul divorzio, dal momento che mi preme piuttosto sottolineare le devastanti scelte sui “principi non negoziabili” dell’età ruiniana (Camillo Ruini). Si è trattato di una delle ambiguità più preoccupanti dei decenni trascorsi e non solo per la strumentalità che hanno posto in essere per intervento di una parte politica di dubbia ispirazione etica, ma per delle cause del tutte interne alla stessa natura del principio come tale.

Sta nei fatti che non solo si sono scelti principi innegabili, ma escludendone altri, ma non si è voluto tener presente il passaggio delle mediazioni culturale e politica e di una conseguente e opportuna realizzazione dei principi medesimi; non si è voluto ammettere il ruolo fisiologico della politica: puntare al massimo di bene possibile. E il possibile non è mai, per sua natura, il perfetto.

C’è però un aspetto anche più inquietante e del tutto fuori tempo massimo rispetto alla mentalità dei passati decenni. Si tratta della ripresa della simbologia religiosa, al punto che si sta sostituendo ai percorsi della fede e dello stesso Evangelo. Purtroppo sembra esaltare le mentalità correnti il ricorso alle reliquie più diverse e non la lettura della Parola di Dio o la consapevolezza del Sacramento della Chiesa, come mistero di salvezza, anche attraverso la presenza del Popolo di Dio.

Questa è la caduta di oggi, ben più di una ripresa teocratica magari anche presente. Talora l’adorazione idolatrica di Cesare può servire anche a “fare cassa”.

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