Un racconto: Mochi, di Stefania Pellegrini

Un racconto: Mochi, di Stefania Pellegrini

Il mio tempo migliore

Che prati, che distese, dove correre tutto il giorno. Mochi scorrazza gioioso, si tuffa, scomparendo in quel verde rigoglioso; fa tremare i rossi papaveri, che sbattono qua e là, spunta dall’erba, spaventa un passerotto appollaiato sulla siepe, un gatto che miagola nascondendosi nel fienile.

L’aria è tersa, il cielo è azzurro, qualche nuvola spersa corre leggera, sfumando lontano. Una leggera brezza fa ala al suo gioco. Attraversato da una vivacità incontenibile, il cane si bagna nel ruscello a lato del sentiero, esce, dà una scrollatina al pelo e di nuovo dentro: nella vasca del fontanile. Fuori, dentro, in un gioco tutto suo. Non c’è d’augurarsi di trovarsi nei paraggi, altrimenti il bagno è assicurato. È uno spasso vederlo rincorrere il piccione, che poveretto non capisce le intenzioni e scappa via spaventato.

-Buono Mochi, vieni qua. – Un ragazzino, di sette o otto anni, lo richiama all’ordine. Lui arriva scodinzolando: la coda fulva maculata, dà un paio di leccatine alla mano del piccolo e s’allontana di nuovo. Passato da un pezzo la fase del cucciolo Mochi è arrivato un giorno, in quel paesello accovacciato in mezzo alle colline, non si sa bene da dove. Cento anime in tutto, forse più, forse meno, che vivono circondate da campi e prati. Alcune famiglie abitano cascine intorno al paese, altre, casette modeste ma decorose, disposte in ordine sparso attorno a una piazzetta. È gente semplice, di poche pretese, che faticava da mattino a sera, a coltivare i campi, e ad allevare bestiame.  Meticcio di pastore tedesco, spirito libero, Mochi ha animo di fanciullo. Tutti lo conoscono, e per i bambini è un amico, un compagno d’avventure.

Non ci si meraviglia a veder spuntare la sua sagoma dietro qualche cantone: il pelo fulvo e nero un po’ arruffato, la chiazza bianca inconfondibile sull’occhio destro, la coda dritta, un orecchio su, l’altro giù, mentre trotterella di ritorno da una scappatella di qualche settimana. Chissà quante cose potrebbe raccontarci, se avesse la parola. Ma di un fatto, accaduto un po’ di tempo fa, possiamo parlarne noi, visto che tutti in paese lo vanno raccontando Accade che, un giorno da un vaso fuori della casa della signora Giusti, scompaiano delle piantine di fiori: due misere pansé gialle, e viola. Niente di eccezionale, per qualcuno un fatto spassoso, per altri da criticare. La signora Giusti invece s’irrita molto, non per il valore delle piantine, ma per il gesto in sé.

“Davvero un dispetto stupido”, dice al marito. Due giorni dopo, stesso ammanco a un giardinetto della vicina: altre due piantine di pansé, questa volta bianche. Solo due, il ladro non esagera, a modo suo è perfino rispettoso. Impudente, però, quel qualcuno che va in giro di notte o di primo mattino a far dispetti, e magari, lo trova anche divertente.

Chi può rubare piantine da giardino, rischiando d’essere scoperto con le mani nel sacco, soprattutto lì, dove tutti si conoscono? Si sa come vanno le cose, in paeselli come quello, dove non accade mai molto ed ogni occasione è buona per fare pettegolezzo. Nascono i primi sospetti, le prime illazioni. Si bisbiglia: “Sono stati i bambini dell’Angela”, “Ma va, perché poi? E se fosse stata Anna? Quella è sempre invidiosa di tutti”. Si vigila, ma niente.

Avviene il terzo furto, bisogna trovare il colpevole, ma come? Qualcuno pensa di coinvolgere Mochi apprezzato in diverse occasioni per il suo fiuto da segugio. Si parla, si fa annusare, il cane ascolta: il musetto attento, gli occhietti vivaci, l’espressione intelligente. Annusa bene dove mancano i fiori, poi parte in perlustrazione. Passa un po’ di tempo, i fatti si ripetono ancora due volte, e all’improvviso finiscono. I paesani dimenticano l’accaduto.

Un giorno, circa un mese dopo, Mochi prende a sparire all’imbrunire per ricomparire a metà del mattino dopo. Inizialmente si crede ad una sua scappatella, ma sono assenze brevi; non può allontanarsi molto, pensa qualcuno. Le continue sparizioni, accendono la curiosità di un gruppetto di ragazzini più grandicelli, che seguono di nascosto il cane.

Non ci vuol molto a trovare la risposta. Un’ora al massimo e tutti sapranno che Mochi ha passato le sue serate, un po’ fuori il paesello, giusto lì dove è più fitta la vegetazione, in una casupola isolata, molto modesta. I ragazzi capiscono in fretta, quando da dietro un cespuglio lo vedono accovacciato ai piedi di una vecchina dall’aspetto dimesso, lo sguardo triste, avvolta in una vecchia coperta lisa, seduta su una sedia a dondolo, dietro a fare la calza. 
Un’anziana donna che non si vede in paese da tempo, di cui pochi, pare, ricordino l’esistenza. Così almeno, si andrà raccontando per giorni. Non possiamo sapere se le cose siano andate proprio a questo modo e Mochi non può raccontarcelo, pertanto atteniamoci alla storia come la conosciamo. Stupore e meraviglia s’aggiungono alla scoperta di una nuvola di bianche pansé, gialle e viola, su un minuscolo fazzoletto di terra, vicino alla casetta. Le stesse dei furti? Si faranno supposizioni al riguardo, ma nessuno vorrà mai scoprire di più.

La miseria e la solitudine, in questo caso, avranno un ruolo importante per la compassione. Mochi da quel momento non si allontanerà più dal paesello, però continuerà ogni sera il suo tenero pellegrinaggio, verso quella casupola, dove qualcuno l’aspetta per un po’ di compagnia. Dopo la scoperta non sarà il solo, altri del paesello faranno a turno per portare una parola, qualche cesto d’insalata, del pane, e un po’ di luce in quella solitudine.

Stefania Pellegrini ©

 

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