Teatro Menotti Milano – LA STAGIONE 2019 – 2020

Teatro Menotti Milano – LA STAGIONE 2019 | 2020

Cantiere Menotti

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La Stagione 2019/20 del Teatro Menotti, festeggia il cinquantenario (1969/2019), proponendo un emozionante cartellone che punta, tra diversi generi e contaminazioni di prosa, musica, danza e poesia, a un teatro d’emozione, con un particolare sguardo rivolto al teatro internazionale.

Teatro Menotti

16 titoli tra produzioni e spettacoli ospiti, di cui 11 per la prima volta a Milano, 2 prime nazionali, 3spettacoli internazionali. E ancora 1 Festival di narrazioni e contaminazioni (Talkin’ Menotti-quarta edizione), 1 Festival di teatro off americano (On Stage! Festival) 1 premio teatrale (Scintille 2020) rivolto alle giovani compagnie under 35, 1 stagione di teatro per l’infanzia e le famiglie per oltre 170 alzate di sipario.

Questa è la stagione del nostro cinquantenario (1969/2019), ma è anche la stagione in cui il sogno di salvare il Teatro Menotti sembra essersi avverato. Noi non smetteremo mai di sorprenderci attraverso i racconti, i suoni, le visioni, del nostro tempo e le parole del passato che ci parlano ancora della nostra vita. Per questo la stagione 2019/2020 sarà piena di emozioni: le straordinarie perfomances delle compagnie internazionali di teatro visivo con le maschere dei Familie Floez, il Buster Keaton nordico di Jakop Ahlbom, e gli incredibili e irresistibili “ballerini” dei Chicos Mambo; una tenera e forte Medea, uno stralunato Don Chisciotte, il mondo colorato degli Uccelli di Aristofane, il viaggio molto divertente intorno al pianeta Shakespeare. E ancora “storie” ed “altre storie” tra le atmosfere noir di Annibale Ruccello, le storie di mafia di Claudio Fava e le “narrazioni” di Marco Baliani. Non mancherà, come non è mai mancato, l’omaggio a quella Milano così amata, quella di Giorgio Gaber, Dario Fo e delle osterie milanesi di cento anni fa, tra musica, comicità e poesia. Uno spazio lo dedicheremo poi al teatro americano contemporaneo, ad un progetto che coinvolgerà i ragazzi delle scuole, impegnati in scena in un giallo a tinte forti tra bullismo e perdita di coscienza, ad un intero festival di narrazioni e contaminazioni.

Noi rimarremo ancora a difendere questo piccolo grande spazio di poesia ed emozioni, tra la città che cambia, i palazzi sempre più alti, la tecnologia invadente. I teatri non devono chiudere. Mai

LE PRODUZIONI

Prodotto da Tieffe Teatro, Notturno di donna con ospiti (8/13 ottobre) di Annibale Ruccello con Arturo Cirillo diretto dal giovane regista Mario Scandale, con un originale approccio meta teatrale alla storia di Adriana che in una mostruosa notte scivolerà nella follia, fino a uccidere i propri figli.

Si proseguirà con la prima milanese di Medea di Euripide (17/27 ottobre) regia di Emilio Russo, spettacolo realizzato per il 72° ciclo di spettacoli classici al Teatro Olimpico di Vicenza. Un classico che veste gli sguardi, i gesti, la voce di un’attrice di grazia, passione e talento come Romina Mondello, capace di tramutare intensità in essenzialità, di toccare la terra e guardare il cielo, di sedurre implicitamente ed esplicitamente uomini e dei per costruire un personaggio multidimensionale, che saprà essere sorprendentemente fuori dagli schemi.

Coprodotto con Infinito Srl, Coppia aperta quasi spalancata (19/24 novembre), un classico Fo/Rame con protagonista Chiara Francini, una commedia all’italiana che racconta la tragicomica storia di una coppia di coniugi, figli del sessantotto e del mutamento della coscienza civile del bel paese, per la regia di Alessandro Tedeschi.

Sarà la volta poi di Trainspotting (3/8 dicembre), un viaggio allucinogeno, un trip adrenalinico e alienante per la regia di Sandro Mabellini. Un viaggio in cui quel nichilismo post- thatcheriano degli anni ’90, rischia di raccontarci un percorso esistenziale ancora attualissimo, mai finito, in procinto di riversarsi come uno tsunami sulla nostra generazione.

Dopo il successo della scorsa stagione, torna Trattoria Menotti (12/31 dicembre), regia di Emilio Russo, un teatro svuotato da poltrone, quinte, sipari e palcoscenico che evoca le atmosfere anni ’60 della cartolina di una città ormai scomparsa, conviviale e condivisa.
Il pubblico se lo vorrà potrà bere, mangiare i piatti tipici della tradizione lombarda, partecipare, ma anche solo guardare ed ascoltare per un viaggio emozionale ricco di suggestioni e sorprese.
Un altro gradito ritorno, Uccelli (26 febbraio/8 marzo) di Aristofane regia di Emilio Russo, vincitore del premio nazionale Franco Enriquez, sezione migliore adattamento e regia. Il racconto/viaggio dei due “profughi” alla ricerca della città e della vita ideale attraverso diversi linguaggi, dal teatro d’ombre, al canto, al movimento all’interno di una scenografia che richiama gli spalti di un teatro antico, specchio della platea reale in un gioco ad incastro tra il tempo e lo spazio.

Tutto Shakespeare in 90 minuti (12/22 marzo), una sfida teatrale ai limiti dell’incredibile: come condensare l’opera omnia del Bardo, 37 opere, in 90 minuti? O raccontare l’‘Amleto” in 43 secondi? Ci proveranno Fabrizio Checcacci, Roberto Andrioli e Lorenzo Degl’Innocenti.

A seguire la prima nazionale Mater dulcissima (26 marzo/5 aprile) per la regia di Alessandro Averone, spettacolo liberamente ispirato alla vita di Leonarda Cianciulli che, a quasi cinquant’anni dalla morte, resta una delle figure più affascinanti e controverse della cronaca nera della storia recente. Per molti, la «saponificatrice di Correggio» incarna ancora lo stereotipo della strega, della megera, il ritratto del diavolo in persona.
La Stagione 2019/20 si concluderà con un’altra nuova produzione, firmata da TieffeTeatro, Far finta di essere sani (4/21 giugno), di Giorgio Gaber per la regia di Emilio Russo e in collaborazione con la fondazione Giorgio Gaber.

LE OSPITALITÀ

I riflettori si accenderanno sul palco del Teatro Menotti con 66/67 (1/3 ottobre), un suggestivo progetto musicale nato dall’unione artistica tra Alessio Boni e Omar Pedrini. Brani potenti ed emozionali della storia della musica, letti e cantati, che dagli anni ‘60 ad oggi hanno composto la colonna sonora della vita di tanti.
La prima edizione di On Stage!Festival (5/7 novembre) porta a Milano uno spaccato di teatro indipendente americano: Dirty Paki Lingerie, un lavoro che parla di sesso, religione e politica in collisione e La ragazza (The Girlfriend) con un testo che ruota intorno al concetto di responsabilità personale raccontando un inquietante rapporto fra compagni di college.
Un Don Chisciotte (12/17 novembre) complottista e naif quello di Alessandro Benvenuti e Stefano Fresi, una scrittura originale che prende ispirazione dallo spirito dell’opera di Cervantes, scagliando una volta di più la simbologia di questo ‘mito’ contro la nostra contemporaneità.
Sul palco un cast di ragazze e ragazzi delle scuole secondarie di Milano per interpretare La notte è dei Fantasmi (28/29 novembre), un progetto di Eleonora Pippo. Un karaoke racconta la storia di un festino di tredicenni ripreso da telecamere nascoste. Un ragazzino spregiudicato vende la diretta streaming a un sito di guardoni. Ma la notte appartiene ai Fantasmi: tre teppisti più uno spirito vero irrompono nella festa e costringono i ragazzi a guardare dritto in faccia la paura più̀ profonda.

Il mio nome è Caino (14/19 gennaio), ispirato all’omonimo romanzo di Claudio Fava, con Ninni Bruschetta, è specchio dinamico e lucido dell’essere e del fare mafioso e si intreccia alle musiche, composte ed eseguite dal vivo dalla pianista, compositrice e direttore d’orchestra Cettina Donato.

Focus Baliani (28 gennaio/9 febbraio), dalla narrazione alla post narrazione, una ricerca sulla oralità di Marco Baliani, uno dei massimi esponenti del teatro di narrazione. Ben 7 titoli: Corpo di stato, Tracce, Del coraggio silenzioso, Kohlhaas, Frollo, Trincea, Una notte sbagliata. Dal 15 aprile al 10 maggio torna la rassegna di narrazione e contaminazione Talkin’Menotti quarta edizione, con spettacoli che mescolano i vari linguaggi teatrali, offrendo al pubblico una varietà emozionante di titoli e personaggi.

Spazio alle compagnie under 35 con il premio Scintille (25-26 giugno) giunto alla undicesima edizione.

Da ottobre a marzo Realtà Debora Mancini presenterà la stagione per bambini, famiglie e scuole CON TUTTI I SENSI_Emozioni per tutto l’anno, una rassegna di teatro e musica, con incursioni in tutte le arti.

GLI INTERNAZIONALI

In linea con il teatro delle emozioni sono gli spettacoli internazionali.

Lebensraum (21/24 gennaio) del regista attore e acrobata svedese Jakop Ahlbom, la magia del muto su un palcoscenico teatrale con uno spettacolo divertente e brillante, che si ispira all’universo di Buster Keaton e alla slapstick comedy (le comiche alla Stanlio e Ollio, per intenderci).

Gli straordinari Familie Floez (14/16 febbraio) ritornano al teatro Menotti in versione noir con Hotel Paradiso, un giallo ambientato sulle Alpi, pieno di umorismo, sentimenti travolgenti e un tocco di melanconia, con la carica poetica che li contraddistingue.

La straordinaria compagnia tutta al maschile Chicos Mambo (21/23 febbraio), in scena con il loro ultimo, imperdibile spettacolo, Tutu, che propone una danza en travesti rigorosissima, divertente all’ennesima potenza. Sei interpreti in scena, tra cui l’italiano Vincenzo Veneruso rivisitano in 20 quadri tutti i linguaggi della danza e si prendono gioco, senza alcun tabù e con tanto humor, dei codici della coreografia.

UNA COMMUNITY PER IL TEATRO MENOTTI

Una “community” per il Teatro Menotti: un gruppo esclusivo che mette al centro la condivisione di uno spazio e di un pensiero teatrale.

Con l’iscrizione alla Community Menotti si avranno offerte in esclusiva su biglietti di tutta la stagione e gli abbonamenti, la possibilità di partecipare a incontri con artisti, lezione gratuite di teatro e prove aperte dei nostri spettacoli.

Il teatro è condivisione e la community è il suo spazio.

Iscrizione gratuita su teatromenotti.org.

CANTIERE MENOTTI:

PERCHÉ IL TEATRO SI COSTRUISCE INSIEME!

Il Teatro Menotti lancia un nuovo progetto di raccolta fondi dedicato al mondo delle imprese

Dopo il successo della campagna Salviamo il Teatro Menotti a cui hanno aderito 787 persone tramite la campagna di crowdfunding lanciata su Eppela e 82 privati (anche tramite Art Bonus), evitando la chiusura di questo spazio e avviando un percorso per la sua prossima riqualificazione, il Teatro Menotti presenta il progetto Cantiere Menotti: una nuova opportunità pensata appositamente per il mondo imprenditoriale milanese.

Perché Cantiere Menotti? Perché fare Teatro significa ideare, progettare, costruire, una trasformazione sempre in divenire, ma oggi, per il Teatro Menotti, ciò significa anche l’avvio di veri e propri “lavori in corso” per il rifacimento degli spazi del Teatro nei prossimi mesi.

Quando venne inaugurato, nel dicembre 1933, di fronte al Teatro Menotti capeggiava lo slogan “Ambiente moderno. Il più elegante e famigliare del rione“.

Con l’intervento di ammodernamento e riqualificazione, intendiamo riportare il Teatro Menotti a quel precedente splendore e a quell’avanguardia stilistica e funzionale, in cui si respiri contemporaneità e bellezza. Per questo, ci rivolgiamo al tessuto imprenditoriale di Milano, per raggiungere il traguardo e rendere il Teatro un nuovo gioiello per il nostro territorio.

Inserito in un contesto residenziale in totale rinnovamento, il Teatro Menotti risorgerà in un nuovo splendore proseguendo il suo percorso di innovazione, ricerca e divulgazione della pratica performativa e dell’attività teatrale. Uno spazio che sarà in grado di accogliere un pubblico sempre più ampio e variegato, grazie al restyling degli ambienti interni dove poter ospitare nuovi momenti di confronto e attività culturali.

Il Menotti sarà un luogo dove riunire cittadini, sostenitori e partner per la creazione di un unicum vincente sulla scena milanese e nazionale.

Vogliamo spalancare le nostre porte alle realtà imprenditoriali che vorranno abbracciare questo nuovo progetto per costruire e realizzare insieme una vera e propria partnership a sostegno dell’arte, della cultura e della storia di Milano” sottolinea Emilio Russo – Direttore Artistico del teatro.

Partecipare a questo progetto significa vivere davvero da protagonisti il Teatro Menotti, i suoi interpreti e la sua stagione, con tante occasioni e momenti pensati per le imprese, i loro dipendenti e collaboratori, costruendo attività e iniziative durante tutto l’anno.

Aderire al progetto Cantiere Menotti è semplice e, grazie ad Art Bonus, gli aderenti potranno beneficiare anche di un credito d’imposta pari al 65% del loro contributo.

Per informazioni: www.teatromenotti.org/cantiere-menotti

Aderire a Cantiere Menotti è semplice: sarà sufficiente effettuare un bonifico a favore di Teatro Menotti e, grazie ad Art Bonus, si potrà usufruire di un credito d’imposta pari al 65% del contributo.

Ad esempio:

2.500 € (esente IVA e pari a 875 € al netto del credito d’imposta)

10.000 € (esente IVA e pari a 3.500 € al netto del credito d’imposta)

25.000 € (esente IVA e pari a 8.750 € al netto del credito d’imposta)

Per effettuare il bonifico valido ex Art Bonus:

Beneficiario: TIEFFE TEATRO MILANO

IBAN: IT15A0306909606100000166426

Causale: ART BONUS – TIEFFE TEATRO MILANO – C.F. o P. IVA del sostenitore 

 Teatro Menotti Milano – STAGIONE 2019 | 2020

Cantiere Menotti

PROGRAMMA

8 | 13 ottobre

TieffeTeatro Milano

in collaborazione con Accademia Silvio D’Amico

PRODUZIONE

NOTTURNO DI DONNA CON OSPITI                                                            

Con Arturo Cirillo

Regia di Mario Scandale

17 | 27 ottobre

TieffeTeatro Milano

72° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza   PRODUZIONE

MEDEA   PRIMA MILANESE           

Con Romina Mondello e Alessandro Averone

Regia di Emilio Russo

 

5 | 7 novembre

ON STAGE!Festival                                                                        

OSPITALITÀ                                                                                    

LA RAGAZZA   PRIMA MILANESE

(The Girlfiend)

Dirty Paki Lingerie

12 | 17 novembre                                                             

Arca Azzurra Produzioni

OSPITALITA’          

DON CHISCIOTTE   PRIMA MILANESE

Con Alessandro Benvenuti e Stefano Fresi

Adattamento e Regia di Davide Iodice

19 | 24 novembre

TieffeTeatro Milano e Infinito Srl

COPRODUZIONE

COPPIA APERTA QUASI SPALANCATA

PRIMA MILANESE           

Con Chiara Francini

Regia Alessandro Tedeschi

28 | 29 novembre

Teatro della tosse

LA NOTTE È DEI FANTASMI                                                               

OSPITALITÀ    

Scritto e diretto da Eleonora Pippo

PRIMA MILANESE      

 

3 | 8 dicembre

TieffeTeatro Milano

PRODUZIONE

TRAINSPOTTING

Regia di Sandro Mabellini

12 | 31 dicembre

TieffeTeatro Milano

PRODUZIONE

TRATTORIA MENOTTI

(METTI UN TEATRO A CENA)                                                    

Scritto e diretto da Emilio Russo

14 | 19 gennaio                                                                                       

Maurizio Puglisi

OSPITALITÀ

IL MIO NOME È CAINO                                                                  

PRIMA MILANESE                                  

Con Ninni Bruschetta                                                              

Di Claudio Fava

Regia di Laura Giacobbe

21 | 24 gennaio

Sarah Faye van der Ploeg

OSPITALITÀ

LEBENSRAUM                                                                                                  

PRIMA MILANESE

Scritto e diretto da Jakop Ahlbom

28 gennaio | 9 febbraio

La Casa degli Alfieri e Marche Teatro

OSPITALITÀ

FOCUS BALIANI                                                                                    

Con Marco Baliani

14 | 16 febbraio

Familie Floez, Theaterhaus Stuttgart, Theater Duisburg

OSPITALITÀ

HOTEL PARADISO                                                                                

Regia e scenografia Michael Vogel

                                                                                                                                                       

21 | 23 febbraio

Cie La Feuille d’Automne

OSPITALITÀ

CHICOS MAMBO – TUTU                                                                    

PRIMA MILANESE           

Coreografia e regia Philippe Lafeuille

 

26 febbraio | 8 marzo

TieffeTeatro Milano

PRODUZIONE

UCCELLI                                                                                       

Adattamento e regia di Emilio Russo

12 | 22 marzo

La macchina del suono/Argot /TieffeTeatro Milano                           COPRODUZIONE

LE OPERE COMPLETE DI WILLIAM

SHAKESPEARE IN 90 MINUTI                                                           

PRIMA MILANESE

(In versione abbreviata)                                                                          

Uno spettacolo interpretato e diretto da

Roberto Andrioli, Fabrizio Checcacci, Lorenzo Degl’Innocenti

26 marzo | 5 aprile

TieffeTeatro Milano

PRODUZIONE

MATER DULCISSIMA                                                                          

PRIMA NAZIONALE

Regia di Alessandro Averone

                                  

4 | 21 giugno

TieffeTeatro Milano

In collaborazione con Fondazione Giorgio Gaber

PRODUZIONE

FAR FINTA DI ESSERE SANI                                                              

PRIMA NAZIONALE

Di Giorgio Gaber

Regia di Emilio Russo

Aprile – maggio

Talkin’ Menotti | quarta edizione

25 / 26 giugno

Premio Scintille – Il Teatro in vetrina – undicesima edizione

TEATRO MENOTTI MILANO – LE PRODUZIONI

8 | 13 ottobre

TieffeTeatro Milano

NOTTURNO DI DONNA CON OSPITI

Studio sulla versione del 1982 di Annibale Ruccello

Regia Mario Scandale

Con Arturo Cirillo, Simone Borrelli, Giulia Gallone, Luca Tanganelli, Giulia Trippetta

Voce Padre Giovanni Ludeno, Voce Madre Antonella Romano

Scene Dario Gessati

Costumi Gianluca Falaschi

Luci Pasquale Mari

Il giovane regista Mario Scandale sceglie per la Compagnia dell’Accademia la versione del 1982 del testo di Annibale Ruccello per un originale approccio meta teatrale alla storia di Adriana e della mostruosa nottata in cui scivolerà nella follia, fino a uccidere i propri figli.

«L’operazione – spiega Scandalecon l’invenzione di un prologo e di un epilogo, in cui l’Uomo, o meglio l’attore, si trasforma senza travestirsi in Adriana e piomba in un sonno che può anche avere le caratteristiche della morte, ha permesso uno studio delle strutture drammaturgiche ruccelliane e del linguaggio, un napoletano inventato e declinato in diverse variazioni tonali e stilistiche, non solo mimetiche e realistiche».

«Amo molto Ruccello – dichiara il protagonista, Arturo Cirilloi suoi testi che ho portato in scena lo dimostrano, e credo sia giusto che vengano studiati e sperimentati dalla scuola nazionale di teatro. Confrontarsi con un giovane regista e con dei giovani attori mi sembra un modo vitale e pratico di scambiarsi saperi ed esperienze». 

«L’allestimento rappresenta uno studio del giovane regista Mario Scandale, su una versione non definitiva del testo “Notturno di donna con ospiti” di Annibale Ruccello. Per questo suo carattere sperimentale, sono presenti notevoli differenze di contenuto e di scrittura rispetto alla stesura originale dell’autore, in particolare nel finale e nella scelta di far interpretare a un attore il ruolo femminile di Adriana. La rappresentazione è stata comunque da me autorizzata anche in considerazione del grande impegno profuso da tutta la compagnia, attori e tecnici, e in segno di gratitudine verso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” per avere ospitato tra le sue realizzazioni un testo del compianto Annibale Ruccello» (Carlo de Nonno).

17 | 27 ottobre

TieffeTeatro Milano

MEDEA

di Euripide

Spettacolo realizzato per il 72°Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza

Regia di Emilio Russo

Con Romina Mondello, Alessandro Averone, Camilla Barbarito, Paolo Cosenza, Nicolas Errico, Giovanni Longhin, Patricia Zanco

Assistente alla Regia Claudia Donadoni

Scenografia Dario Gessati

Costumi Daniele Gelsi
Musiche Andrea Salvadori

Luci Mario Loprevite

I classici sono la riserva del futuro (Giuseppe Pontiggia)

È probabilmente un viaggio di sola andata quello verso Medea, il ritorno è tutto da decifrare, da confrontare. Eppure, indietro si dovrà pur tornare, forse provando a guardare dentro e oltre quella luce accecante del sole, meta finale del carro alato di Medea e allora perché non seguirla sino a dove sia possibile?

È lo stesso Euripide che dissemina tra le parole e le azioni della tragedia tracce di un percorso che arriva sino a noi, distratti e corrotti dalla perdita di un orizzonte etico, ma ancora sensibili, nonostante tutto e malgrado noi stessi, alla ricerca del senso e della direzione di quella “cosa” che continuiamo a chiamare umanità.

Dentro questo percorso faremo vivere la nostra Medea, convinti della forza immutata e straordinaria della narrazione euripidea, della sua tensione drammatica e minacciosa, della potente e concreta al tempo stesso costruzione dei personaggi, anche quelli solo evocati, dello sviluppo formidabile dei conflitti. Ci soffermiamo nel nostro racconto a cogliere proprio quelle tracce che conducono verso scenari e visioni di un’universalità senza tempo e senza spazio, come, ad esempio, la condizione dell’abbandono a cui è costretta Medea, senza più patria, famiglia, punti di riferimento, una gabbia dalla quale deve per forza uscire, oppure l’aspetto politico, che Euripide affronta elevando inaspettatamente Medea ad eroina portatrice dei nuovi valori contro quelli arcaici (Atene e Corinto proprio alla vigilia della sanguinosa guerra del Peloponneso e perché non oggi Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo?), difficile non leggere alla luce – o meglio al buio – dei muri d’acqua e mattoni di oggi il rifiuto verso il barbaro, il diverso “…ti guardano e ti odiano senza sapere cosa hai dentro…” così, quasi 2500 anni fa Euripide, intellettuale, profugo e incompreso diceva e faceva dire a Medea nel suo straordinario discorso alle donne corinte e così quell’urlo arriva a noi, a smuovere ancora le nostre coscienze. E ancora la doppia natura della protagonista umana e divina, che discende direttamente da una saga in cui vestiva i panni della divinità, con un suo culto, ma che nel corso della tragedia, attraverso i monologhi e gli scontri con Giasone, espone i problemi di una donna ateniese della seconda metà del V secolo, le difficoltà della sua condizione femminile e di straniera. Da una parte il divino, l’inspiegabile, l’ineluttabile nella soluzione che vede l’infanticida salvata dagli Dei e sottratta alla giusta punizione, dall’altra la quotidianità di principesse e principi vanesi che rinunciano al sentimento a favore di una scalata sociale e di una Medea, solo donna preda di una passione travolgente e incontrollabile. 

Mi piace mescolare il tempo e lo spazio e cercare i personaggi anche attraverso una drammaturgia obliqua; non sempre gli attori sono scelti per ruoli predefiniti. Non in questo caso, ovviamente, dove Medea veste gli sguardi, i gesti, la voce di un’attrice di grazia, passione e talento come Romina Mondello, capace di tramutare intensità in essenzialità, di toccare la terra e guardare il cielo, di sedurre implicitamente ed esplicitamente uomini e dei per costruire un personaggio multidimensionale, che saprà essere fuori dagli schemi sorprendentemente.  Si contrappone il Giasone di Alessandro Averone per raccontare il complesso dualismo di un personaggio che si fa essenza della fragilità nemico e amico, crudele e credulone, incapace di riconoscere il dubbio come antefatto della verità. A loro si accorda una compagnia di attori, musicisti, cantanti per ruoli individuali e coralità, che costruiranno una drammaturgia tra parole e musica – in linea con il mio fare e pensare teatro – per una sostanziale fedeltà al testo, amplificata con le suggestioni e le contaminazioni della partitura composta dal musicista “visionario” Andrea Salvadori (Premio Ubu 2018).

Nella Medea di Euripide, mi piace immaginare che tutto sia già avvenuto, già avvenuto perché ineluttabile, inevitabile in uno straordinario paradosso tra vita e morte, tempo sospeso, luogo non luogo. Per questo penso a Medea e gli altri personaggi in uno spazio rarefatto davanti al palazzo di Creonte, come recita la didascalia originaria di Euripide, un luogo tra terra e mare, dove amplificare anche la distanza tra i personaggi, nell’impossibilità di uscire di scena, perlomeno sino a quando la luce del Sole, di cui Medea è figlia del figlio, irromperà a sfondare le quinte dei nostri destini, devastante ma accogliente. Forse.

Emilio Russo

19 |24 novembre

Infinito Srl e TieffeTeatro Milano

COPPIA APERTA QUASI SPALANCATA

Di Dario Fo e Franca Rame

Con Chiara Francini e Alessandro Federico

Regia Alessandro Tedeschi

Una classica commedia all’italiana che racconta la tragicomica storia di una coppia di coniugi, figli del sessantotto e del mutamento della coscienza civile del bel paese.

L’evoluzione del matrimonio borghese è vista alla luce delle riforme legislative degli anni Settanta e le trasformazioni dei nuclei familiari e del loro andamento dal punto di vista socio-antropologico. Scritto da Dario Fo e Franca Rame, “Coppia aperta…quasi spalancata” porta in scena la psicologia maschile e la relativa insofferenza al concetto di monogamia.

La regia è di Alessandro Tedeschi, già interprete straordinario di CARROZZERIA ORFEO.

Rappresenta uno degli spettacoli più popolari degli anni ottanta in Italia. In Germania ha riscosso un tale successo da essere proposta in ben 30 teatri contemporaneamente

3 | 8 dicembre

TieffeTeatro Milano

Irvine Welsh

TRAINSPOTTING

Versione Wajdi Mouawad

Traduzione Emanuele Aldrovandi

Uno spettacolo di Sandro Mabellini

Drammaturgia scenica e interpretazione Marco S. Bellocchio, Valentina Cardinali, Michele Di Giacomo, Riccardo Festa

Elementi scenici e costumi Chiara Amaltea Ciarelli

La società s’inventa una logica assurda e complicata, per liquidare quelli che si comportano in un modo diverso dagli altri. Ma se, supponiamo, e io so benissimo come stanno le cose, so che morirò giovane, sono nel pieno possesso delle mie facoltà eccetera eccetera, e decido di usarla lo stesso, l’eroina? Non me lo lasciano fare. Non mi lasciano perché lo vedono come un segno del loro fallimento, il fatto che tu scelga semplicemente di rifiutare quello che loro hanno da offrirti.

Scegli noi. Scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina; scegli di startene seduto su un divano a guardare i giochini alla televisione, a distruggerti il cervello e l’anima, a riempirti la pancia di porcherie che ti avvelenano. Scegli di marcire in un ospizio, cacandoti e pisciandoti sotto, cazzo, per la gioia di quegli stronzi egoisti fottuti che hai messo al mondo.

Scegli la vita. Beh, io invece scelgo di non sceglierla, la vita. E se quei coglioni non sanno come prenderla, una cosa del genere, beh, cazzo, il problema è loro, non mio. Come dice Harry Lauder io voglio andare dritto per la mia strada, fino in fondo… 

Trainspotting è conosciuto al grande pubblico come il film di Danny Boyle, uscito nel 1993, e interpretato da Ewan McGregor; ma è soprattutto un romanzo scritto da Irvine Welsh, scritto in forma teatrale da Harry Gibson, poi tradotto in francese e adattato dall’autore di origine libanese Wajdi Mouawad.

Per ingannare la noia, i personaggi rubano, si fanno di eroina, alcool, rabbia repressa, e passano il tempo a “osservare i treni”, senza mai prendere quello giusto. Sono lì che attendono qualcosa che non arriverà mai, e nel frattempo, si distruggono quella vita che hanno scelto di non scegliere. I più deboli, muoiono. I più forti perdono comunque.

Trainspotting è un viaggio allucinogeno, un trip adrenalinico e alienante in cui quel nichilismo post-thatcheriano degli anni ’90, rischia violentemente di raccontarci un percorso esistenziale ancora attualissimo, mai finito, in procinto di riversarsi come uno tsunami sulla nostra generazione.

12 | 31 dicembre

TieffeTeatro Milano

TRATTORIA MENOTTI

Metti un teatro a cena  

Ideato e diretto da Emilio Russo

Con Marco Balbi, Enrico Ballardini, Paolo Bessegato, Gianna Coletti, Claudia

Donadoni, Helena Hellwig e “Musica da Rispostiglio”

Regia Emilio Russo

Costumi Pamela Aicardi

Luci Mario Loprevite

Ci son quattro dischi, due tanghi, una polka, un’antica mazurka, due mosci fox – trot, e il twist non c’è nel trani a gogò. Si passa la sera scolando barbera. Nel valpolicella la vecchia zitella cerca l’amor nel trani a gogò…”

Con la sua grande ironia Giorgio Gaber ci ha regalato con questa “cartolina”, un’immagine della Milano degli anni 60 alla quale ci siamo ispirati per allestire la nostra TRATTORIA MENOTTI, un salto in un passato che ci appartiene, anche se non scritto nelle antologie e nei libri di storia. Tracce di una città che voleva cambiare, e quel cambiamento avveniva soprattutto nei luoghi di condivisione, scuole, fabbriche, università, ma anche, e forse soprattutto, nei locali dove si “tirava mattino”, tra un bicchiere, o molti bicchieri di vino, un risotto e un uovo sodo, a cantare, raccontare, a parlare di politica, ma non di potere, semmai di contro potere.

Luoghi dove la tolleranza non era una moda, ma una pratica di vita quotidiana. Palcoscenici minimi, che diventavano le “palestre” per una grande stagione di comici, musicisti e cantautori, ma anche pittori e poeti.

Tavolate di puttane, intellettuali e giornalisti, ognuno con i propri abiti da lavoro, mentre la notte si faceva giorno, con ancora la voglia di scambiarsi esperienze e giudizi sul mondo e forse tutti ad immaginare una vita e una città probabilmente molto distante da quella di oggi, o chissà… Nessuna nostalgia e nessun rimpianto, ma forse e solamente un chiedersi cosa è successo, tra i tavoli della TRATTORIA MENOTTI con un teatro svuotato da poltrone, quinte, sipari e palcoscenico, dove il pubblico se lo vorrà potrà bere, mangiare, partecipare, ma anche solo guardare ed ascoltare per un viaggio emozionale che ci auguriamo ricco di suggestioni e sorprese.

Non è gradito l’abito scuro…

26 febbraio | 8 marzo

TieffeTeatro Milano

UCCELLI

Adattamento e regia Emilio Russo

Con Camilla Barbarito, Giuditta Costantini, Nicolas Errico, Ludovico Fededegni, Claudio Pellegrini, Claudio Pellerito, Giulia Perosa, Maria Vittoria Scarlattei, Chiara Serangeli

Assistente alla regia Claudia Donadoni

Scene Lucia Rho

Costumi Pamela Aicardi

Luci Mario Loprevite

Interventi di teatro d’ombra della Compagnia Controluce

Pisetero ed Evelpide, cittadini ateniesi, decidono di lasciare la polis per andare in cerca di un posto dove trascorrere la vita senza grattacapi, lontano dai meccanismi complicati della vita sociale e istituzionale di Atene. In un immaginario luogo tra terra e cielo, lontano da noie e dispiaceri, i due realizzano un sogno utopico: quello di una città che rinnovi la perduta età dell’oro, quando gli uccelli, più antichi di Crono e dei Titani, padroni del tempo, erano sovrani di una patria dolce e materna, senza leggi né violenza.

In scena una compagnia di giovani interpreti tra parole e musica in uno spettacolo che restituisce la forza comica e le emozioni della straordinaria e controversa opera del grande poeta ateniese. Per il racconto/viaggio dei due “profughi” alla ricerca della città e della vita ideale utilizzeremo diversi linguaggi, dal teatro d’ombre, al canto, al movimento all’interno di una scenografia che richiama gli spalti di un teatro antico, specchio della platea reale in un gioco ad incastro tra il tempo e lo spazio”. 

Spettacolo vincitore del Premio Nazionale Franco Enriquez 2019, sezione migliore adattamento e regia. 

12 | 22 marzo

La Macchina del Suono/Argot Produzioni/TieffeTeatro Milano

LE OPERE COMPLETE DI WILLIAM SHAKESPEARE IN 90 MINUTI

(In versione abbreviata)

Una commedia scritta da Adam Long, Daniel Singer e Jess Winfield.

Uno spettacolo interpretato e diretto da Roberto Andrioli, Fabrizio Checcacci, Lorenzo Degl’Innocenti

Dopo aver debuttato all’Edinburgh Festival Fringe nel 1987 è stato replicato al Criterion Theatre di Londra per nove anni, diventando uno degli spettacoli più conosciuti al mondo.

Una parodia di tutte le opere di William Shakespeare eseguita in forma comicamente abbreviata da tre attori, usando le più svariate tecniche interpretative.

Veloce, spiritoso e fisico, è pieno di risate per gli amanti e soprattutto per gli odiatori di Shakespeare.

Una sfida teatrale ai limiti dell’incredibile: come condensare l’opera omnia del Bardo, 37 opere, in 90 minuti? O raccontare l’Amleto in 43 secondi?

Tutto Shakespeare in 90 minuti è una sfida teatrale, un’immersione leggera e stravagante nel mondo shakespeariano, un omaggio divertito e divertente al grande drammaturgo. La potenza e la poesia dei suoi versi vengono prevedibilmente meno ma lo scopo, in fondo, non è altro che divertire il pubblico, incuriosirlo e svelare il lato comico che si cela anche nelle tragedie più cupe.

Fabrizio Checcacci, Roberto Andrioli e Lorenzo Degl’Innocenti (In ordine rigorosamente di età), dopo tanti anni di amicizia si sono ritrovati ed hanno deciso di unire le loro esperienze nel campo della prosa, musica e commedia dell’arte, e darsi al Bardo! 

26 marzo | 5 aprile

TieffeTeatro Milano

Mater dulcissima

Vita, morte e delitti di Leonarda Cianciulli, la Saponificatrice di Correggio

Di Amedeo Guarnieri

Regia di Alessandro Averone

Con Antonio Tintis, Alessandro Averone, Mimosa Campironi, Mauro Mastropietro, Marco Quaglia, Gabriele Sabatini

Scene Alberto Favretto

Costumi Marzia Paparini
Musiche Mimosa Campironi

Luci Luca Bronzo

«Gettai i pezzi di corpo nella pentola, aggiunsi soda caustica, rimescolai finché tutto si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa. Il sangue lo feci seccare al forno, lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, latte e uova. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita. Sì, uccisi, ma lo feci per amore di madre».

(Dal Memoriale di Leonarda Cianciulli).

Lo spettacolo è liberamente ispirato alla vita di Leonarda Cianciulli che, a quasi cinquant’anni dalla morte (1970), resta una delle figure più affascinanti e controverse della cronaca nera della storia recente. Per molti, la «saponificatrice di Correggio» incarna ancora lo stereotipo della strega, della megera, il ritratto del diavolo in persona. Ma prima che assassina, Leonarda è stata semplicemente donna e madre, nata e cresciuta nell’Italia meridionale, ai principi del Novecento, in una terra intrisa di magia e superstizione, maledizioni e sacrifici propiziatori, dove religione e pensiero esoterico si intrecciano in un groviglio inestricabile. È il 1930, quando a seguito di un terribile terremoto, Leonarda e la sua famiglia sono costretti a trasferirsi nel piccolo paese di Correggio, al Nord, in un mondo culturalmente e socialmente completamente diverso. Leonarda ebbe quattordici figli, tredici di essi morirono in culla e la vita del solo superstite divenne per lei un’ossessione, il bene supremo da difendere a tutti i costi. Rileggendo la vicenda sotto questa lente, il personaggio di Leonarda esce dalla cronaca per sprofondare nell’archetipo del mito, quello di una madre decisa a sfidare il destino e la morte per salvare la vita della sua creatura. Riavvolgendo il nastro del magnetofono di Saporito, il professore del manicomio che la prese in cura nella sua struttura di Aversa, sprofondiamo in una vicenda dolorosa, poetica e grottesca, capace di mischiare fantasia, magia e umorismo nero. Come un’eroina tipica della drammaturgia di Raúl Damonte Botana, in arte Copi, Leonarda si racconta ora come una bimba ferita, ora come donna in lotta contro una terribile malattia e le nefaste conseguenze della maledizione di sua madre.

È il 1939, la minaccia della guerra è sempre più incombente, quando il figlio Giuseppe è chiamato a prestare servizio militare. In Leonarda cominciano a farsi strada pensieri sempre più tormentati, decide che per salvargli la vita dovrà compiere sacrifici umani. Leonarda frequenta tre amiche, donne sole e non più giovani che sognano di cambiare le loro vite. Ecco allora che Faustina, Francesca e Virginia rappresentano per lei un’opportunità da cogliere senza troppe remore. La sua cucina, da luogo di accoglienza e focolare domestico, diviene il tempio magico e macabro di una sacerdotessa di umana colpa, accompagnata dall’accondiscendente e omertoso marito Raffaele e dall’ingenua serva di casa Nella, commensali di un cibo alternativamente inteso come nutrimento vitale e simulacro di morte.

Nello spettacolo dialogano e si scontrano più mondi e visioni antropologiche: l’approccio razionale di Saporito e quello magico di Leonarda, in un corpo a corpo tra psichiatria, scienza allora agli albori in Italia, e un’ancestrale e crepuscolare lettura sciamanica del mondo, incapace di elaborare il trauma del lutto se non nella forma codificata del rito. L’impianto narrativo dello spettacolo asseconda il racconto della sua protagonista, rompendo continuamente la linearità temporale e l’unità di luogo, sottraendo allo spettatore i consueti riferimenti. Verità e menzogna, finzione e realtà, sono i limiti di un perimetro dove i personaggi agiscono attorno alla soggettiva di Lea, narratrice e affabulatrice della sua versione dei fatti, con l’intento non di discolparsi, ma di farsi vittima e testimone di una lotta, la stessa che l’uomo agisce quotidianamente se coinvolto in continue disgrazie. Con la stessa forza erculea e virile coraggio, come solo un eroe mitologico sa fare. 

4 | 21 giugno

TieffeTeatro Milano

In collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber

FAR FINTA DI ESSERE SANI

Di Giorgio Gaber e Sandro Luporini

Adattamento e regia Emilio Russo

Cast in via di definizione

Sono passati quasi 50 anni, sono tanti. Stupisce e rincuora il fatto che Gaber sia riuscito ad anticipare i tempi. A scrivere la storia prim’ancora che questa fosse presente: terribilmente d’attualità, del resto lui era capace di raccontare la realtà come pochi al mondo, ma – allo stesso tempo – di andare oltre. In Far finta di essere sani tutto questo è ancora più evidente seguendo il filo rosso di canzoni e monologhi dalla tematica certa e forte e ci piace molto l’idea e la possibilità di raccontarlo oggi.

L’ironia si fa più dominante e a volte anche un po’ più aggressiva. Il tema che già trapelava negli spettacoli precedenti è quasi esclusivamente quello dell’” interezza”.

Pare che l’uomo attraversi una fase un po’ schizoide dove a volte il proprio corpo è assai distante da certi slanci ideali. L’analisi, anche se alleggerita dall’ironia, può sembrare pessimistica ma suggerisce la possibilità di abbracciare le più grosse realtà sociali partendo da se stessi.

Gaber/Luporini sottolineano una certa incapacità di far convergere gli ideali con il vivere quotidiano, il personale con il politico. Il “signor G” vive, nello stesso momento, la voglia di essere una cosa e l’impossibilità di esserla. É forte, molto forte lo slancio utopistico.

Chiedo scusa se parlo di Maria, non del senso di un discorso, quello che mi viene, non vorrei si trattasse di una cosa mia e nemmeno di un amore, non conviene. 

LE OSPITALITÀ 



1 | 3 ottobre

Infinito Srl

66/67

UN CONCERTO DI ALESSIO BONI E OMAR PEDRINI

Con Stefano Malchiodi (batteria), Larry Mancini (basso), Carlo Poddighe (tastiere)

Testi di Alessio Boni e Nina Verdelli

Un progetto musicale nato dall’unione artistica tra Alessio Boni e Omar Pedrini.

Un susseguirsi in scena di musica, visuals, recitato e cantato che coinvolgerà il pubblico con lo scopo di trasmettere la poeticità dei testi, resi poi canzoni grazie alla musica.

Brani potenti ed emozionali della storia della musica, letti e cantati in lingua inglese, che dagli anni 60’ ad oggi hanno composto la colonna sonora della vita di tanti.

«Questo è uno spettacolo – scrive Alessio Boni nelle note allo spettacolo – che nasce da un’amicizia e da una serie di coincidenze. A dividere me e Omar Pedrini è solo un anno io sono del 1966, lui del 1967, da qui il titolo. E un lago: il lago d’Iseo che separa il bresciano dal bergamasco.

 Non solo, inconsapevolmente io e lui ci siamo scambiati i sogni: io, da piccolo, avrei voluto fare la rockstar, Omar l’attore. Forse i nostri desideri incompiuti ci hanno dato la spinta per creare questo spettacolo.

 Cresciuti con gli stessi riferimenti musicali, siamo entrambi convinti che alcune canzoni siano poesie. Poesie spesso perdute, perché i testi sono per la maggior parte in inglese e non tutti li comprendono. Lo scopo di questo concertato è raccontare il contesto, spiegare il testo di una canzone, per poi farlo apprezzare appieno con musica e canto. L’augurio è che, capendo di più, si gusti di più».

5 | 7 novembre

ON STAGE! FESTIVAL

 LA RAGAZZA

(The Girlfriend)

Di Leland Frankel

Traduzione Daph Mereu

Regia di Pietro Bontempo

Con Mily Cultrera di Montesano, Cristina Del Grosso, Amedeo Bianchimano

Costruito su tre venticinquenni, due ragazze ed un ragazzo, il testo ruota intorno al concetto di responsabilità personale raccontando un inquietante rapporto fra compagni di college, sfociato in una strage nella scuola.

“The Girlfriend” ha vinto il primo Onstage! Award assegnato al miglior testo americano inedito ed è stato presentato in anteprima assoluta in occasione della prima edizione di OnStage! festival, in collaborazione con il Teatro di Roma (Teatro Torlonia, gennaio 2019). La prima lettura americana si è tenuta a New York nell’ambito di In Scena! (maggio 2019). L’opera, nella traduzione italiana, è pubblicata da La Mongolfiera Editrice nella collana dedicata a OnStage Award.

Olivia Hughes era la ragazza più popolare di Grace Hills High. Sylvia Merwin era una delle emarginate più denigrate. Poi Eddie Cleary portò la pistola a scuole e tutto cambiò. Dieci anni dopo le strade di queste due donne si sono drasticamente allontanate: Sylvia vive una vita apparentemente perfetta in città, con un lavoro fantastico e un ragazzo amorevole, mentre Liv è una tossicodipendente in fase di recupero. Prendono accordi per incontrarsi in circostanze misteriose, e Liv rivela un fatto del loro passato comune dimenticato e scioccante – provando che forse Sylvia sapeva delle oscure intenzioni del suo fidanzato Eddie, e forse lo ha persino spinto a metterle in atto. Segue una brutale e sconvolgente resa dei conti, mentre Sylvia e Liv tentano di riconciliare la storia sanguinaria con le loro vite presenti. Innocenza, colpevolezza, onestà, inganno… quando un’azione malvagia viene compiuta, chi è veramente responsabile? 

DIRTY PAKI LINGERIE

Di e con Aizzah Fatima

Drammaturga Cobina Gillitt

Regia Erica Gould

Traduzione Alessandra Porcù nell’ambito di un progetto di didattica innovativa in collaborazione con Dipartimento di Lingue Letterature e Culture Straniere dell’Università di Roma Tre

Un carosello di personaggi rappresenta l’universo femminile pachistano-americano-musulmano, mentre donne di diverse generazioni lottano per vivere in modo coerente con la loro visione in un mondo fortemente occidentale. Sesso, religione e politica si scontrano all’arieggiare della lingerie sporca di questi sei personaggi femminili. Lo spettacolo valica ogni confine tra cultura, religione e genere, emozionando e intrattenendo il pubblico con il suo fascino unico e universale. Un mosaico ricco, sexy e contagiosamente divertente del sublime, comico, poetico e politico. Aizzah Fatima esplora l’identità femminile degli americani musulmani, raramente rappresentata sui palchi degli Stati Uniti.

Presentato per la prima volta in Italia nell’ambito di OnStage! Festival 2019, Dirty Paki Lingerie è andato in scena a NYC, Londra, Toronto, in Turkmenistan, Pakistan e al Fringe Festival di Edimburgo con il tutto esaurito. Nel 2013 ha ottenuto una sovvenzione dell’ambasciata statunitense per fare una tournée in Pakistan e nel 2014 è stata scelta per essere il primo spettacolo statunitense a rappresentate gli Stati Uniti all’ International Theater Festival del Turkmenistan.

12 | 17 novembre

Arca Azzurra Produzioni

DON CHISCIOTTE

Liberamente ispirato a Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes

Di Nunzio Caponio

Adattamento e regia Davide Iodice

Con Alessandro Benvenuti, Stefano Fresi

Scene Tiziano Fario

Costumi Daniela Salernitano

Luci Andrea Garbini

Una scrittura originale che prende ispirazione dallo spirito dell’opera di Cervantes, scagliando una volta di più la simbologia di questo ‘mito’ contro la nostra contemporaneità.

Con vesti sgangheratamente complottiste e una spiritualità naïf, accompagnato da un Sancho, che è insieme figlio e disorientato adepto, il nostro Don intraprende un corpo a corpo, disperante e “comico” contro un mondo sempre più virtuale, spinto a trovare l’origine del male nel sistema che lo detiene.

Dall’improbabile rifugio in cui si è rintanato, lotta per mantenere intatto il suo pensiero critico coltivando ancora un’idea: l’IDEA.

Unica finestra sull’esterno (o su altri interni) una teoria di schermi che s’affaccia su personaggi e mondi annodati, interferenze che spronano i nostri eroi all’Azione, a una qualche azione.

E se, nella giostra di pensieri che galoppano progressivamente verso l’inevitabile delirio, le menti malefiche dei giganti delle multinazionali sono il nemico contro cui scagliarsi, l’Amore è ancora il vento che soffia e muove, anche se Dulcinea, intrappolata in una webcam, può svanire dolorosamente per un banale blackout.

28 | 29 novembre

Teatro della Tosse

LA NOTTE È DEI FANTASMI

Concept, regia e drammaturgia Eleonora Pippo

Sceneggiatura originale Ratigher

Realizzazione contenuti e regia video Pier Paolo Ceccarini / Terminus

Social media partner Fattiditeatro

Il diffusissimo fenomeno del karaoke diventa qui il dispositivo scenico che racconta la storia: un festino di tredicenni ripreso da telecamere nascoste.

Un ragazzino spregiudicato vende la diretta streaming ad un sito di guardoni.

Ma la notte appartiene ai Fantasmi: tre teppisti più uno spirito vero irrompono nella festa e costringono i ragazzi a guardare dritto in faccia la paura più profonda. Tutto precipita mentre migliaia di utenti, nascosti dietro i loro schermi, spiano senza muovere un dito.

Sul palco un cast di ragazze e ragazzi non professionisti reclutati in ogni città in cui lo spettacolo è programmato.

Dopo “Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra “, la regista Eleonora Pippo prosegue con uno spin-off il suo progetto teatrale ispirato alla letteratura a fumetti.

La notte è dei fantasmi, sceneggiatura originale di Ratigher per un fumetto non ancora disegnato, diventa il materiale con cui Eleonora esplora i recessi più profondi dell’animo umano e i fantasmi dei nostri desideri.

14 |19 gennaio

Maurizio Puglisi

IL MIO NOME È CAINO

Di Claudio Fava

Regia Laura Giacobbe

Con Ninni Bruschetta

Al Pianoforte Cettina Donato

Allestimento Mariella Bellantone

Costumi Cinzia Preitano

Luci Renzo Di Chio

Suono Patrick Fischella

Progetto Grafico Riccardo Bonaventura

Illustrazione Antonella Arrigo

“Il mio nome è Caino” è ispirato all’omonimo romanzo di Claudio Fava, edito da Dalai Editore nel 1997 e, in nuova versione, da Baldini e Castoldi nel 2014. Lo spettacolo era già stato prodotto da Nutrimenti Terrestri nel 2002, con un diverso cast e la regia di Ninni Bruschetta, che in questo suo nuovo adattamento, con Cettina Donato al pianoforte, veste i panni del protagonista. La collaborazione artistica tra Ninni Bruschetta e Cettina Donato è partita nel marzo 2017 ed ha registrato consensi di pubblico e critica, da “I Siciliani di Antonio Caldarella” a “Il giuramento” di Claudio Fava.

“Il mio nome è Caino” è specchio dinamico e lucido dell’essere e del fare mafioso e si intreccia alle musiche, composte ed eseguite dal vivo dalla pianista, compositrice e direttore d’orchestra Cettina Donato: due brani editi insieme a composizioni inedite, concepite appositamente per sostenere il racconto di Caino ed attraversate da contaminazioni classiche, popolari e jazz.

Le musiche sono frutto di uno studio condiviso con l’interprete, eco della freddezza quanto dell’umanità del personaggio e ne sostengono le modulazioni emotive.

La spettacolo ha debuttato il 23 e 24 marzo 2019 al Teatro Savio di Messina.

28 gennaio| 9 febbraio

Marche Teatro e Casa degli Alfieri

FOCUS BALIANI

28 gennaio

Casa degli Alfieri

CORPO DI STATO

Il delitto Moro: una generazione divisa

Di e con Marco Baliani

Regia Maria Maglietta

Collaborazione drammaturgica Alessandra Rossi Ghiglione

Montaggio video Michele Buri

Ricerca iconografica Eugenio Barbera

Produttore esecutivo Maurizio Agostinetto

Direzione tecnica Massimo Colaianni

Chi ha visto e ascoltato un’altra mia narrazione, il Kohlhaas tratto da Kleist, potrà meglio comprendere le ragioni di questo Corpo di Stato e il filo che li lega, poiché il tessuto è lo stesso: il rapporto conflittuale tra esigenza di rivolta contro l’ingiustizia e assunzione del ruolo di giustiziere. Ma questa volta non siamo nella Germania del 1500, ma nel nostro passato prossimo, solo vent’anni fa. È sempre difficile raccontare qualcosa che ci è tanto vicino, specie se quel qualcosa ha inciso profondamente sulle nostre esistenze e sulle nostre scelte. La materia è ancora così pulsante e non dipanata dalla lontananza, che si rischia allora di leggerla col senno di poi, filtrandola e mettendola a distanza di sicurezza.

Ho cercato allora di ritornare laggiù, in prima persona, ricordandomi di me in quei giorni, trovando nelle mie esperienze di allora quelle “piccole storie” che sole possono tentare di illuminare la Storia più grande. Ho ripercorso momenti dolorosi senza perdere però le atmosfere di quegli anni, gli entusiasmi, i paesaggi metropolitani, le contraddizioni.

Nei 55 giorni della prigionia di Moro ho raccontato di una lacerazione, di come il tema della violenza rivoluzionaria abbia dovuto fare i conti con un corpo prigioniero, e come questa immagine sia divenuta via via spartiacque per scelte fino ad allora rimandate, abbia fatto nascere domande e conflitti interiori non più risolvibili con slogan o con pratiche ideologiche. Ho raccontato le mie storie, prima ancora che su un palco teatrale, davanti a una telecamera; l’emozione della diretta televisiva è cosa diversa dall’eccitazione inquieta con cui ogni volta entro in scena a narrare. Ora torno sulle tavole di legno a me care, non devo più cercare l’occhio di una telecamera, ma gli occhi di spettatori in carne e ossa; non sarò né personaggio né narratore esterno, questa volta, ma io stesso narrante, un’esperienza nuova, una messa in gioco del personale, una dichiarata visione soggettiva di quegli anni. Amici, compagni, avversari, potranno avere i giusti motivi per non essere d’accordo o per trovare identità, per quelli che non c’erano, i giovani d’oggi, sarà come visitare un mondo che appare tanto lontano, quasi incredibile; spero che per tutti, come è già accaduto dopo la trasmissione televisiva, scatterà il desiderio di parlare, di contraddire con altri racconti: è un modo di uscire allo scoperto, di raccontarsi agli altri, di rievocare quei tempi difficili e densi. Quando si esce da momenti e tempi in cui la vita è stata pregna di avvenimenti, quando il vivere è sembrato intenso anche nel dramma, dopo, col tempo, ci si sente sempre un po’ stranieri, come reduci, testimoni di eventi troppo densi per essere dipanati.

Il narratore compie sempre questa sfida, straniero nel tempo cerca di vincere con il racconto la vecchiezza che stende sulle cose del mondo un manto spesso di oblio.

Marco Baliani

29 gennaio

Casa degli Alfieri

TRACCE

Di e con Marco Baliani

Dall’omonimo saggio di Ernst Bloch

Presento questa mia ricerca teatrale con il termine “studio” non solo per me. “Tracce” è un’opera non terminata ma pretenderebbe di mai terminare.

Provate ad immaginare una scultura che in sé potrebbe evolversi in molte direzioni e che continua invece a vivere come un abbozzo continuo, una traccia di significati ancora da assumere, di immagini ancora da evocare. D’altronde la traccia è ciò che di labile si lascia dietro, è un segno di scoperta, le tracce raccontano sempre qualcosa.

Quando ho letto Tracce di Bloch, che è all’origine di questa impresa, mi è accaduto qualcosa del genere e allora mi sono detto: sarà possibile anche in teatro creare una condizione di ascolto immaginativo, dove si possa, come dice Bloch, “pensare affabulando”, dove le direzioni (anche formali, di linguaggi usati) siano molteplici, aperte, non linearmente definibili? 

Lo stupore e l’incantamento, i due temi che mi hanno guidato, sono luoghi che visito di sovente nel mio lavoro dell’attore o quando guido altri attori, sono due sostanze profonde dell’atto teatrale. Vorrei presentare queste sostanze attraverso una specie di mappa, di costellazioni narrative diverse, come un ronzio multiforme di racconti, aneddoti, ricordi, poesie, digressioni, riflessioni, domande.

Vorrei alla fine che gli spettatori si alzassero forse sconcertati, dispersi, ma colmi di altre memorie non dette, desiderosi di aggiungere altri racconti alla collana, di completare non il mio lavoro ma il loro percorso all’interno della mappa.

Marco Baliani

30 gennaio

Casa degli Alfieri

DEL CORAGGIO SILENZIOSO

Di e con Marco Baliani

Collaborazione alla drammaturgia Ilenia Carrone

Di solito si associa alla parola “coraggio”, un’azione eclatante, dettata da un’urgenza impellente, un’azione che sfida la morte e se ne appropria, mostrando una luminosa presenza dell’umano.

È il coraggio “numinoso”, visibile, mostrato, che accade in condizioni estreme, e che diviene poi epos, racconto, esempio. Ma c’è un altro tipo di coraggio, silenzioso e non appariscente, ed è di questa declinazione della parola Coraggio che questo spettacolo vuole dire. Il coraggio silenzioso agisce nell’essere umano quasi inaspettatamente, non presuppone una tempra guerriera, non si staglia sulla scena per mostrarsi nella luce, non si aspetta ricompensa, neppure quella, postuma, del racconto esaltante.

Questo coraggio agisce in forma sottomessa, agisce anch’esso per un’urgenza ineludibile, ma non pretende riconoscenza, non attende un ringraziamento, colui o colei che lo attuano lo fanno per necessità, una necessità che ha a che fare con la profondità dell’umano che è in noi, a cui è perfino difficile dare una spiegazione.

Parole come compassione, solidarietà, altruismo, amore, carità, bontà, cercano di circoscrivere il mistero umano di quell’atto ma più che altro ne delimitano solo il valore empatico, perché non ci sono parole che spiegano come quell’impulso ad agire, nonostante tutto, avvenga in individui che di colpo “sentono” di dover compiere un gesto per loro improvvisamente “necessario”. Antigone che, nonostante il divieto della legge di Creonte, va a seppellire il corpo del fratello, pagando con la morte questa trasgressione, è l’esempio archetipico di questa forma di coraggio. “Ci sono leggi non scritte, inviolabili, che esistono da sempre, e nessuno sa dove attinsero splendore”. È questo splendore di cui parla Antigone quello che vado cercando in questo spettacolo, quel nocciolo luminoso che trasforma un’esistenza intera in un atto esemplare, ma silenzioso, luminoso ma vissuto nell’ombra, nel pudore, nella pura necessità del dover agire. Andrò alla ricerca di cinque narrazioni, cinque situazioni estreme, ove far illuminare cinque esistenze, che, grazie al racconto, divengono, in quel luogo effimero e potente che è la scena teatrale, cinque testimonianze di taciturno coraggio.

Una struttura drammaturgica semplice, parole e musica che si intrecciano per restituire la semplicità scandalosa di quegli umani atti di coraggio silenzioso.

31 gennaio | 1 febbraio

Casa degli Alfieri

KOHLHAAS

Tratto dall’opera “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist

Di Marco Baliani e Remo Rostagno

Attore narrante Marco Baliani

Regia Maria Maglietta

La storia di Kohlhaas è un fatto di cronaca realmente accaduto nella Germania del 1500, scritto da Heinrich von Kleist in pagine memorabili.

Nel mio racconto orale è come se avessi aggiunto allo scheletro osseo riconoscibile della struttura del racconto di Kleist, nervi muscoli e pelle che provengono non più dall’autore originario ma dalla mia esperienza, teatrale e narrativa, dal mio mondo di visioni e di poetica. Così ad esempio tutta la metafora sul cerchio del cuore paragonato al cerchio del recinto dei cavalli, che torna più volte nella narrazione, come luogo simbolico di un senso della giustizia umanissimo e concreto, è una mia invenzione, nel senso etimologico del termine, qualcosa che ho trovato a forza di cercare una mia adesione al racconto di Kleist.

Così via via il testo originale si è come andato perdendo e ne nasceva un altro, un work in progress alla prova di spettatori sempre diversi, anno dopo anno, in spazi teatrali e non, secondo un procedimento di crescita che ai miei occhi appare come qualcosa di organico, come mi si formasse tra le mani un organismo vivente sempre più ricco e differenziato.

Accade nell’arte del racconto orale che per cercare personaggi interiori occorra compiere lunghi percorsi, passare attraverso storie di altre storie, sentirsi stranieri in questo mondo dopo aver tanto peregrinato, fino a trovare quel punto incandescente capace di generare a sua volta nell’ascoltatore un mondo di visioni, non necessariamente coincidenti con le mie.

L’arte sta nel non nominare troppo, nel cogliere il cuore di un’esperienza con pochi tratti lasciando molto in ombra, molto ancora da compiersi.

Kohlhaas è la storia di un sopruso che, non risolto attraverso le vie del diritto, genera una spirale di violenze sempre più incontrollabili, ma sempre in nome di un ideale di giustizia naturale e terrena, fino a che il conflitto generatore dell’intera vicenda, cos’è la giustizia e fino a che punto in nome della giustizia si può diventare giustizieri, non si risolve tragicamente lasciando intorno alla figura del protagonista una ambigua aura di possibile eroe del suo tempo.

Le domande morali che la vicenda solleva e lascia sospese, mi sembrarono, quando comincia ad affrontare l’impresa memorabile del racconto, un modo per parlare degli anni ’70, per parlare di quei conflitti in cui venne a trovarsi la mia generazione, quella del ’68, quando in nome di un superiore ideale di giustizia sociale si arrivò a insanguinare piazze e città. In fondo, a voler rivedere all’indietro il mio percorso artistico, senza Kohlhaas non sarei arrivato a raccontare Corpo di Stato, racconto teatrale andato in onda in diretta televisiva la notte del 9 maggio, vent’anni dopo la morte di Moro, a poter ritrovare i medesimi conflitti, riuscendo questa volta a parlarne dall’interno, come soggetto coinvolto nei fatti narrati.

Un tema antico dunque, tragico nella tradizione e nella forma, che continua a catturarmi, perché il narratore non può che narrare ciò che epicamente lo coinvolge nell’intera sua persona, a me succede così: non potrei raccontare qualsiasi cosa.

Marco Baliani

2 febbraio

Casa degli Alfieri

FROLLO

Con Marco Baliani

Di Mario Bianchi e Marco Baliani

Regia Marco Baliani

Frollo è il nome del protagonista della storia: un bambino impastato di pan pepato che un giorno si trova a percorrere un’avventura più grande di lui. Il terribile vorace figlio del Re sta mangiando a pezzetti tutto il paese. Lo si potrà fermare solo andando alla ricerca di una sostanza magica che può placare la sua fame.

Frollo parte e le avventure cominciano. La storia è anche una metafora della nostra società dei consumi pronta a divorare ogni cosa. Naturalmente c’è anche un po’ di Pinocchio in questo Frollo che alla fine si sbriciola per rinascere bambino, e c’è anche un po’ di tutti noi nel bambino che si incammina per la sua strada, andando dritto, girando a destra, girando a sinistra, rivolgendosi chissà dove.

Qui è davvero all’opera un corpo narrante, in continua metamorfosi, è lo spettacolo dove ancor più che in Kohlhaas il mio corpo e il mio volto e la mia voce subiscono un impressionante trasformazione, un cartone animato, un fumetto in movimento. Nel rivedermi mi è venuta una gran voglia di ripescare tutte quelle altre fiabe che ho narrato a centinaia di ragazzini scatenati nelle situazioni più disagiate, alla metà degli anni Ottanta, molto prima che si cominciasse a parlare di teatro di narrazione. Forse lo farò, tutte in fila, sera dopo sera, in fondo ormai sono un nonno narrante e magari mi verranno a rivedere quelli che allora avevano dieci o nove anni. Ormai anche a Kohlhaas ho potuto conoscere i figli dei miei spettatori giovani di trent’anni fa, li portano a vedere un reperto fossile che ancora ha un sacco di cose da dire e di energia da sprecare, e questo fa bene, vedere quanta gioiosa fatica serve per tirar fuori quell’ora e mezza di racconto.

Alla fine sarò inzuppato di sudore, già lo so, tre o quattro etti se ne andranno così, ma vuoi mettere che invece di andare a smagrirmi in una palestra a vogare senza acqua intorno, senza sentir “biancheggiare le acque con le lisce pale d’abete” li potrò perdere volando aggrappato al becco di un’aquila possente?

Marco Baliani

4 | 5 febbraio

Marche Teatro

TRINCEA

Scritto e interpretato da Marco Baliani

Regia di Maria Maglietta

Scene e costumi Lucio Diana

Immagini e musica Mirto Baliani

Visual design David Loom

Sono trascorsi cento anni dal primo conflitto mondiale. Ci saranno celebrazioni, pubblicazioni, conferenze, riflessioni, e altro ancora.Io vorrei provare a toccare un piccolo punto di quell’immensa catastrofe, un solo corpo, quello di un qualsiasi soldato, anonimo, non appartenente ad una precisa nazionalità, e toccare quel corpo nel luogo più emblematico di quella guerra, la trincea.Vorrei tentare di essere laggiù, in quel punto di una trincea di molti anni fa, ed esserci prima di tutto fisicamente, come corpo, in una forma di mimesi totale, in modo da essere così immerso nella dimensione dell’orrore e della sua gratuità da percepire almeno per un istante “il tipo di esistenza” di quel soldato.Per il soldato in trincea il tempo si assolutizza in un puro denso presente, un tempo inceppato nella minuta quotidianità della sopravvivenza, fatto di gesti folli divenuti normali, di azioni compiute per inerzia, senza speranza di cambiamenti. La percezione del tempo, impedisce alla parola di farsi discorso, essa gira in un flusso vegetativo o semidormiente, si etilizza, ubriaca di terrore o di fame o comunque di mancanze. La narrazione non può più espletarsi in un flusso temporale lineare, ma viene spezzata, il vivere diviene un inarrestabile fluire di frammenti, come frammentato appare il Tempo per chi in ogni istante è sottoposto alla casualità di un morire inutile e atroce.L’individuo perde la coscienza della propria individualità, il singolo soldato diviene ingranaggio di una immensa fabbrica produttrice di morte, è un pezzo di ricambio, un pezzo di artiglieria fatto di carne umana.La prima guerra mondiale sperimenta su larga scala una forma di totale assoggettamento dell’uomo, la sua riduzione ad automa, fantoccio, cosa.È da qui, da quel momento storico che si inaugura in occidente la possibilità di un controllo biopolitico del corpo umano, in forma industriale, di massa.Aprendo la strada ai tanti totalitarismi del terrore del nostro Novecento.

Marco Baliani

6 | 9 febbraio

Marche Teatro

UNA NOTTE SBAGLIATA

Di e con Marco Baliani

Regia Maria Maglietta

Scene, luci, video Lucio Diana

Paesaggi sonori Mirto Baliani

Costumi Stefania Cempini

Disegni Marco Baliani

Dopo il successo dello spettacolo Trincea, vorrei sperimentare un’altra tappa di ricerca di quello che mi piace chiamare teatro di post-narrazione.

Una narrazione dove il linguaggio orale del racconto non riesce più a dispiegarsi in un andamento lineare, ma si frantuma, produce loop verbali in cui il Tempo oscilla, senza obbligati nessi temporali.

Flussi di parole che prendono strade divaricanti mentre cercano disperatamente di circoscrivere l’accadimento di quella “notte sbagliata”. Quella manciata di minuti, che tanto durerebbe nel Reale il puro accadere dell’evento, si amplifica e diviene big bang di quell’universo di periferia, si espande nelle teste dei partecipanti all’evento, compreso il cane, risucchiando come un buco nero anche chi non è lì su quel pratone d’erba polverosa, ma vicino ai cuori e alle coscienze di chi sta agendo.  

Un turbine linguistico sostenuto da un corpo che agisce l’evento in maniera performativa, un corpo che si metamorfizza a mano a mano che l’azione prosegue, con gesti che richiamano le esperienze della body art degli anni Settanta, marchiando il corpo come fosse la tela dove l’Assurdo si mostra pienamente, al di là perfino delle parole.

Penso che oggi la sfida che il teatro deve affrontare stia tutta nel montaggio drammaturgico, che tenga conto delle nuove percezioni con cui viene veicolata la realtà, forme comunicative con cui il teatro deve misurarsi scompaginandone gli statuti. E questo non può che avvenire attraverso visioni performative, non lineari, dove il dramma viene spezzato da incursioni continue, dove l’oralità dispersiva della voce prevalga sulla linearità della scrittura scenica.

Marco Baliani

GLI INTERNAZIONALI

21 | 24 gennaio

Sarah Faye van der Ploeg

LEBENSRAUM

Diretto e ideato di Jakop Ahlbom

Con Reinier Schimmel, Jakop Ahlbom/Yannick Greweldinger, Silke Hundertmark, Leonard

Lucieer, Ralph Mulder/Empee Holwerda

Musica Alamo Race Track

Scenografia Douwe Hibma and Jakop Ahlbom

Drammaturgia Judith Wendel

Luci Yuri Schreuders Technicians Tom Vollebregt, Yuri Schreuders, Allard Vonk, and

Michel van der Weijden

Il regista svedese Jakop Ahlbom, anche attore e acrobata, ha una grande passione per gli horror anni ’60 e le commedie anni ‘20.

Porta la magia del muto su un palcoscenico teatrale con uno spettacolo divertente e brillante.

Lebensraum (in italiano “spazio vitale”) si ispira all’universo di Buster Keaton e alla slapstick comedy (le comiche alla Stanlio e Ollio, per intenderci).

All’epoca, a fare da sottofondo alle proiezioni dei film c’era la musica di un pianoforte. Questo spettacolo sarà invece accompagnato dal gruppo Alamo Race Track: si crea così un originale e divertente contrasto tra le atmosfere visive anni Venti e la musica rock contemporanea.

La storia è semplice: due uomini vivono in un piccolissimo appartamento. Per ovviare al problema di uno spazio così angusto, i due hanno inventato mobili con una duplice funzione: il letto è anche un pianoforte, la libreria funge anche da frigorifero…

Mancando una donna in casa, decidono di creare una bambola meccanica che li possa aiutare a svolgere i lavori domestici. Ma ben presto scoprono che la bambola pensa ed esprime opinioni.

La tensione sale, la stanza diventa sempre più piccola e il divertimento scoppia in sala grazie a gag irresistibili!

14 |16 febbraio
Familie Floez, Theaterhaus Stuttgart, Theater Duisburg

HOTEL PARADISO
Un’opera di Familie Flöz
Di Sebastian Kautz, Anna Kistel, Thomas Rascher, Frederik Rohn,Hajo Schüler, Michael Vogel e Nicolas Witte

La scorciatoia per il paradiso passa per l’inferno

Strane cose accadono nel tranquillo HOTEL PARADISO, un piccolo albergo di montagna gestito con pugno di ferro dalla anziana capo-famiglia. Ci sono quattro stelle che orgogliosamente troneggiano sull‘entrata e una fonte che promette la guarigione di malattie fisiche e psichiche.

Ma si intravedono nubi all‘orizzonte. Il figlio sogna il vero amore mentre combatte una dura battaglia con la sorella per mantenere il controllo sulla gestione dell‘albergo.

La donna del piano ha un problema di cleptomania e il cuoco ha una passione, quella di macellare, non solo animali…

Quando il primo cadavere affiora, tutto l‘albergo scivola in un vortice di strani avvenimenti. Fra le alte vette delle Alpi si aprono abissi da cui è impossibile fuggire.

La chiusura dell’albergo sembra a questo punto solo una questione di tempo. Si sa, un cadavere non porta mai bene…

Familie Flöz in versione noir!

Un giallo sulle Alpi pieno di umorismo, sentimenti travolgenti e un tocco di melanconia

21 | 23 febbraio

Cie La Feuille d’Automne

Con il sostegno alla produzione di Klap/Maison pour la Danse Marsiglia, L’Orange Bleue Eaubonne, L’Apostrophe Cergy- Pontoise

TUTU

Chicos Mambo

Coreografia e regia Philippe Lafeuille

Assistente Flavie Hennion

Tutulogue Romain Compingt

Luci Dominique Mabileau

Colonna sonora Antisten

Costumi Corinne Petitpierre

Parrucche Gwendoline Quiniou

Interpreti David Guasgua M. Pierre-Emmanuel Langry,Julien Mercier, Guillaume Queau,

Vincenzo Veneruso, Stéphane Vitrano Zentaï Corinne Barbara

Fondata a Barcellona nel 1994 dal francese Philippe Lafeuille, la compagnia conta oggi sei danzatori la cui esperienza e tecnica vengono messe al servizio dello humor e della parodia.

Travestiti da ballerine, Les Chicos Mambo danzano in Tutu i grandi brani del repertorio trasformandosi con camaleontica bravura dal classico cigno alle donne in passerella e sottoveste di Pina Bausch.

Spettacolo nato nel 2014 per i festeggiamenti del ventennale della compagnia, Tutu si divide in venti quadri in cui tornano alla memoria le icone del balletto, della danza contemporanea, dei balli di sala, dell’acrobazia e dello sport con i loro tic e vezzi.

Più di quaranta i personaggi incarnati con trasporto dai sei interpreti immersi in un universo fantastico e teatrale. Un’ode alla danza, un magma effervescente di colori e visioni sfrenate che conquista anche chi non ha mai avuto niente a che fare con Tersicore.

I Chicos Mambo rivisitano tutti i tipi di danza e si prendono gioco, senza alcun tabù, dei codici della coreografia. Spaziano dalla danza classica in tutù alla danza contemporanea di Pina Bausch, La Sagra della Primavera, la ginnastica artistica di Nadia Comaneci e delle sue imitatrici, il tango e persino la danza maori “haka”.

Ogni scena è una sorpresa di colori, gli interpreti ci trasportano gioiosamente nel loro universo fantastico e teatrale. Le invenzioni comiche sono sottolineate dai costumi, deliranti variazioni del classico tutù, giubbotti, cappelli, code d’anatra e pantaloni che permettono ad un volatile di danzare.

La troupe fondata da Philippe Lafeuille è conosciuta per l’autoironia e l’arte di irridere ma anche per la serietà con la quale porta avanti il proprio credo: l’amore per la danza sopra ogni cosa.

Un puro momento di gioia che riesce a sedurre tanto il pubblico amatoriale che quello più esperto ed esigente.

TALKIN’ MENOTTI

Aprile | Maggio

Il teatro è soprattutto un luogo, dove si ascoltano e si raccontano storie. È un luogo dove, magicamente, le parole si trasformano, prendono forma, peso, colore e suono diverso, riescono ad entrare direttamente nella testa e nel cuore di chi ascolta, senza filtri e senza deroghe. Occorre una buona storia e qualcuno che la sappia raccontare, restituendo curiosità e passione. Storia e storie, quindi, per un festival variegato, come nella cifra di TieffeTeatro, studiato proprio per combinare il repertorio della prosa con incursioni teatrali di protagonisti della scena culturale italiana, con la musica, con la letteratura, con la poesia e con spettacoli adatti a sperimentare nuovi percorsi, nuovi linguaggi e stili diversi, in grado di appassionare il pubblico affezionato e di attrarne di nuovo, capace di tessere relazioni tra le persone, avvicinando le generazioni con uno sguardo di attenzione alle nuove scene.

“È da tempo che cerchiamo una definizione nel non definibile, una struttura a ciò che non è strutturato, un contenitore aperto nei quattro lati. Tutto questo e molto altro si trova nel progetto di un festival arrivato alla quarta edizione, che diventa più che altro una festa, alla quale sono invitati tutti quelli che pensano che il teatro sia anche un luogo, privilegiato, molto privilegiato, dove ricercare strade artistiche ed espressive differenti, tirare fuori dai cassetti idee mai realizzate, storie mai raccontate. Insomma dimenticarsi del consueto ed accettare di camminare sul filo del possibile. Abbiamo scelto il titolo Talkin’ Menotti proprio per sottolineare l’andamento di un lungo blues in un intreccio tra parole e musica in libertà.  (Emilio Russo)

Tra gli ospiti previsti (Aprile e Maggio) nel festival in una programmazione in divenire:

Compagnia Controluce BUTTERFLY BLUES

Compagnia della Fortezza IL FIGLIO DELLA TEMPESTA

Compagnia Skené LA FORTUNA e UBU ROI

Teatro Kismet   ANFITRIONE

La Fura dels Baus/Ulderico Pesce/TieffeTeatro LA BELLA VERGOGNAArea M – Area Musica 2019

14ottobre
Area M Città Studi Sound

ELISABETTA ANTONINI QUARTET–MY NAME IS ANITA

Voce Elisabetta Antonini
Pianoforte Dado Moroni
Contrabbasso Francesco Puglisi
Batteria Nicola Angelucci

My Name is Anita è un progetto squisitamente dedicato alla grande cantante Anita O’Day di cui quest’anno si celebra il centenario dalla sua nascita. Dotata di un talento ritmico straordinario, combinato ad un temperamento brillante e anticonvenzionale, Anita O’Day non solo è riuscita a conquistarsi uno spazio al fianco delle più grandi voci afroamericani della storia del jazz, collaborando con grandi orchestre e sezioni ritmiche straordinarie, ma ha fortemente contribuito all’evoluzione del jazz vocale. Grazie alle sue interpretazioni assolutamente originali degli standard, il cantante jazz si potuto sdoganare dallo stereotipo patinato del “canarino”, semplice orpello dell’orchestra, per diventare protagonista della situazione musicale e, al pari degli strumentisti, fare dell’interplay con la sezione ritmica l’elemento fondate della propria espressività. Al fianco di Elisabetta Antonini, il grande pianista Dado Moroni insieme al solido Francesco Puglisi e al raffinatissimo Roberto Gatto, la cui storia musicale e le collaborazioni con protagonisti della scena americana li rende particolarmente adatti a ripercorrere la storia della grande interprete e a raccontare il suo mondo musicale, tanto classico quanto elegante. Arrangiatrice e compositrice, unica artista italiana a firmare con la prestigiosa etichetta londinese Candid per il suo ultimo lavoro The Beat Goes On, l’omaggio alla Beat Generation recentemente presentato a Tokyo e con cui ha vinto il Top Jazz 2014 della rivista Musica Jazz come Miglior Nuovo Talento, Elisabetta Antonini ha da sempre portato avanti una ricerca creativa attraverso progetti innovativi e originali, collaborarando al fianco di Paul McCandless, Kenny Wheeler, Paolo Damiani, Vassilis Tsabropoulos, Maurizio Giammarco, Javier Girotto, Paolo Fresu.

28|30 ottobre

Area M Città Studi Sound

TO BE OR NOT TO BOP – Omaggio a Dizzy Gillespie

Tratto dall’autobiografia di Gillespie To be or not to bop edito da Minimum Fax e adattato per la scena da Paolo Bandini, Emilio Sioli e Mattia Sofo
Voce recitante
Corrado D’Elia
Tromba
Giovanni Falzone
Area M Orchestra
9 elementi, diretta da Giovanni Falzone

Nel 1989, al culmine della sua popolarità e influenza sul mondo del Jazz del tardo 900, Dizzy Gillespie si trova a Londra con la United Nations Orchestra da lui costituita con alcuni dei migliori solisti e strumentisti al mondo. Passeggiando per Hyde Park, Dizzy incontra una ragazza che aveva allestito un banchetto dove vendeva piccoli busti di Shakespeare con la scritta “To Be Or Not To Be”, dal celebre monologo di Amleto.Scherzando, Dizzy suggerisce alla ragazza di correggere la dicitura in “To Be or not to Bop” che, prontamente, ella sostituisce il giorno dopo con la scritta consigliata da Gillespie. Se non sei te stesso, non puoi essere bop… Più o meno la traduzione del calembour, che rievoca e valorizza il linguaggio innovativo del jazz – detto Be Bop – da lui ideato insieme a Charlie Parker, Bud Powell e Kenny Clarke, che avrebbe rivoluzionatola scrittura musicale e l’esecuzione nell’ambito del jazz americano e del mondo. Prende così forma il titolo dell’autobiografia scritta dal grande trombettista, band leader e compositore di Cheraw (North Carolina), in collaborazione con Al Fraser, nella quale Dizzy racconta la sua infanzia, il suo apprendistato musicale ed i suoi successi, sia in prima persona che attraverso la testimonianza di alcuni fra coloro che collaborarono con lui nel tempo. Ma anche il suo essere un geniale uomo di spettacolo e talvolta, un tipo poco raccomandabile. Ad Area M Orchestra, diretta dal trombettista e band leader Giovanni Falzone, il compito di evidenziare innanzitutto l’estrema attualità del linguaggio musicale di Dizzy Gillespie ed alla voce recitante di Corrado D’Elia, quello di raccontare una vita irripetibile e, sopratutto, irresistibile. Lo spettacolo è un reading tratto dall’autobiografia To Be Or Not To Bop – edita da Minimum Fax, casa editrice assai attenta alla riproposta delle vite eccellenti di molti artisti ed intellettuali del secolo scorso, con la drammaturgia di Paolo Bandini, Emilio Sioli e Mattia Sofo e con la regia affidata allo stesso Emilio Sioli.

STAGIONE 2019 | 2020

BIGLIETTERIA

CAMPAGNA ABBONAMENTI

PREZZI

  • Intero – 30.00 € + 2.00 € prevendita
  • Ridotto over 65/under 14 – 15.00 € + 1.50 € prevendita

ABBONAMENTI 

10 ingressi: € 240,00

5 ingressi:   € 140,00

Abbonamenti Community:

10 ingressi + 2 omaggi: € 120,00

5 ingressi: € 70,00

TEATRO MENOTTI

Via Ciro Menotti 11, Milano – tel. 02 36592544 – biglietteria@tieffeteatro.it

ORARI BIGLIETTERIA

Dal lunedì al sabato dalle ore 15.00 alle ore 19.00

Domenica ore 14.30 | 16.00 solo nei giorni di spettacolo

Acquisti online

Con carta di credito su www.teatromenotti.org

ORARI SPETTACOLI

Martedì, giovedì e venerdì ore 20.30

Mercoledì e sabato ore 19.30 (salvo diverse indicazioni)

Domenica ore 16.30

Lunedì riposo

foto: http://www.milanotoday.it/

 

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