Ambo le dita medie palesate all’universo,
scorgo dietro il petto tuo candido da volpe,
accusi l’anima cisposa
ma reggi sulle caviglie tornite.
Accesa, spenta,
per sempre, mai più,
tigre imbevuta di latte,
incavi di tutti i sorrisi,
lingua che sa di angostura,
malto vellutato sotto polpastrelli avidi,
pelle sottratta alla sceneggiatura del cielo.
Ti sono in ogni istante,
mantide generosa,
germoglio per te pensieri d’artificio
da quando
mi hai reso
inconsapevolmente
emne.

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(Emne in lingua danese, significa suddito).

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