Napoli fucina di talenti: ermetismo e ricerca della verità nelle opere di Elisabetta Pedata Grassia

Fiori in Rapsodie di Elisabetta Pedata Grassia

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di Maria Cangemi

Ho scoperto per caso i racconti brevi di quest’autrice che ho conosciuto per altre doti artistiche. Sono stata catturata subito dal suo stile, dalla ricchezza dei contenuti che riesce ad esprimere attraverso poche parole.

Elisabetta Pedata Grassia é un’artista ermetica che riesce a rendere poesia una realtà dura, in uno stile che perfettamente si adatta alla realtà difficile che descrive. La scrittrice esprime la sua visione delle cose e le sue idee attraverso frasi ermetiche, cariche di significato, mostrando dettagli, utilizzando ampiamente sinestesia e metafora. Le sue sono opere da leggere lentamente, da meditare frase per frase, soffermandosi su ogni parola. I suoi versi non sono semplici da comprendere, come non é facile capire la realtà che viene descritta.

Il filo conduttore di tutta la sua opera é lo sguardo dell’artista che viene rivolto ora al resto del mondo, ora a se stessa, ora al cielo. La scrittrice osserva e riflette, mentre racconta la gente che ha incontrato, i bambini abbandonati a se stessi e i loro problemi, attraverso immagini bellissime, come quella del bambino che si lega a chiunque gli offra un abbraccio, le persone in carcere, riporta i racconti dei viandanti incontrati durante i viaggi.

In tutta la sua opera emerge la visione di una persona che guarda e affronta la vita e le sue vicissitudini in modo maturo e sereno, ma il cui animo é tormentato dalla mancanza di risposte, che diventa mancanza di pace interiore.

Il suo libro, che si intitola Fiori in Rapsodie, é una raccolta di poesie e di racconti in cui l’autrice suggerisce anche una musica di sottofondo.

Elisabetta affronta i temi più vari, racconta se stessa, la percezione che ha di sé nell’universo e in mezzo agli altri, i suoi stati d’animo, i sentimenti, le esperienze che hanno lasciato un’impronta nella sua vita, esprimendo stati d’animo condivisibili.

C’é un’idea dietro ogni poesia, dietro ogni racconto ed emerge di continuo la ricerca della verità, il tormento di un’anima convinta dell’esistenza di Dio, ma che non riesce a trovare risposte soddisfacenti, non riesce a spiegarsi perchè non intervenga davanti a tanta ingiustizia. Eppure Dio é ovunque ella guardi nel suo modo tutto laico, ed é l’unico ad abbracciare i bambini di cui nessuno si prende cura, quelli che l’autrice ha tanto a cuore. Dunque da una parte l’autrice vede Dio, che a volte le sembra assente, dall’altra uomini che non riescono a esserGli fedeli.

L’opera denuncia in questo modo anche problemi sociali come la pedofilia, la violenza sugli indifesi e sugli emarginati e la mancanza di giustizia.

Temi ricorrenti sono anche il disprezzo per la religiosità ipocrita, e poi il rapporto madre-figlia, il ricordo della propria infanzia, la condanna dell’ipocrisia in tutte le sue forme.

Degni di nota sono anche i racconti brevi che non fanno parte dell’opera, apprezzabili per lo stile.

“La Madonna della mandorle” é un racconto ricco di suggestione. Il titolo é in grado di evocare nel lettore molte emozioni.

É il racconto di una processione, da una parte c’é il sacrificio dei credenti che vi partecipano con fede, dall’altra il dubbio dell’osservatore agnostico in cui la scena fa emergere tante sensazioni e pensieri contrastanti, ma che non riesce a non rimanere toccato.

In questo racconto viene espressa ancora una volta la visione della religiosità di Elisabetta.

Anche in “Numero 7” il titolo si adatta perfettamente alla materia trattata. La protagonista del racconto é emblema e metafora del concetto punitivo e autolesionista di religiosità. “La perfezione che fa ammalare”, scrive l’autrice. Sono versi che in questo contesto rimandano a un concetto distorto di cristianesimo. Sono le pretese di uomini su altri uomini, pretese che spesso non riguardano solo la sfera della religiosità. É la religione di coloro che hanno e danno un’immagine distorta di Dio. É la religione predicata dagli ipocriti, dai bigotti che pretendono di sostituire se stessi e i propri insegnamenti a Dio. É la “lettera” che uccide, la religiosità che fa ammalare, lontana dalla constatazione biblica che Dio ricorda che siamo carne e sangue e dalla verità del Nuovo Testamento che ha cancellato completamente, in modo chiaro, pesi che nessun uomo poteva portare. É una perfezione lontana dal messaggio e dalla verità predicata da Cristo, che rende liberi e dona la pace che la protagonista di questo racconto non riesce a trovare.

Elisabetta Pedata Grassia é dunque un’artista che ha sicuramente molto da dire. Le sue sono opere apprezzabili non solo dal punto di vista della maturità dello stile, che é quello di una persona colta e che in alcuni racconti ricorda quello dei grandi scrittori italiani, ma anche per la ricchezza e la varietà dei contenuti.

Maria Cangemi

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